Siamo tutti Mattarella?

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di Paolo Rossi

Nel fine settimana è stato eletto il nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Risultato di un disegno tattico mirabile di Renzi, ma di questo e delle ricadute sulle forze politiche che hanno concorso scientemente o no alla sua elezione, abbiamo già letto di tutto e di più. Come abbiamo letto di tutti gli scheletri che qualcuno avrebbe tirato fuori dall’armadio della vita politica del Presidente.

Il Discorso d’insediamento è stato, per chi ha prestato un’orecchio solo e metà cervello, sciapo e noioso. A mio avviso, se ascoltato, al di là della didascalica e un po’ professorale oratoria, ci sono spunti interessanti. Intanto, proprio nel ricordare pedantemente ruolo, compiti, limiti della funzione del Presidente, mette in chiaro che la Costituzione non si applica a fasi alterne.

Altro punto focale mi sono sembrati i cenni sulle prerogative del parlamento nell’ambito di una democrazia rappresentativa come è (ancora) la nostra. Insomma, nella prima parte una bella lezione di educazione civica, proprio di fronte ad una scolaresca in cui accanto a buoni elementi che dovrebbero studiare un pochino di più ci sono quelli che tirano aeroplanini o fanno gare di rutti. Poi il discorso è stato, come ovvio, un elenco di punti sui quali governo e partiti dovranno impegnarsi nella loro azione politica. Gli edotti direbbero wishful thinking.

Qualcuno, conoscendo il Presidente si aspettava discorsi incendiari o altro?

Ma il fatto che più mi ha impressionato, come sottolineato da molti, è che il Presidente è un uomo politico “nato” nella cosiddetta I Repubblica. Questo è sempre detto con una punta di malcelato disprezzo. Ma rendersi conto di questo vuol dire non guardare in faccia il baratro che 20 anni di pseudo II Repubblica hanno lasciato.

 


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Mattarella ha di poco superato i 70 anni, Napolitano ne aveva quasi 80. Nella classe politica italiana non si è trovato un  55-60 enne in grado di assolvere degnamente questo compito. L’eredità spaventosa della II Repubblica, che si sta trascinando anche questa fase confusionaria, è la mancanza di almeno un paio di generazioni di classe dirigente, soprattutto all’interno dei partiti.

I grandi partitoni della guerra fredda, pur con tutti i limiti di strategia e derive affaristiche, avevano ben chiaro il concetto che un partito non è solamente un collettore di voti, ma deve avere una visione del mondo e della società. E questa visione va proposta al popolo sovrano. Il partito doveva dare risposte alla società e guidarla. Ora i partiti fanno da megafono a istanze, giuste in molti casi, non discuto, espresse in vario modo dai propri elettori o sulla spinta di lobby.

Dunque, la selezione dei rappresentanti non è fatta sulla base di un vero e proprio percorso formativo e di crescita nelle responsabilità di governo, ma lasciata allo stato brado; chi grida più forte, chi è più telegenico, chi ha più soldi da investire nella carriera politica. La politica vista come via facile ad una condizione di relativo benessere.

Sere fa ho appreso guardando 8e ½ che Lara Comi è Vice presidente del PPE. Lo stesso partito dei padri dell’Europa Adenauer, Monnet, Schuman, così per dire.Tutto questo fa si che si perda anche di vista il fatto che la politica non è solo l’arte di ottenere consensi, ma anche la capacità di fare compromessi nel senso migliore del termine.

Vent’anni di partito azienda, partiti personali e così via elencando hanno ingenerato l’equivoco che in un partito ci dbba essere una fedeltà cieca nel leader e tutti bravi soldatini obbedienti.

Nella costituzione, ricordiamolo il deputato non ha vincolo di mandato, può cioè votare anche in disaccordo con la disciplina di partito. Alcuni questa facoltà l’hanno messa all’asta. Risultato, deputati analfabeti istituzionali, dibattito con gli stessi toni di un talk show calcistico: infatti molti politici vi intervengono volentieri. Gli argomenti sono trattati con la medesima conoscenza diretta.

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