Aveva ragione lui

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di Paolo Rossi

Aveva ragione lui. Ruby è la nipote di Mubarak. Battuta scontata, come molte altre.

Rimangono alcune riflessioni a margine di una vicenda che ha ammorbato per anni il clima politico mediatico del villaggio italia.

A Mr. B è bastato affidarsi ad un avvocato capace e i risultati disastrosi ottenuti da Ghedini sono stati ribaltati.

Ora potrà avere di nuovo “agibilità politica”. Con questa formula fra il nonsense e l’edilizio, il quasi ottuagenario potrà dedicarsi al futuro dell’Italia. L’uomo è indubbiamente un ottimista, visto che nei vent’anni passati non gliene è riuscita mezza: conta in un altro ventennio di tentativi. Il che è un fantastico controsenso. Colui che si vuole presentare come il motore di un cambiamento è alla testa di un partito in cui i dirigenti sono gli stessi da decenni, quelli rimasti. E quelli fuggiti, uguale. Ora in campo ci sono i due Mattei, che cento ne fanno e mille ne pensano. Si accontenterà di fare il portavoti al Fronte Nazionale di Matteo S. per cercare di battere il partitone Dem di Matteo R.? O vorrà giuocare in proprio lanciando quel poer nanu di Toti allo sbaraglio più di quanto non abbia fatto ora?

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Comunque tra scomuniche della CEI e commenti a tutto spiano su giornali, web ecc. il nostro per alcuni giorni è al centro della scena. Insomma il brand gira.

Rimangono sul tappeto alcune questioni che non sono legali e che non sono minuzie. Sottolineate anche dall’avvocato Coppi che, giustamente, ha deciso per una difesa tecnica piuttosto che una riabilitazione morale del proprio cliente. La prima, definitivamente accertata, è che le cene non erano eleganti e le partecipanti erano prezzolate. La seconda è che la nuova definizione del reato di concussione per induzione di fatto è un via libera ad un esercizio del potere “persuasivo” indiscriminato.

Nel primo caso, Coppi diceva che è materia da confessionale. Bella battuta per sottolineare la consueta ipocrisia cattolica e maschilista. L’uomo può peccare con la carne, basta però una bella confessione e i peccati sono rimessi. In più il peccato di carne nell’uomo di potere è uno status symbol. Insomma un potente non circondato da uno stuolo più o meno numeroso di ammiratrici professionali non è un potente ma un impotente. Ça va sans dire che, nei soliti paesi calvinisti e moralisti (che noia che barba, che barba che noia), un capo del governo che si riempie la casa di zoccole e papponi sarebbe costretto all’esilio un minuto dopo la scoperta del misfatto.

La seconda questione apre, a mio avviso, uno scenario abbastanza inquietante. Dicono i tecnici del diritto che la concussione per induzione sia difficile da provare oltre ogni ragionevole dubbio dal momento che se il concusso non registra o ammette espressamente di essere stato concusso non c’e reato. Anche in presenza di una registrazione in cui il potente “chiede” un favore al quale non avrebbe diritto e il povero subordinato acconsente. Ovvio, dal momento che la richiesta viene da uno che ti può stroncare una carriera promettente. Dovrebbe farlo in presenza di una terza persona che direbbe: «Ma, perbacco! Questa è una concussione! Signor Concussore la prego di porre un termine a questo suo comportamento doloso. E lei, Signor Concusso, si svegli, e venga con me dalla forza pubblica per sporgere denunzia».

Se qualcuno lo crede possibile allora crede anche a Babbo Natale e allo scudetto della Roma.

 

 

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