Indignazioni

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di Paolo Rossi

È passata una settimana dal naufragio del barcone che ha provocato la morte di 750 persone che cercavano di mettersi alle spalle una vita grama e senza speranze nella speranza di una vita grama ai margini del traballante Eldorado europeo. Questa tragedia è stata surclassata dal terribile terremoto in Nepal, i cui contorni sono tanto incerti quanto spaventosi.

Del livoroso dibattito sui migranti, andato in onda a reti unificate e nel massificato mondo del Web, non rimangono che le ultime bucce per terra.

Vorrei però ritornare sul corto circuito tra logica e realtà creato dal naufragio.

Non parlerò della paradossale vicenda del post di Gianni Morandi, ma vorrei proporre ai miei cinque affezionati lettori, una piccola riflessione su alcune letture che ho fatto nei mesi e nei giorni scorsi su questo tema.

Sulle ragioni che spingono migliaia di persone a sfidare la morte (rischiare la vita dà l’idea di un’impresa più facile) in viaggi paurosi, soste infinite, soprusi per arrivare sulle coste libiche per farsi caricare su improbabili battelli lanciati in mare nella speranza che incontrino qualche nave che li raccatti, ha scritto come al solito una serie di articoli densi e partecipati Domenico Quirico su “La Stampa”.

Sempre sullo stesso tema segnalo un pezzo di Paolo Cuttitta apparso sulla testata web Corriere delle Immigrazioni[1]. Cuttitta relaziona di un lavoro scientifico della Vrije Universiteit di Amsterdam che ha come oggetto un censimento delle persone morte e recuperate durante questi tentativi di sbarchi nei paesi verso i quali si dirigevano. Uno degli scopi è sia capire chi sia morto e poter fornire notizie certe alle famiglie che ignorano il destino di alcuni dei loro componenti, sia per avere idea dei flussi. I ricercatori vorrebbero estendere il censimento anche a quelli che si apprestano a partire.

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Il tutto per fornire alle istituzioni strumenti per gestire il fenomeno delle migrazioni dalla sponda sud del Mediterraneo. Secondo i ricercatori, le azioni “umanitarie” messe in campo da singoli stati e istituzioni sovranazionali, di fatto, nascondono un sistema di mero controllo delle frontiere (tutto sommato abbastanza lasco), rovesciando la responsabilità degli effetti che esso produce solo sui “trafficanti di esseri umani”. E le azioni di contrasto a questi soggetti diventano pretesti per un ulteriore inasprimento del blocco delle frontiere. La conclusione alla quale arrivano è che sarebbe auspicabile permettere a chi vuole emigrare di farlo in sicurezza senza dover ricorrere a chi imbarca 700 persone su un barcone di 20 m. In pratica elaborare delle politiche migratorie che permettano non solo a chi fugge da guerre e persecuzioni di cercare la propria via altrove.

È questo un approccio sicuramente divisivo, ma ci conferma come in tutti i fenomeni umani non ci può essere mai una netta distinzione fra bianco e nero. Ci possono essere tendenze, molteplici sfumature, storie individuali. Insomma bisogna studiare per capire. E poi elaborare delle possibili soluzioni, sapendo che un controllo totale su questi flussi non lo si potrà mai avere. Spesso si fanno confronti fra l’emigrazione storica dall’Europa alle Americhe di inizio Novecento. Quelle regolate in maniera ferrea con la selezione finale a Ellis Island. Ma sappiamo benissimo come ci siano state lo stesso navi che portavano emigranti clandestini.

Sempre su questo tema un paio di mesi fa mi è capitato di leggere un bel libro scritto da Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura, edito da Feltrinelli. È la storia di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ama correre e riesce a partecipare alle olimpiadi di Pechino 2008; ma quando si allena per qualificarsi per Londra 2012, a Mogadiscio gli integralisti islamici impediscono alle donne di fare sport se non coperte dal burqua. Samia decide di partire e affronta quel viaggio descritto anche da Quirico.

Ecco perché su questo, che è uno dei problemi ai quali tutti in qualche modo siamo chiamati a dare risposte, non mancano le fonti per cercare di capire cosa sta succedendo, farsi delle domande ed evitare di scrivere bestialità a ruota libera sui social, o di dirle al bar, come successo la scorsa settimana.

A questo proposito cito una corposa intervista apparsa su R2 Cultura il 22 di aprile al filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han dal titolo: Io, apocalittico contro gli integrati di Internet. Il titolo riprende quello del saggio di Eco. La tesi in estrema sintesi è che, per Han, l’anonimato e la trasparenza sul Web sono il male assoluto. Che internet proponga una idea di condivisione che in realtà è divisione e genera un venefico narcisismo digitale che restringe i nostri orizzonti culturali e arriva a minare le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa.

L’intervista è molto interessante e il filosofo conia l’interessante neologismo dello shitstorm riferito alla tempesta di offese gratuite e indignazione online di cui la vicenda di Morandi di cui abbiamo parlato all’inizio è un esempio.

Condivido pienamente il passaggio in cui sostiene che tutto questo indignarsi e commentare superficialmente fatti di cronaca e politica di fatto riduce quest’ultima ad un “eterno vaniloquio”, come scriveva Foscolo.

Secondo Han i nuovi mezzi digitali oltre che avere un enorme potenziale di emancipazione tendono a diventare poderosi sistemi di controllo anche sul lavoro. Un lavoro che si insinua sempre più nelle vite delle persone facendo sbiadire il confine tra occupazione e tempo libero.

 


[1] http://www.corrieredellemigrazioni.it/2015/04/24/elenco-delle-vittime-nel-mare/

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