Nessuna reale riforma fiscale senza certezza del diritto

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Siamo soliti pensare al nostro Paese come la patria del diritto, dove ad ogni cittadino viene lasciato ampio modo di difendersi ed ogni accusato deve essere considerato innocente fino a quando non interviene una sentenza definitiva.

Le cose, tuttavia, non stanno esattamente così.

Mi piacerebbe, ad esempio, approfondire il tema dell’abuso della carcerazione preventiva ma, non essendo un esperto di diritto penale, lancio il sasso e nascondo subito la mano.

Non riesco invece ad impormi il silenzio circa la brutta china persa dal diritto tributario a partire dalla seconda metà degli anni ’90.

Tutto cominciò nel lontano 1973 con il  famigerato art. 39 comma 1, lettera d) del Dpr 600 che così statuì: «L’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti».

Circa il concetto di presunzioni semplici (o “praesumptiones hominis” cioè quelle che la legge lascia al libero apprezzamento del giudice), già ampiamente sviscerato dalla giurisprudenza, non potevano sorgere dubbi, quindi non ci furono grossi problemi interpretativi fin tanto che qualche esperto linguista intrufolatosi in Cassazione precisò che, nonostante la frase sia volta al plurale e nonostante il verbo “concordare” evochi palesemente una pluralità di cose o di soggetti, basta una singola presunzione (che – a questo punto  concorda ovviamente con se stessa) per avere la prova dell’evasione.

Con questa prima forzatura si sono potuti scardinare in un sol colpo concetti giuridici ormai stratificati da secoli, ma con quale fine? Combattere l’evasione?

No. Lo scopo era quello celare l’incapacità degli organi preposti al controllo di condurre serie e particolareggiate analisi, tali da poter supportare le ipotesi di illecito amministrativo (o di reato) con una puntuale attività istruttoria. Ecco dunque che invece di spingere sulla formazione e riqualificazione del personale, l’Amministrazione statale preferisce individuare una via più facile: ribaltare l’onere della prova sul contribuente incriminato.

Le presunzioni da tante diventano una ed è il contribuente a dover dimostrare di essere innocente, azzerando così anche il principio secondo il quale chi vuole promuovere un’azione contro qualcun altro deve dimostrare l’esistenza dei presupposti dell’azione stessa.

Capito il trucco, i vari governi che nel tempo si sono succeduti, pigiano sull’acceleratore di questo perverso e malinteso concetto di giustizia.

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Ecco che appaiono prima i “Parametri” e poi vengono “copiati” dal sistema fiscale francese gli studi di settore che, mentre oltralpe rappresentano uno degli strumenti per individuare situazioni anomale da sottoporre a controlli più accurati, da noi diventano subito elemento di prova contro il contribuente, che si trova costretto ad assolvere all’onere di fornire una prova contraria.

Qui entrano in gioco due ulteriori elementi peculiari del nostro ordinamento:

– nel processo tributario sono ammesse solo prove documentali;

– l’avviso di accertamento è un atto esecutivo, quindi lo Stato ha titolo di chiedere (almeno in parte) quanto risulta dall’avviso di accertamento, anche se risulta pendente il giudizio di primo grado.

Di conseguenza contro il risultato di un freddo ed asettico calcolo statistico (tale è infatti il ricavo stimato dagli studi di settore) il contribuente deve essere in grado di fornire un documento che attesti il contrario (la cosiddetta prova diabolica) con il rischio di dover cominciare a pagare anche prima che la Commissione tributaria si sia espressa.

In questi giorni vediamo un gran fermento attorno al “redditest” ed al nuovo “redditometro”.

Con l’evidente intento di calmare il popolo, appare alla TV il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera il quale assicura che lo strumento verrà utilizzato con molta attenzione e che l’obiettivo è quello di scovare i grossi evasori. Sarà, ma se avesse anche detto d’aver già nel cassetto oltre 300.000 lettere da recapitare ai contribuenti italiani, non avrebbe perso una buona occasione per improntare i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria al principio della collaborazione e della buona fede (come richiesto dall’Art. 10 del Legge 212/2000 che, chissà perché, risulta sistematicamente disattesa).

A questo punto sorge il sospetto di non avere a che fare con un Paese civile, bensì con uno dei peggiori tiranni.

Tuttavia, prima di esercitare quello che Thomas Jefferson riteneva essere uno dei più alti valori democratici (la rivolta fiscale contro governi che si comportano come sovrani assoluti), è bene andarsi a leggere l’illuminante testo dell’Articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Ebbene, credo che questo sia il caposaldo da cui partire (se si vuole evitare la rivolta) per la riscrittura del nostro sistema fiscale, che dovrà essere più semplice per essere efficacemente controllato, che non dovrà riservare privilegi a nessuna delle parti al fine di mettere una buona volta il cittadino allo stesso livello dello Stato, che dovrà, infine, essere più equo per giungere ad un’effettiva solidarietà fra cittadini.

 

Rino Lanzi

Dottore Commercialista e Revisore Legale dei conti 
Via Torchietto 4 – 27100 Pavia
Tel. 0382 528462 – 0382523805
e-mail: lanzi@telnetwork.it

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