20/02/2012 – L’economia della superficialità

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Già dall’antica Grecia, gente che si trovava per caso a pensare, pratica un tempo meno rara di oggi, rifletteva spesso sui concetti di sostanza e forma, e su ciò che differenzia maggiormente l’una dall’altra.

Affidandoci al puro e semplice significato della parola, secondo la sua etimologia greca, potremmo dire che sostanza è “ciò che sta sotto”, ciò che identifica una determinata “cosa” del mondo sensibile e ne definisce il suo significato ontologico. In questo senso la parte di un ente che non muta mai è la sua sostanza. Approfondendo il discorso, Aristotele arriva a definire la sostanza come ciò che ha la causa di sé in essa stessa.

Nelle Categorie, opera che individua nel nome le caratteristiche fondamentali dell’essere, il precettore di Alessandro Magno, definisce la sostanza come il denominatore comune di molteplici significati per cui ogni cosa può essere detta “essere” in quanto esprime la sostanza.

Ovviamente la dissertazione è continuata negli anni a seguire, ma mentre il concetto di forma, legato alla materia e a tutto ciò che possa definirsi sensibile (con riferimento ai sensi dell’uomo), è rimasto invariato, quello di sostanza è mutato nei secoli attraversando fasi più materialistiche e fasi più metafisiche. Per Descartes, ad esempio, di sostanze ce ne sono addirittura due: la res cogitans (il pensiero) e la res extensa (la realtà). Ovviamente accortosi del paradosso corse ai ripari e le fece derivare entrambe da un’unica superiore sostanza: Dio.

La faccenda incominciò a complicarsi con Kant; infatti la sostanza perse la sua qualità ontologica e divenne soggettiva; certo trascendentale ma pur sempre soggettiva. Accanto ad essa, nelle sue categorie espresse nella Kritik der reinen vernunft, il filosofo di Königsberg identifica la forma in due parti distinte. La prima, che prende il nome di materia, è “ciò che corrisponde alla sensazione”; la seconda invece, definita forma vera e propria, è “ciò per cui il molteplice del fenomeno può essere ordinato”.

Ora date le premesse appare fin troppo evidente che la profonda linea di demarcazione che fino al settecento aveva teso a distinguere la forma dalla sostanza, veniva pian piano a decadere.

Fin da bambini, quando ci viene insegnato a scrivere, ci viene anche insegnata la forma che deve avere il nostro scritto. In questo caso per forma si intende l’insieme di tutte quelle regole, prettamente legate alla grammatica ed alla sintassi, che ci permettono di trasmettere un pensiero in maniera intelligibile da tutti.

In questo tipo di comunicazione, ovviamente, la sostanza diventa il contenuto del pensiero stesso e la forma, il modo in cui esso viene trasmesso ad altri. La forma scritta o la forma orale, ciascuna con le proprie regole.

Ciò che in questo momento vi trovate a leggere in questo articolo è l’espressione di un pensiero attraverso la forma scritta e le sue regole, che l’autore si sforza di seguire. Sempre più spesso, l’attenzione di molti pare concentrarsi solo sul modo che le persone hanno di comunicare i propri pensieri, e benché molto spesso tali pensieri siano effettivamente privi di una sostanza ben definita, ciò non giustifica la continua volontà di fermarsi solo alla forma.

Ecco di seguito un esempio. Qualche settimana fa il neo vice ministro del lavoro Michel Martone, un 38enne baciato dalla dea bendata (data la giovane età, essere vice ministro del lavoro nel nostro Paese risulta essere opera della Fortuna e dalla lungimiranza di chi valuta merito anziché amicizie e conoscenze) ha pensato di uscirsene con una affermazione del tipo: «Chi si laurea a 28 anni è uno sfigato». Il giovane, forse per l’inesperienza dell’ambiente italiano (è infatti nativo di Nizza), ha tralasciato di considerare come in questo Paese Kant abbia dettato legge negli ultimi 300 anni portando via via l’italico pensiero a fondere indissolubilmente la sostanza con la forma. O meglio a confondere quest’ultima con “ciò che sta sotto”.

Ovviamente le prime reazioni a cui abbiamo assistito sono state le scuse del neo vice ministro. Giustamente la carica istituzionale richiede un certo “saper fare”, ma francamente da quando la parola onorevole (che richiama il termine onore) è stata sostituita da quella di parlamentare, sembra assurdo assistere a delle scuse per cotanto ardire terminologico. Le scuse sono state accompagnate dalla specifica di quale sostanza si volesse esprimere in quella forma. Già averlo dovuto chiarire fa riflettere. Questo però non cambia il senso del problema. Per quale motivo si ritiene che la forma sia la sostanza?

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In realtà il problema ha radici più profonde che non il pensiero illuminista, ovviamente usato qui come paradosso di una lettura soltanto superficiale (di forma) del pensiero (di sostanza) kantiano. Studi approfonditi dimostrano che il nostro filosofo non tende minimamente a confondere la sostanza con la forma. Il problema risiede, allora, nel costante decadimento della capacità di “approfondire” che l’uomo ha sviluppato negli ultimi anni; nella convinzione che la superficie delle cose si in realtà il suo nucleo. La capacità di indagare la propria mente, di porsi domande diverse da quelle che la maggior parte della gente si pone, di chiedersi il famoso e ossessivo “perché” dei bambini.

L’economicità della conoscenza ha creato una conoscenza in economia. Anche in essa, come in molte altre faccende del giorno d’oggi, si è perso il senso della fatica. Molti degli eventi, dei discorsi, dei lavori che ogni giorno osserviamo, ascoltiamo, o ai quali partecipiamo, sono accompagnati più dalla superficialità che non dall’attenzione di una analisi più dettagliata. Più sostanziale. Ci siamo abituati ad essere circondati da contenitori del nulla, e tutto ciò che riusciamo a vederne è la loro forma. Ad essa diamo il senso profondo della sostanza perché molte volte, anche aprendo tali contenitori, troviamo ahimè al loro interno soltanto il non essere.

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