13/12/2011 – Il Glass-Steagal Act e Lehman Brothers

Nel 1933, per far fronte al disastro economico finanziario che colpì gli Stati Uniti ed il mondo intero a partire dal 1929, il senatore Carter Glass ed il deputato Henry Steagal furono gli artefici di una delle più moderne leggi bancarie del XX secolo: il Glass-Steagal Act.

Oltre ad avere istituito la Federal Deposit Insurance Corporation per garantire i depositi delle banche, la legge viene ricordata soprattutto per avere creato una netta distinzione tra l’attività bancaria tradizionale e l’attività bancaria d’investimento. Il 4 marzo del 1932 la commissione sulle banche e le valute del senato degli Stati Uniti, affidò al giudice e giurista Ferdinand Pecora, il compito di investigare sulle cause del crash finanziario di Wall Street del 1929. L’inchiesta appurò che nel periodo antecedente la crisi alcune banche avevano collocato presso i propri clienti titoli emessi da società loro affidate. Il capitale di debito delle aziende emettitrici di debito fu poi utilizzato per ripagare i prestiti ottenuti dalle banche stesse. Con questa operazione, che in gergo si definisce di “cartolarizzazione”, le banche avevano trasferito la sofferenza delle aziende sui propri clienti.

Durante la presidenza Clinton, nel 1999, il Gramm-Leach-Bliley Act, ha abrogato il Glass-Steagal Act. L’atto in questione ha sostituito progressivamente la distinzione tra banca commerciale e banca di investimento con il modello di banca universale.

A questo punto prima di fare un passo avanti dobbiamo farne una altro indietro. Il principio che mantiene il sistema di una banca, e quindi quello bancario in generale, in equilibrio risiede nel fatto che, in situazioni normali di flussi di danaro, l’ammontare in ingresso (depositi) supera quello in uscita (prelievi). Questo principio ha permesso alle banche, dopo l’accantonamento a riserva per la protezione di eventuali prelievi imprevisti, di reinvestire il danaro restante in attività redditizie.

La domanda piuttosto ovvia che ogni depositante (cliente tradizionale di banca) dovrebbe farsi è capire quali siano queste attività più redditizie. In principio il danaro di ogni correntista concorreva ad aumentare la ricchezza globale di un paese, in quanto, per un istituto di credito l’attività redditizia rientrava nell’altro ramo principale del business bancario; elargire credito. Fatte le debite valutazioni sul rischio, il danaro non immesso in riserva veniva reinvestito in aziende che ne facevano richiesta per aumentare la propria capacità produttiva. Conseguenza di una maggiore produzione diventava la necessità di una maggiore occupazione; il sistema così “sovvenzionato” portava ad una crescita dei consumi; via così fino all’aumento del Prodotto Interno Lordo di un paese e alla naturale diminuzione della pressione fiscale a fronte di maggiori servizi.

In altre situazioni invece il sistema del credito ha provveduto a considerare attività immateriali e puramente speculative come un’altra delle suddette attività redditizie. Ciò spesso ha portato non all’aumento della ricchezza di un paese ma bensì a quella esclusiva dell’istituto di credito stesso. Il denaro delle novelle banche universali è spesso stato investito in strumenti ad alto rischio facendo così lievitare la probabilità di subire forti perdite. Se a tutto ciò aggiungiamo un pizzico di strumenti derivati, ecco spiegato a larghe linee il fallimento di Lehman Brothers.

A fronte di questo piccolo excursus moderno e contemporaneo, e analizzando la situazione come si presenta ai nostri occhi oggi, a più di tre anni dall’esplosione della crisi del sistema finanziario internazionale, ci si domanda come debba essere letta la dichiarazione del neo eletto presidente del gruppo bancario BNP Paribas. Durante un’intervista il manager ha dichiarato che il rischio di credit crunch si può evitare interrompendo la corsa verso una eccessiva regolamentazione dell’attività delle banche.

Benché chi scrive sia sempre stato fervido sostenitore dell’autonomia dei sistemi economici e “supporter” dell’idea che le regole del mercato tendono a raggiungere autonomamente un equilibrio, tali principi sono ormai da mettere in discussione. Forse si tende troppo spesso a dimenticare che alla base di qualsiasi realtà economica ci debbano essere capacità e professionalità degli uomini che la compongono. Senza voler fare ovviamente “di tutta un’erba un fascio”, forse qualche deficit deve essere ascritto proprio alla carenza di tali caratteristiche. Una forte deriva, ad esempio, si percepisce verso una maggiore attenzione dell’interesse personale a fronte di un ben più redditizio interesse comune.

Nonostante sia improponibile che il sistema pubblico amministri settori come quello bancario e finanziario, ci si trova totalmente spiazzati all’idea che sia questa classe dirigente a continuare a gestire il tutto. A dettare nuove regole; a consigliare agli stati ed ai sistemi di governo di non intervenire in maniera troppo incisiva nella direzione di una più attenta regolamentazione; a piantare nel terreno della crescita continui paletti ad esclusiva salvaguardia di proprie radicate posizioni.

Giusto è che i soci di una azienda privata prendano decisioni per la salvaguardia e lo sviluppo dell’azienda stessa. Bene allora pensare che i soci dell’azienda Stato, i suoi cittadini, debbano tendere a comportarsi in maniera analoga.

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