08/05/2012 – I topolini e la sabbia

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«Quando raggiunsero il fianco della montagna
 un meraviglioso portale vi si aprì, 
come se si fosse creata improvvisamente una caverna; il Pifferaio entrò e i bambini lo seguirono,
e quando alla fine tutti furono all’interno,
 la porta nella montagna si chiuse velocemente.»

Così nel 1849 Robert Browning, scriveva nella famosa poesia The Pied Piper, basandosi sugli scritti dei fratelli Grimm, della tragica vicenda dei bambini di Hameln. E così, in una iscrizione ritrovata proprio nella città di Hameln intorno al 1603, veniva descritto l’evento:

«Nell’anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo il 26 di giugno. Da un pifferaio, vestito di ogni colore, furono sedotti 130 bambini nati ad Hameln e furono persi nel luogo dell’esecuzione vicino alle colline.»

Nelle opere che compongono le Fiabe (Kinder und Hausmärchen  1812-1822), i fratelli Wilhelm e Jacob Grimm inseriscono e rielaborano uno tra i più drammatici racconti della tradizione tedesca. Il Pifferaio di Hamelin ambientato nella città della bassa Sassonia Hameln nell’ultimo ventennio del XIII secolo, narra la storia dell’intervento di un fantomatico pifferaio intento a salvare la città dall’invasione dei topi. Accordatosi con il sindaco della cittadina sul pagamento da ricevere una volta liberata la zona dai famigerati portatori della peste, inizia ad incantare questi ultimi con una soave musica ipnotizzante. I ratti seguono il suono emesso dal piffero dell’uomo e vengono da quest’ultimo condotti fino al fiume dove, senza nemmeno accorgersene, vi affogano. Ritornato nella cittadina, il nostro pifferaio si trova negato il pagamento dovuto (già allora il mantenimento delle promesse dei politici risultava cosa ardua). Sfruttando il momento in cui l’intera cittadinanza si ritrova nella chiesa del paese per le celebrazioni dei santi Giovanni e Paolo, il pifferaio decide di vendicarsi del mancato pagamento e di utilizzare la sua ipnotica melodia per raccogliere a se i 130 bambini del paese e portarli in una caverna.

A questo punto le versioni contrastano notevolmente anche se la più ottimistica narra della morte di 129 dei bambini “rapiti” dal pifferaio prima che il pagamento per l’opera di derattizzazione venga effettuato così come pattuito precedentemente.

Sicuramente non è una novità che la fiaba del Pifferaio di Hamelin conosciuta anche come quella del Pifferaio Magico venga utilizzata a parafrasi di numerosi comportamenti degli esseri umani. Così come l’elemento della musica venga considerato fondamentale nella storia almeno quanto il protagonista che la interpreta con il suo piffero.

Benché potremmo trascorrere almeno due pagine nel descrivere la vicenda come monito sulle “promesse da marinaio” che fin troppo spesso ci tocca ascoltare da chi amministra la cosa pubblica, useremo invece la storia e la perifrasi che ne deriva nell’accezione più comune che ci viene insegnata fin da bambini. Intendo quella di farci trasportare come ipnotizzati da una dolce melodia di salvezza verso una soluzione, o fine, che difficilmente da soli siamo in grado di intravvedere.

La storia moderna ci ha insegnato, molto più in paesi come l’Italia che altrove, l’assoluta necessità di affidarci ad un risolutore di problemi altro da noi che, brandendo la risposta in una mano e spesso il piffero nell’altra, si erge al ruolo di “salvatore della patria”. Abbiamo inoltre imparato ad ascoltare gli intermediari (i sindaci di Hameln) di turno che si impegnano a propinarci i salvatori del caso.

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Ed eccoci tutti dietro al leader, come tanti topolini, ipnotizzati dalla melodica musica. Ma noi abbiamo fatto di più, abbiamo scritto intere opere musicali la cui esecuzione ci traghetta verso la “salvezza”. Abbiamo le nostre partiture e le abbiamo chiamate “decreto salva Italia” e poi ancora “decreto cresci Italia” e probabilmente termineremo con l’opera omnia, che spesso, per molti compositori, ahimè, viene titolata Requiem.

Forse per alcuni stiamo passando dal cosiddetto sacro al profano ma credo che la conclusione migliore per questa breve riflessione sia racchiusa all’interno del dialogo di un film del 1995 diretto da Rob Reiner: dal titolo: The american President.

«Il popolo vuole una guida Signor Presidente, e in assenza di un’autentica guida tutti sono pronti ad ascoltare chiunque prenda in mano un microfono! Vogliono una guida! E sono così assetatati da strisciare nel deserto verso un miraggio e quando scoprono che non c’é acqua bevono sabbia».

«Lewis, la gente non beve la sabbia perché é assetata, beve la sabbia perché non conosce la differenza»…

Nel turbinio di parole che ogni giorno ci vengono propinate, assetati di risposte e spesso spaesati da chi ci prospetta il terrore per poi poterci fornire la soluzione salvifica, ancora nessuno ci ha spiegato davvero quale sia la differenza, continuando così a farci bere sempre e solo la sabbia.

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