25/01/2012 – Miti in celluloide

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«You press the button, we do the rest!»

Con una salatura di fantasia risuonerebbe persino a stregua di uno slogan alla Steve Jobs.

Invece no, assolutamente no!

Qui, siamo a fine dell’Ottocento e – certo –, sempre dall’altra parte dell’Oceano, là, sulla costa West dell’Atlantico, dunque da spond’opposta, dov’è Cupertino, a poche miglia dal Pacifico.

Sebbene la storia – quasi più che spesso – non cominci da lì.

Già Leonardo da Vinci, nel corso del Cinquecento, ci traghetta una sua pur parziale idea ma pressoché avanlettera, di Oculus Artificialis.

Sarà però soltanto al già passato baciarsi di Settecento con Ottocento che si otterranno i primi risultati pratici, perlomeno tangibili, nel campo.

Ma se l’inventore della lampadina ha un nome (se non due!) e un cognome e altrettanto dicasi per quello della pila e del parafulmine, per quest’oscuro oggetto, al quale siamo tanto – almeno eravamo – affezionati, sicuramente più che a “miseri” parafulmini, pile o lampadine, qui non si riesce a decifrarne o distinguerne uno decisivo, se non passando per Daguerre, precorso pur anche dal “collega” e poi socio Niépce, che però premorì allo stesso Daguerre.

E tante furono le vicissitudini di quest’ultimo – sperimentazioni, bitume di giudea, cloruro e nitrati d’argento, diorama e dagherrotipi ch’assumevano miracolosamente sostanza – tuttavia, arrivati intorno al 1840, anche gli inglesi si dedicano a questo “fenomeno di Francia patrio”, contribuendo in modo decisivo nella ricerca e dalla Terra s’Albione proviene la prima documentazione scritta.

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E infine è il turno della Germania, in questo tourbillon di figlie e figliastri senza un vero padre.

Una fabbrica di Dresda si attrezza per produrre lastre e carta albuminata.

Si passa, nel 1860, a dichiarare il ritrovato come forma d’arte pittorica.

Da lì, allora, il passo oltre l’Oceano è ratto, fulmineo e immediato.

Un flash!

Se in Europa nascono la Carl Zeiss e la Leica, negli USA spopola un nome:

Kodak, appunto “quelli” di «You press the button, we do the rest!» (Schiaccia un tasto, il resto la facciamo noi).

Ma tutto questo, la Kodak e le prime fotocamere, è da ricondurre alla caparbietà di uno dei classici pionieri tutti made in USA e alla sua smisurata passione, il quale, da impiegato di banca, si conduce da solo alla ribalta delle cronache, passando per un “loftaccio” (soffitta!) di Rochester al 343 di State Street!

Di giorno, il lavoro in banca, la notte le sperimentazioni nella cucina della madre, trasformata forse più in una fucina che di giorno torna cucina.

E nell’epopea del Far West, ecco che l’uomo dell’Est mise in piedi uno dei colossi industriali dell’America pre e post-bellica.

Questi rispondeva al nome di George Eastman, un figlio di madre vedova – come tanti all’epoca – il quale per aiutare una famiglia caduta in triste disgrazia, si industriò e a 26 anni dette forma appunto alla prima compagnia americana produttrice di lastre fotografiche e che di lì a poco produsse la prima Kodak Camera.

Nel 1888 il marchio fu depositato e, su scelta dello stesso Eastman, si volle creare un nome di fantasia, facile a ricordarsi e che suonasse “forte”, come egli soleva dire per via di quella doppia K che risultava essere la sua lettera preferita, e dove – a mio puro dire – c’è anche un’inclinazione (assolutamente non fuori luogo) alla semantica e all’enigmistica, con un quasi palindromo che riflette il “gioco della fotografia”!

Prima ancora di legare indissolubilmente il suo nome a Kodak, Mr. Eastman tuttavia già nel 1885 elargì al mondo un’altra invenzione ancora più impensabile, quasi miracolosa: la pellicola cinematografica di celluloide.

Forse la stessa, sulla quale i Fratelli Lumière impressero le loro prime immagini in movimento.

Da lì, una escalation e fino a legare ancora il suo nome alla Eastmancolor: la pellicola a colori introdotta nei più recenti anni Cinquanta che forse conobbe il suo massimo splendore intorno alla fine degli Anni Sessanta, quando il cinema divenne a uso e consumo della gente comune e allora quel nome – Eastmancolor Super8 – campeggiava tra i titoli di testa e di coda, insieme al primissimo piano, al sigaro e al nome di Clint Eastwood.

Due uomini dello “East”, per l’epigono della cinematografia West!

E ora il mito, quasi come tutti i miti post-ellenici, è destinato a scomparire, smitizzarsi dentro e fuori se stesso.

La Kodak finirà la sua corsa in un’aula di tribunale che ne decreterà il fallimento.

1880-2012, 132 anni di storia, per regalare sorrisi ai posteri e scie di luci della ribalta.

In quel fallimento, forse è un po’ ciascuno di noi.

Se ne vanno dunque ancor più la Marylin, la Greta e la Rita.

Ed ecco davvero che anche la grande finanza cannibale dovrebbe fermarsi un attimo a meditare, come del resto tutte le cose che girano intorno ad essa… e non sono un film in Super8, sebbene ne manchi ancora l’ultimo:

«C’era una Volta Eastman Kodak».

Valerio Peracchi

(25/01/2012)

www.fibonacciwaves.it

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