Lobbismi

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di Paolo Rossi

Qualche giorno fa sul “Corriere” fondo di Galli della Loggia sulla lobby dei professori universitari che, sostiene, sarebbero fra i principali responsabili dell’ingessatura del sistema accademico italiano. Ricorda le percentuali imbarazzanti di docenti sotto o intorno ai quarant’anni.

Qualche giorno prima si leggeva della lobby dei farmacisti che ha ottenuto il mantenimento del loro monopolio sulla vendita dei farmaci di fascia C, con conseguente lamento di tutti quei laureati in farmacia che, non essendo abbienti o figli di farmacisti, vedono la possibilità di accedere alla professione sempre lontana.

E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine a parlare di categorie che, in quanto tali, sono ovviamente portatrici di interesse, così dicono i colti. Nulla di male. Peccato che ciascuna categoria consideri il proprio interesse superiore all’interesse generale e quindi si batta alla morte per continuare a godere dei privilegi acquisiti.

Tutto questo oltre a rendere l’economia italiana elastica come un blocco di marmo, impedisce di fatto ogni possibile riforma. Ogni lobby che si rispetti fa in modo che tra i rappresentanti del popolo ci siano persone a loro devote. Quindi chi dovrebbe agire negli interessi del popolo sovrano non lo fa. Sono banalità oltre l’ovvio, che fanno sembrare parte del tessuto economico come un reperto rinascimentale. Anzi, l’economia italiana del rinascimento era forse più agile e piena di opportunità.

Tutto questo accade mentre ancora calda è la discussione sull’approvazione del cosiddetto Jobs act; stendo un velo di umana pietas sul fatto che si debba scimmiottare Obama e gli obamiani in questo modo puerile e provinciale. Ma abbiamo un governo di ggiovani e i ggiovani sono smart, vanno fast e si considerano post tutto.

Dicevamo della riforma del mercato del lavoro (questa formulazione ha poco appeal ma è molto più real). Lascio a chi è più ferrato di me spiegare per filo e per segno quale luminoso futuro per i lavoratori sarà in grado di assicurare e provo, galleggiando nella mia ignoranza aggrappato alle travi del dubbio, a buttar lì qualche domanda per chi sa.

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Uno dei problemi del mercato del lavoro italiano è la pletora di persone costrette a lavorare senza vedersi riconosciuti diritti minimi quali stipendio, contributi per la pensione, la malattia e la maternità. Penso a quanto succede in un settore molto in voga come quello della Infomation Technology: se uno scorre gli annunci di lavoro su qualsiasi portale dedicato vede che il 90% degli annunci è per figure di programmatori; bene, in questo settore forme di lavoro subordinate che si avvicinano ad una versione moderna dello schiavismo sono piuttosto frequenti, diciamo così. Questa nuova disciplina sana queste storture?

Una caratteristica da molti sottolineata del mondo imprenditoriale italiano è la sostanziale maggioranza di imprese che possono essere definite piccole-medie. In queste realtà spesso a proprietà familiare, dove i figli entrano in azienda per rilevare il ruolo dei padri si trovano situazioni in cui le persone di fatto non hanno speranza di “carriera” visto che i ruoli apicali sono “prenotati”, in cui la mobilità interna è assente, si cresce d’età e a volte di retribuzione ma spesso si rimane incastonati in un ruolo per tutta la vita lavorativa.

Ecco che in queste situazioni la prospettiva che l’azienda ci possa licenziare in un battito di ciglia qualche problema lo pone. Anche perché chi esce da queste situazioni non ha i paracadute offerti a volte da battaglie sindacali sostenute per realtà grosse in cui anche il battage mediatico aiuta. Un mercato del lavoro in cui se uno è abituato alla sua nicchia di tranquillità, svegliarsi nel frullatore della disoccupazione è traumatico. La cosiddetta formazione o riqualificazione che sembra serva più ai riqualificatori che ai riqualificandi.

Insomma l’impressione che ho è che, come sempre, si creino in Italia situazioni in cui ci sono dei garantiti (lobbies, lavoratori a tempo determinato, impiegati pubblici, pensionati) e dei non garantiti (giovani, disoccupati, ex lavoratori maturi) che in un certo modo si contendono lo spazio vitale e istituzioni che non sono in grado di decidere e di avere una visione su quello che deve essere il futuro economico del paese.

Ma anche queste sono cose di una banalità che mi sconcerta. Si vede che in fondo stiamo bene così. E un po’ di teatro non guasta mai.

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