7/02/2012 – L’economia della libertà

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Se pensassimo per un istante di poter confondere il sacro con il profano potremmo citare simultaneamente una frase scritta da Marco Tullio Cicerone nel suo “De re publica”, ed una pronunciata da Andy Dufresne, personaggio principale del film “The Shawshank Redemption” tratto dal racconto di Stephen King “Rita Hayworth and the Shawshank Redemption”. La prima, per chi conosce il taglio a volte fin troppo pragmatico del filosofo romano che “vide” morire Cesare afferma:

“La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. La seconda, ammantata di una metafisica che francamente a volte si fa fatica a riscontrare nel sua autore, suona più o meno così:
“Fear can hold you prisoner. Hope can set you free”.

Benchè queste due citazioni possano sembrare, di per se stesse, molto lontane tra loro, in realtà pongono al centro dell’attenzione un elemento fondamentale del concetto di libertà; l’assenza di libertà. Come si può notare infatti in Cicerone, la causa della non-libertà è esterna all’uomo, mentre nel nostro amico Andy Dufresne è l’uomo stesso ad esserne l’artefice.

In effetti la libertà può rappresentare al tempo stesso la causa e l’effetto di una scelta. Partendo da Aristotele fino ad arrivare a Kant, è lo stato stesso in cui si trova l’individuo a determinarne il comportamento. Per il primo la questione riguarda l’accusabilità di un soggetto; esso infatti potrà essere effettivamente responsabile di una azione commessa se libero di scegliere nel suo “interno” e senza condizionamenti provenienti “dall’esterno”; la libertà è una condizione sostanziale. Per il secondo invece la libertà rappresenta soltanto una condizione formale della scelta, in quanto un soggetto sarà sempre condizionato in base a fatti e situazioni a lui “esterne”; in questo caso la libertà non può certo esistere in senso assoluto.

Ora, il problema di una scelta effettivamente libera non è cosa da molto se si tratta di dover mettere sul piatto della bilancia due località esotiche per le ferie d’agosto, ma diventa un poco più problematica quando uno Stato debba stabilire che comportamenti adottare nel momento in cui gli si offra di poter scegliere tra il sopravvivere ed il perire.

Certo già il fatto che qualcuno ci offra la possibilità di decidere tra il sopravvivere ed il capitolare, ci pone chiaramente in una condizione di non libertà. Meglio, però, tralasciare certi sofismi, alcuni capi di stato moderni hanno mostrato negli ultimi tempi di non riuscire nemmeno a cogliere ben più banali ovvietà.

Il grado di sofisticazione e stratificazione di scelte condizionate, nel mondo moderno ha raggiunto livelli a volte inimmaginabili. La maggior parte delle decisioni che ogni essere umano si trova a prendere ogni giorno sono vincolate, oggi come un tempo, all’istinto di sopravvivenza. E poco importa, a molti, se oggi quell’istinto fonda le basi sul danaro e non sulla vita. Ovviamente le regole della natura sono state sostituite da quelle sociali. Ed esse, come ben sappiamo, hanno le loro ragioni.

Cerchiamo di capire. Prendiamo ad esempio l’uomo nella sua embrionale prima forma di socialità. Unirsi in gruppo, per neanderthal significava avere maggiori possibilità di sopravvivenza. Il poter essere più di uno nelle battute di caccia, significava poter garantire alla propria famiglia più carne per il sostentamento. Il meccanismo delle leonesse nelle loro battute di caccia. Possiamo da questo dedurre se il nostro antenato fosse libero nelle sue scelte. Fu una scelta obbligata costruire una socialità? Al massimo fu una scelta oculata e saggia. Una piccola parte di obbligo c’era, ovviamente, ma non era stato determinato da altri uomini, bensì dalla natura stessa.

Prendiamo ora un uomo moderno che abbia come obbiettivo il medesimo del suo antenato; la sopravvivenza di se stesso e della propria famiglia. Per fare questo deve però scegliere in funzione di regole che altri uomini intorno a lui hanno imposto. Deve, ad esempio, garantire un tetto alla propria famiglia, e per farlo spesso è costretto ad indebitarsi. Deve poter garantire ai propri figli la possibilità di un futuro dignitoso

e di pregio e sa che può farlo soltanto attraverso lo studio in scuole rinomate, che richiedono, ancora una volta, un’esposizione finanziaria (debitoria o di risparmio). Sa che per la sua stessa sopravvivenza dovrà procurasi del cibo e dovrà farlo avendo la possibilità di un lavoro che gli permetta di pagarlo. L’elenco risulta a dir poco interminabile, e in tutta questa serie di scelte, siamo davvero sicuri che rientri, anche solo per poco, il concetto di “essere liberi di scegliere”?

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Questo è il “livello” della vita moderna. Un continuo baratto con se stessi e la propria libertà. Si può giustamente obiettare che tutto ciò ha però permesso l’evoluzione dell’uomo. Ne ha aumentato il grado di benessere e di consumo. Ha promosso la ricerca scientifica e il miglioramento delle condizioni generali e di salute.

Ecco perché oggi si trova normale che le scelte degli stati vadano nella medesima direzione. Abbiamo donato ad un elemento negativo, e non solo nella sua accezione contabile, come il debito, la capacità di essere il faro verso il quale le nostre scelte, chiaramente non libere, devono tendere per ottenere quella effimera felicità che esso stesso rappresenta.

Oggi membri di una unione europea fin troppo traballante, si permettono di veicolare scelte e sacrifici di popoli, in nome di quella parola e del proprio benessere a scapito di quello altrui. Potremmo chiamarlo istinto di sopravvivenza governativo, ma in fondo è sempre la stessa storia: la libertà di pochi deve essere “finanziata” dalla prigionia decisionale di molti. La libertà esiste allora, basta semplicemente trovarsi dalla parte giusta.

Nel permettere che un uomo sia libero nelle proprie scelte risiede il concetto di giustezza, e di conseguenza quello più sociale di giustizia. Ciò che oggi accade sempre più spesso, nelle decisioni che gli stati moderni si trovano a dover prendere, non ha niente a che vedere con tutto questo.

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