17/1/2012 – Liberale, sociale, corporativo

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«È essenziale che l’accesso a qualsiasi attività economica sia aperto a tutti alle medesime condizioni, e che la legge non tolleri nessun tentativo da parte di individui o di gruppi di limitare tale accesso con la forza, palese o larvata.»

Così nel 1944 Friedich August von Hayek scriveva nella sua opera The Road to Serfdom. Nel 1949 l’altro grande esponente della “Scuola di Vienna”, Ludwig von Mieses asseriva nel suo Human Action: A Treatise of Economics:

«Solo l’individuo pensa. Solo l’individuo ragiona. Solo l’individuo agisce… …La scomparsa del senso critico costituisce una seria minaccia per la preservazione della nostra società. Rende facile ai ciarlatani imbrogliare la gente.»

Nella prima metà del secolo scorso incomincia a strutturarsi il pensiero filosofico e politico di una delle scuole economiche eterodosse che più ha influenzato le scelte e gli orientamenti degli stati nel XX secolo. Il concetto filosofico alla base del pensiero di von Hayek e von Mieses è quello dell’individualismo metodologico, secondo il quale ogni azione è riconducibile ad una azione individuale. I fenomeni sociali, quindi, come quelli economici devono essere analizzati come insieme di azioni individuali. L’economia neoclassica e la concezione di Homo Economicus che ne deriva, fonda le sue basi proprio su questo concetto. Da qui ne consegue anche l’analisi delle azioni collettive con il principio di razionalità inteso come massimizzazione del proprio benessere.

Ora facciamo un passo indietro. Carlo I Stuart, re d’Inghilterra, Scozia, Irlanda e Francia, come il padre Giacomo I, era un fervente sostenitore del diritto divino del re. Trascorse buona parte del suo regno, durato ventiquattro anni, contrapponendosi al Parlamento impegnato nel tentativo di arginare le sue mire assolutistiche. Complice anche questo atteggiamento, nel paese scoppiò ben presto la guerra civile: da una parte il re e alcuni aristocratici sovvenzionatori del sue esercito, e dall’altra il popolo. Dopo la rinuncia di Carlo I di accettare la limitazione dei propri poteri proposta dal Parlamento, quest’ultimo nominò John Cooke Solicitor General, con il compito di sostenere l’accusa di alto tradimento nei confronti del sovrano. Il re fu giudicato colpevole e condannato a morte. La sentenza fu eseguita il 30 gennaio del 1649.

Succedutogli il fratello, Giacomo II d’Inghilterra, le cose non migliorarono molto. Anche se per ragioni diverse, al nuovo regnante toccò una sorte altrettanto disonorevole per un sovrano. Dovette infatti scappare in Francia, e nel 1688, anno della Gloriosa Rivoluzione, fu dichiarato abdicatario dal Parlamento che elesse sovrani d’Inghilterra, l’anno successivo, Guglielmo III d’Orange e sua moglie Maria II. Il regime diveniva così una Monarchia Costituzionale. Primo atto della neonata forma di governo fu il Bill of Rights. Secondo questa dichiarazione il sovrano non poteva più imporre tributi a favore della corona né mantenere un esercito stabile in tempo di pace senza l’approvazione del Parlamento; in Parlamento vi era libertà di parola ed i suoi membri venivano eletti direttamente.

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Nasceva così la prima embrionale forma di stato liberale. Una carta costituzionale sanciva i diritti fondamentali. Essa diveniva il fondamento di una forma di stato con l’obiettivo di tutelare i diritti inviolabili e la libertà dei cittadini, ed i poteri dello stato venivano ripartiti in modo da equilibrarne la sovranità.

Nonostante tutto ciò possa apparire lontano dalle teorizzazioni elaborate della Scuola di Vienna quasi due secoli più tardi, in realtà, una delle parti caratterizzanti dello stato liberale è quella del non interventismo in ambito economico e sociale. Tale caratteristica permette che l’equilibrio tra domanda e offerta sia determinato in modo naturale e senza il peso dei cosiddetti “poteri forti” che potrebbero, in caso di ingerenza, portare ad un falso equilibrio a proprio favore.

Nel XIX secolo, si strutturò in maniera composita una nuova ideologia in netta contrapposizione con il liberalismo: il socialismo. Esso fondava le sue ragioni nella ben nobile idea di una totale uguaglianza di tutti i cittadini sul piano giuridico, economico e sociale. Questa nuova visione della “vita sociale” doveva passare inevitabilmente dalla totale o parziale abolizione della proprietà privata. Caposaldo questo, come abbiamo visto, del liberalismo. Il liberismo economico doveva essere sostituito dalla nazionalizzazione/ socializzazione sia dei mezzi di produzione che delle attività economiche. La contrapposizione era netta. La gestione delle risorse non poteva più essere finalizzata al profitto individuale ma bensì alla ricerca del bene comune collettivo.

Queste due correnti di pensiero hanno pervaso, a fasi alterne e differentemente applicate dalle diverse nazioni, tutto il XX secolo e parte del XIX e XXI. Hanno permeato la politica, l’economia, i rapporti tra gli stati e tra gli uomini. Benché entrambe basate su saldi principi, dal punto di vista pratico si sono dimostrate fallibili in diverse occasioni.

Nonostante gli ideologi di entrambi gli schieramenti abbiano sempre accettato con riluttanza il concetto di fallibilità nell’applicazione ordinaria delle loro teorie, il socialismo fu il primo a rendersi conto di dover, per così dire, “correre ai ripari”, e lo fece, con tutte le buone intenzioni, ma non abbandonando mai realmente i concetti fallibili del suo pensiero, attraverso il corporativismo. La storia di questa nuova ideologia è tutta italiana e fonda le suo origini nel medioevo. La Corporazione delle arti e dei mestieri era una sorta di intermediario tra lo stato ed i cittadini, volto a meglio regolare i rapporti tra i due. Il corporativismo in età moderna fu codificato nella Carta del lavoro del 1927 e sviluppato dal Fascismo con l’obiettivo di regolare relazioni e conflitti tra le diverse classi sociali.

La medicina si è rivelata ancor più dannosa della malattia, in quanto ancor meno applicabile a livello pratico del socialismo e del liberalismo. Il corporativismo, infatti, trae le sue ragioni dal principio che i rappresentanti del popolo, i governanti ed i capi delle corporazione non debbano appartenere in alcun modo a nessuna delle classi che rappresentano. Devono essere totalmente super partes. Se così non fosse il rischio sarebbe una difesa dei soli diritti delle classi più dominanti, o che meglio riescono ad accattivarsi le amicizie dei detentori del potere.

Il corporativismo ha “colpito” anche altre nazioni, una tra tutte i super liberali Stati Uniti di America, ma sembra che all’Italia sia toccata la sorte peggiore. Nessuna liberalizzazione sarà mai facile in uno stato corporativo.


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