Un paese diviso in due

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di Paolo Rossi

Lunedì 13 aprile “La Stampa” dedica un articolo allo studio di Confartigianato che compara i tassi di disoccupazione delle 20 regioni italiane con quelli registrati nei paesi dell’unione.

Il tasso più basso è quello, indovinate un po’, della provincia autonoma di Bolzano che riesce a far meglio della sua madrepatria d’elezione, la Germania, e dei suoi cugini d’Oltralpe, gli austriaci. Insomma la Locomotiva d’Europa è una zona culturalmente omogenea dove si parla tedesco. Quello che in qualche modo stupisce è che tutto il nord (Emilia compresa) presenta tassi che sono ampiamente sotto il 10% o lo superano di poco.

Le ultime posizioni di questa classifica sono occupate, anche qui con scarsa sorpresa purtroppo, da regioni del Sud: Sardegna Puglia Campania Sicilia e Calabria con tassi  ben superiori al 20%. Chiudono la classifica comparata Regioni-UE Spagna e Grecia.

A supporto dei dati, un commento che tenta di spargere un po’ di ottimismo, fa  notare come la tendenza negli ultimi mesi sia di recupero delle quote di occupati. Bisogna tener presente che, negli ultimi 6 anni, il Sud ha perso un numero di occupati superiore di due volte e mezzo circa rispetto a quelli del Nord.

Quali siano le ricette per colmare questa schizofrenia occupazionale non è compito di questa piccola rubrica metterle in campo, visto che illustri legioni di economisti si stanno applicando dai tempi di Camillo Benso conte di Cavour. I suoi moderni epigoni tra gite in felpa geograficamente connotate, profluvi di cinguettii roboanti e passeggiate con un barboncino bianco,  non sembrano cavalli su cui puntare una posta elevata.

Una rappresentazione plastica della divisione del paese è data anche dai crolli che hanno interessato nei mesi e nei giorni scorsi alcuni tratti autostradali.

Si è cominciato con il crollo del viadotto della Salerno-Reggio Calabria con tanto di camion conficcato nel pilone del viadotto (e purtroppo pure un morto); poi il viadotto del rifacimento di un tratto della Palermo-Agrigento e l’altro giorno il crollo sulla Catania-Palermo.

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Ieri, in Sardegna sprofonda la sede stradale in un tratto iniziale della nuova 554 che da Cagliari porta sulla costa Est, definita sbrigativamente “la strada per le località turistiche”.  Mentre scrivo queste righe i siti d’informazione riportano la notizia delle dimissioni del Presidente di ANAS. Le conseguenze di questi crolli sono gravissime. Sicuramente mettono ancora una volta alla luce il modo rapace con cui si costruiscono le infrastrutture in italia: “gare” di appalto al ribasso, varianti in corso d’opera, dilatazione di tempi e costi, subappalti e adesso viene anche fuori costruzioni approssimative o colpevolmente al risparmio.

Quindi, indignazione, indagini lunghe e laboriose, campagne mediatiche, processi lunghi e prescrizioni certe per responsabilità indefinite. Quello che rimane è che parti del territorio nazionale, già disagiate, diventano meno raggiungibili. Una strada a scorrimento veloce come quella che da Cagliari porta a Villasimius non serve solo a rendere più semplice l’arrivo sulle spiagge ma a far viaggiare merci e persone in modo più rapido in una regione dove non ci sono autostrade e dove non esiste praticamente una rete ferroviaria. Lo stesso dicasi per la Sicilia.

Il crollo sulla Palermo-Catania raddoppia il tempo di percorrenza tra i due capoluoghi dell’isola. E anche qui merci e persone viaggiano su gomma. La Salerno-Reggio Calabria è un monumento alla mala gestione (a partire da un percorso che dal mare sale a più di mille metri di altitudine) e forse i miei nipoti la vedranno finita, ma non ne sarei certo.  

Si parla di anni per rimettere in sesto le vie di comunicazione. Anni. Per tornare al punto di partenza di una situazione che era già indegna. L’Unione Europea, la scorsa settimana,  ha sanzionato l’Italia perché non prevede nel suo ordinamento il reato di tortura, in relazione ai fatti del G8 di Genova. Per questi crolli andrebbe forse introdotto il reato di procurato sottosviluppo.

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