Scivolato via

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Strano sapore
lascia il tratto di penna che cancella
una cosa prevista
percepita
eppure il risultato è sempre sorprendente.
Ho visto la tua foto arancione
più volte
e il sorriso spezzato
sì, l’ha visto benissimo
e nulla al mondo
avrebbe potuto dissimulare questa profonda
consapevole
fredda sferzante pioggia notturna.
Mai a memoria
ricordo condivisione
una camicia di lino bianca
questo sì
e un ghigno di povero diavolo
e un sorriso che solo ora ricordo
di aver già visto
in una piccola stazione
e sono anni.
Un altro blocco d’anni
questo inizio si porta e rinnova
ghiaccio pesante che si stacca dalla banchisa
e tra schianti e flutti precipita nel nero profondo e gelido
dell’adesso basta, va bene così.
Ed era tempo.
Compagno di viaggio
su rotte sempre diverse
ora sei solo
coi tuoi pensieri
chiusi in un maglione pesante
in una casa non tua
ospite
pregato di restare.
Compagno di viaggio
ti saluto
scherzo amaro
per l’ultima volta
piccola
piccola
imperfezione
su questo tavolo di legno
rovinato dal tempo
e dai suoi propri tarli
scivolato via
col sorriso tuo solito
che non è che quello che è.
Cosa
si fa più grande
al precipitare dei blocchi di ghiaccio:
il mare gelido
o lo spazio all’aria fresca
e l’assenza di materia?
Cosa si fa più grande
se non i nostri cuori
privi di peso?
Compagno di viaggio
la tua strada
ora è un singolo punto immobile
all’orizzonte
perno di una ruota
che non smette
non ora
di girare.

***

Credere nei segni, credere negli strumenti e nelle stelle

«Noi vogliamo luce, aria, ventilatori, aeroplani, richieste dei lavoratori, idealismo, motori, ciminiere di fabbriche, sangue, velocità, sogno nella nostra Arte». No, non è il manifesto del Futurismo, ma qualcosa che gli si avvicina molto.

Sono le parole scritte all’inizio degli anni Venti da Menotti del Pichia, poeta brasiliano che, insieme a pochi altri giovani rivoluzionari (in senso letterario), portò scompiglio nel sonnecchioso e periferico mondo accademico del suo Paese organizzando e partecipando attivamente alla famosa “Semana de Arte Moderna” (Settimana dell’Arte Moderna) di San Paolo.

In un caldo febbraio del 1922 (ricordiamo che nell’emisfero australe le stagioni sono invertite) tre seminari dedicati rispettivamente a pittura e scultura, letteratura e poesia, e filosofia tracciarono una nuova via destinata in brevissimo tempo a sovvertire l’intero quadro poetico-letterario del grande Paese, in cui ancora oggi si concentra la metà della produzione libraria del Sud America. In forte ritardo rispetto al modernismo sudamericano di lingua spagnola nato negli ultimi anni dell’Ottocento, alla Semana presero parte, oltre a del Pichia, Graça Aranha (vera anima dell’evento), Mário e Oswald de Andrade, Víctor Brecheret, Anita Malfatti e Guilherme de Almeida, per non citare che i poeti.

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Fu un momento di liberazione dagli schemi, di recupero della libertà creativa, di anelito internazionale, della cui portata tutti gli artisti erano consapevoli ben prima di parteciparvi. Scrive Mário de Andrade: «Saremo bellissimi! Insultatissimi. Famosissimi. Avremo i nostri nomi immortalati sui giornali e nella storia dell’arte brasiliana». Dalle sue radici la Semana vedrà spuntare, tra gli altri, il cosiddetto “Movimento degli Antropofagi”, emerso dalla mente creativa di Oswald de Andrade e dal suo “Manifesto Atropofago”, in cui rivendicava la necessità di divorare tutto quanto la realtà presenta per interiorizzarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo, senza schemi precostituiti. «Eliminiamo le idee e le altre paralisi. Attraverso le mappe. Credere nei segni, credere negli strumenti e nelle stelle», scrive Oswald. E il Manifesto reca la data del «Anno 374 dalla deglutizione del Vescovo Sardinha», episodio reale della storia brasiliana avvenuto nel 1554 nel quale indios Caeté mangiarono l’alto prelato.

Un episodio fondamentale, quello della Semana, che ha un’origine e uno sviluppo strettamente legati alla storia. Nel 1922, infatti, il mondo era uscito da pochi anni dalla Prima Guerra Mondiale e lo scontro (che in Sud America è spesso definito “la Guerra Civile Europea”) interruppe o comunque indebolì fortemente i legami culturali con il Portogallo. Ciò accese i sentimenti nazionalisti – si parla dei modernisti come anti-europei  e spinse gli intellettuali a prendere coscienza dell’originalità della loro cultura, della loro lingua (parzialmente diversa ormai da quella della madrepatria portoghese), delle loro storia. Nasce dunque qui, si potrebbe dire, la letteratura brasiliana moderna, poco nota in Europa ma che nel continente latino-americano avrà un impatto determinante. Effetti del nuovo corso letterario-poetico-filosofico furono la riscoperta della lingua parlata al di là dell’Atlantico a partire proprio da Mário de Andrade, che la descrisse come «fabulosissima lingua brasileira», e da Menotti del Picchia, che la esaltò come «ágil, acrobática, sonora, rica e fidalga».

Ma il nazionalismo portò con sé anche frutti ben più succosi, visti in ottica contemporanea: esaltando la propria storia i brasiliani “moderni” riscoprono e rivalutano le popolazioni indigene, ricca fonte di diversità rispetto all’Europa e di culture artistiche tutte da esplorare. Prende le mosse da qui, da questi anni, un movimento di protezione e salvaguardia degli indios (il cosiddetto “nativismo”) che, ben lungi da aver posto fine alle sofferenze degli amerindi, ha comunque svolto un importante compito di protezione.

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