31/10/2011 – Erwin, John Maynard, Milton e il New Hampshire

Nel 1935 Erwin Schrödinger giungeva alla conclusione, commentando l’Interpretazione di Copenhagen della meccanica quantistica attraverso il famoso paradosso del gatto, che: “la funzione Ψ dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con egual peso”. Detto in parole povere e usando sempre il famoso gatto, quest’ultimo risulta nello stesso istante sia vivo che morto e a determinare una realtà piuttosto che un’altra è l’osservazione, di per se invasiva, che ne viene fatta.

Quale esempio migliore per definire lo stato dell’area euro, soprattutto in questi ultimi mesi; essa è unita e separata allo stesso tempo; i suoi due stati contrapposti, per dirla alla Schrödinger, sono miscelati con egual peso. Ovviamente, non essendo l’Europa uno stato fisico assoluto, come le particelle di un atomo, la domanda del perché ci si trovi in questa situazione sorge, quantomeno, spontanea.

Dato che la risposta risulterebbe fin più ovvia della domanda proviamo a pensare come la nostra “osservazione attiva”, quindi operativa, possa portare l’area euro e di conseguenza l’Europa allo stato definitivo di “unità”. Dando risposte a domande che risultano essere anche, in parte, la causa dei nostri mali, potremmo incominciare a vedere un po’ di luce.

Una unità monetaria si basa principalmente su di una unità politica; procedendo a ritroso infatti, sono sempre gli stati a stampare moneta sulla base di esigenze economiche e di scelte politiche. Benché questa affermazione appaia incontrovertibile, in una realtà come quella europea il procedimento sembra essere piuttosto complesso. Guardando le cose da questo punto di vista, però, possiamo in un solo istante rispondere a molte di quelle domande che ci siamo posti dal momento in cui abbiamo cercato una soluzione per la crisi che ci ha colpiti negli ultimi tre anni.

Nel 1936 nella sua opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, John Maynard Keynes provava a dare una risposta agli accadimenti della grande depressione, affermando la supremazia ed il dovere dei governi nel dare sostegno all’economia nei periodi di grave crisi. Tale operazione doveva avvenire attraverso l’offerta di liquidità e la spesa pubblica, assumendo personale nella pubblica amministrazione e investendo in progetti infrastrutturali. A contrapporsi a questa teoria negli anni settanta prese piede il cosiddetto monetarismo. Nel 1971 Anna Schwartz e Milton Friedman nella loro opera Una storia monetaria degli Stati Uniti 1867-1960 scrivevano che i cittadini  devono essere lasciti liberi di agire come vogliono, in ambito economico ovviamente, e che il principale compito dei governi sia solo quello di tenere d’occhio la quantità di moneta in circolazione nell’economia.

Nel mese di luglio del 1944 nel New Hampshire si era già trovata la quadratura del cerchio. In quelli che furono definiti gli accordi di Bretton Woods, in maniera diretta ed indiretta si misero in atto il keynesismo ed il monetarismo. Benché lo stesso Keynes fosse presente come delegato britannico ebbe la meglio la posizione del delegato statunitense Harry Dexter White e vennero così creati il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, detta anche Banca Mondiale, ed il dollaro fu accettato come valuta di riferimento negli scambi. Tali accordi sancivano in primis l’obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa alla stabilizzazione dei tassi di cambio, ed in secundis veniva assegnato al FMI il compito di sanare gli squilibri derivanti dai pagamenti internazionali ed il dovere da parte degli stati in surplus di “soccorrere” monetariamente gli stati in situazioni deficitarie.

Ora per non fare torto a nessuno direi che con ciclicità le nostre economie le hanno provate tutte adottando l’una o l’altra teoria a secondo delle necessità. I governi Thatcher e Regan abbracciarono le teorie del monetarismo. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una politica di crescita economica fondata sull’indebitamento, portando fin troppo spesso i governi ad abbracciare il concetto di spesa pubblica per superare le crisi cicliche che di volta in volta si sono presentate. Eccoci servito anche il keynesismo. Inoltre, dato che il sistema mostra una carenza di equilibrio, Bretton Woods ci è corso in aiuto più di una volta, ed al Fondo Monetario Internazionale si è chiesto di riequilibrare a fasi alterne la situazione, economizzando o elargendo.

Possiamo affermare quindi che, benché non perfetto, il sistema, grazie anche e soprattuto all’aiuto del  Fondo Monetario Internazionale che ha spesso agito da baricentro, è ritornato in equilibrio dopo ogni periodo di crisi cha ha caratterizzato il XX secolo. Instabile e con gli aggiustamenti del caso il sistema ha retto, ed è evidente che la continua presenza dei due pesi sui piatti della bilancia, il monetarismo ed il keynesismo, abbiano determinato l’esistenza stessa dei sistemi economici moderni.

Proviamo ora a fare un passo avanti. Abbiamo visto che uno dei punti cardine della visione monetaristica risiede nel dovere, da parte degli stati, di regolare la quantità di moneta in circolazione. Cercare di “toglierla” o immetterla sul mercato a seconda delle necessità economiche del momento. Nel caso in cui sia richiesta questa iniezione, gli stati ed i governi si affidano alle banche centrali per stampare nuove banconote da immettere nel circuito.

Cosa succederebbe, però, se venisse meno proprio la possibilità di immettere nuova moneta sul mercato? Tradotto ai giorni nostri. Cosa accadrebbe al sistema se l’Europa e la sua banca centrale non fossero in grado di mettere in atto uno dei capi saldi del monetarismo, svelando al tempo stesso una incapacità decisionale e politica ed una impossibilità operativa e monetaria?

Ad oggi non esiste una vera e propria unione politica europea così come non è dato alla Banca Centrale Europea di poter immettere (stampare) nuova moneta nel circuito economico. Inoltre, anche se ciò fosse implementato e reso operativo in tempi brevi, il ritardo accumulato non permetterebbe comunque di risolvere il problema. Forse si è lasciato trascorrere troppo tempo per prendere decisioni che dovevano essere prese ancor prima di iniziare questo percorso di unificazione monetaria. O forse, come al solito, ci siamo nascosti dietro ad interessi che oggi come un tempo amiamo definire con i termini di “ragion di stato” e “sovranità popolare”.

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