La scuola

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di Paolo Rossi

Sono passate un paio di settimane e la democrazia non è più in pericolo, del terremoto del Nepal non ci occupiamo più, si va beh adesso c’è stata la riunione a Bruxelles per decidere di non decidere cosa fare a proposito dei migranti che attraversano il mediterraneo. Civati gufa il Pd in Liguria, Berlusconi è più preoccupato per il Milan che di Forza Italia (o di ciò che ne rimane), Salvini litiga con il buonsenso e con Alfano che gli rinfaccia l’uso di 8.500 poliziotti per proteggerlo ai suoi tentativi di comizio.

Due argomenti agitano le pagine dei giornali e fanno ribollire i social: la sconfessione della riforma Fornero da parte della Corte Costituzionale e l’avvicinarsi del voto finale sulla riforma della scuola.

Delle pensioni non parlo. È come se parlassi della transustanziazione.

La Scuola, chi la tocca, muore. Giorni fa illustri giornalisti hanno evidenziato come negli ultimi 25-30 anni tutti i ministri che si sono succeduti al governo dell’Istruzione hanno tentato di riformare questa istituzione fondamentale per lo sviluppo di un paese che vuol chiamarsi civile. Sviluppo non solo economico, ma innanzi tutto sociale e culturale. Un popolo di analfabeti di ritorno come sta (o è) diventando il nostro come può affrontare il mondo globalizzato? Infatti, lo affronta male.

Intendiamoci, la scuola che ho frequentato ai tempi della mia, fortunatamente lontana, adolescenza non era un prodigio formativo. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta finiva l’onda lunga del ‘68 e dintorni e si affacciava una timida restaurazione. Alcuni reduci di quelle “battaglie” cominciavano ad entrare nelle classi come professori, i loro smunti epigoni adolescenti battagliavano nelle assemblee studentesche per decidere titoli di cineforum o parlare dei cessi senza carta igienica.

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Se ti andava bene, avevi uno o due insegnanti che sapevano fare il loro mestiere e diventavano figure tipo Robin Williams in L’attimo fuggente, circondati da uno stuolo di figure fra il patetico e l’inutile. Se ti andava male, dovevi combattere contro forme sottili di sadismo e instabilità che potevano incidere in modo considerevole sul tuo equilibrio mentale. C’erano sezioni di Serie A, dove la crème cittadina o del quartiere, mandava i propri pargoli a perpetuare l’inner circle, e sezioni di serie B e C dove finivano i paria.

Ci salvava da un’ignoranza bruta, in alcuni casi la famiglia, che non era il nostro avvocato difensore e magari possedeva e leggeva libri, nonché stuoli di professori, delle stesse scuole dove venivamo bastonati al mattino, e studenti universitari che davano lezioni private, ovviamente in nero. C’è chi si guadagnava un secondo stipendio alla catena di montaggio pomeridiana delle “ripetizioni”, con liste d’attesa paragonabili a quelle per una TAC. Se scampavi al liceo poi all’università incontravi finalmente dei maestri. Parte della mia generazione l’ha scampata in questo modo e oggi può dire di essere in quel 30% di adulti in grado di capire e interagire in modo cosciente con il mondo.

Da quello che si legge sulla scuola italiana hanno diritto di intervenire tutti, come sulla nazionale di calcio. Non si riesce neanche a capire chi abbia competenze per intervenire.

Probabilmente questa riforma sarà approvata tra crisi isteriche e turbini nei talk show. Per poi venire stancamente metabolizzata dal corpaccione che dovrebbe curare, fino alla prossima riforma. Fra un paio d’anni.

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