04/04/2012 – Galbraith e gli uomini monodimensionali

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«Il solo rimedio davvero sicuro alla recessione è una domanda robusta da parte del consumatore, così come la debolezza della domanda è la recessione. Negli Stati Uniti, specialmente in periodi di stagnazione e recessione, i cittadini a basso reddito necessitano sia di istruzione e cure mediche, sia di maggiori consumi familiari. Tuttavia, di fronte all’aumento delle richieste di aiuto, i governi, a livello federale e locale, tendono a diminuire l’intervento sociale pro capite. […] È una reazione che riduce ulteriormente il reddito personale e familiare, aggravando la recessione senza nessuna contropartita. Ma questo è il livello dell’attuale intelligenza economica.»

Nel 2004, in The Economics of Innocent Fraud: Truth for Our Time, John Kennet Galbraith, esprimeva alcune perplessità sulle soluzioni che lo stato sociale, diventato stato economico, decideva di adottare in particolari situazioni. John era canadese, naturalizzato statunitense. Da un certo punto di vista potremmo consideralo un uomo semplice, di sani principi, attivista e liberale. Un americano che non aspetta che altri risolvano i problemi, si rimbocca le maniche, nel suo caso delle braccia della mente, e mette in campo possibili soluzioni. Studia, analizza e cerca di dare risposte pragmatiche a domande “filosofiche”. Non necessariamente un attivista ma molto attivo, come dimostra il numero delle sue opere. Fonte di ispirazione e di dibattito fu per lui il filosofo Erbert Marcuse.

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Nella sua opera Der eindimensionale Mensch, Marcuse delinea l’appiattimento dell’uomo moderno alla sua unica dimensione di consumatore. Dimensione questa che trasforma il concetto di libertà nella sola possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.

Fondendo e ampliando i concetti di Marcuse, il nostro economista riconosce che l’individuo nella società moderna non ha più alcuna dignità ed esistenza se non nella misura di uomo capace di consumare beni e servizi; questa diventa la sua unica e imprescindibile funzione. Non contano più le aspirazioni, le esigenze, il suo essere vivente in quanto tale. La singola persona non esiste più per la società dei consumi, esiste solo un campione, un insieme di individui, un target che assume un ruolo fondamentale non in quanto gruppo di esseri umani ma solo ed esclusivamente in quanto detentori di bisogni che devono essere soddisfatti con prodotti. L’uomo si è estinto, o meglio si è evoluto in consumatore.

Nella società moderna poi, così come noi la conosciamo, i bisogni non nascono nemmeno più dal profondo dell’essere umano, ma vengono ampiamente e attentamente definiti e creati ad-hoc. Richiamando ancora una volta i temi di Marcuse, Galbraith nel suo The Affluent Society descrive come il sistema economico, rappresentato soprattutto dalle grandi corporazioni (intese nel senso americano del termine), ha la necessità, per i suoi fini intrinseci, di controllare i bisogni del singolo e delle collettività in modo assoluto, senza poter lasciare al caso e alla spontanea evoluzione umana la definizione di tali bisogni.

Per non cadere, come spesso accade, nel teorico fine a se stesso, proviamo a fare un esempio concreto che prenda in considerazione produzione, consumi e soprattutto bisogni. Una delle esigenze che possono definirsi imprescindibili per ogni essere vivente, e quindi anche per l’uomo, è quella della nutrizione. Ogni individuo deve nutrirsi per garantire la propria sopravvivenza. Fin da neanderthal tale bisogno non è mai cambiato e come l’uomo, anch’esso ha attraversato diverse stagioni; di volta in volta è stato soddisfatto attraverso la caccia, le coltivazioni stanziali, la produzione e l’allevamento.

Apriamo una piccola parentesi. La contestazione, fatta da Galbraith, del progresso economico inteso solamente come finalizzato al prodotto interno lordo e totalmente indifferente, ad esempio, al concetto di sostenibilità, venne ampiamente criticato dalle corporazioni socio-economico-politiche americane.

Torniamo al nostro bisogno di nutrimento ed alle idee di uomo inteso come consumatore (pagante) dei beni di cui ha necessità.

La Food and Agriculture Organization of United Nation, meglio conosciuta anche come FAO, ha stimato che la produzione di beni alimentari messa in campo dai paesi cosiddetti civilizzati è in grado, oggi, di coprire le esigenze di nutrizione di quattordici miliardi di persone. Gli esseri viventi sulla terra superano di poco i sette miliardi di individui, di cui più di un miliardo, sfortunatamente non pagante, è denutrito e rischia ogni giorno di morire di fame. A voi il compito di trarre qualche conclusione su tutta la concettualizzazione fin qui fatta.

Osservando la forte attenzione che ogni giorno viene posta dai governi e dai media di tutto il mondo, su concetti come il debito, i consumi, la recessione o l’espansione, la crisi delle banche, la crisi del credito, la necessità di sacrifici per debiti contratti da altri (spesso a insaputa di molti), insomma la necessità di essere tutti quanti coinvolti nel solo unico fine dello pseudo progresso economico, qualche dubbio sorge.

Nel piccolo come nel grande, forse il discorso non cambia. In virtù di quale totem la nostra vita e la società che componiamo, spesso senza troppa voce in capitolo, deve proseguire in questa direzione? È davvero quello di Marcuse il filo conduttore della nostra modernità? In effetti la sua risposta appare, ancora oggi, la più attuale delle risposte possibili:

«Le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell’attrezzatura della cucina. Lo stesso meccanismo che lega l’individuo alla sua società è mutato, e il controllo sociale è radicato nei nuovi bisogni che esso ha prodotto.»

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