23/12/2011 – Stille Nacht

La notte,

come una fanciulla

amata

attesa con nostalgia.

È stato in una notte come quella che

cominciò il mio teatro,

la Povertà,

la felicità e i PIANTI

e l’amore…

Lentamente si compiva il

m i r a c o l o,

l’ a r t e.

I bambini l’aspettano sempre.

Per tutta la vita ho aspettato

qualcosa che, credevo,

sarebbe avvenuta.

(da Stille Nacht di Tadeusz Kantor)

Sì, è davvero avvenuto.

Il miracolo e l’arte si sono fusi in tutt’uno e palesati a noi!

Forse, nell’explicit, un augurio a se stesso, ma anche al prossimo, perché Tadeusz Kantor (Wielopole 1915 – Cracovia 1990), oltre a essere stato un grandissimo regista teatrale del nostro tardo Novecento, è stato prima di tutto un grande uomo che ha fatto del teatro la sua vita.

E talmente lo ha reso “suo”, che da regista era lui stesso in scena, a fianco dei suoi attori preferiti, sempre fratelli in tutte le apparentemente raccapriccianti rappresentazioni, a cominciare da La casse morta.

Ma sognare ardentemente qualcosa vuol dire averlo già realizzato.

E Kantor ha così realizzato il suo teatro degli emballages, le cose inutili – se vogliamo una riedizione del tutto rivista e lontano anni luce da “la roba” verghiana.

Ma è toccante, ti fa sentire piccolo piccolo di fronte al potere immenso di un piccola cosa.

E in questi giorni mi è capitato tra le mani proprio un emballage, per come lo intendeva Kantor e mi sono illuminato.

Un minuto, quasi inutile e scricchiolante schiaccianoci, appartenuto a mia nonna bambina.

Ma adempiva benissimo al suo ruolo, quello per cui era stato forgiato.

Un oggetto probabilmente degli anni Venti o Trenta.

E mi ha d’incanto disvelato la nostra caducità e il potere di questi oggetti di sopravviverci, di portare oltre le nostre mani, le nostre idee.

Mi sono reso conto (se già non l’avessi saputo) che per portare oltre occorre dunque saper guardare indietro con cauta prospettiva.

Il parlare di noi, una volta esaurita la nostra Pasqua terrena, lo portano in sé le nostre cose.

Amiamole, rispettiamole: in loro siam noi.

E non spaventiamoci allora troppo del futuro.

Valerio Peracchi

(23/12/2011)

(www.fibonacciwaves.it)

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