A vent’anni rivoluzionari e a quaranta… pensionati

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di Gianluigi M. Riva 

Quando tocca far pace col diritto, ma prima col cervello

I fatti di Milano sono ancora freschi nei dibattiti televisivi. Nei bar ed ai tavoli da pranzo, si consumano commenti, analisi e soluzioni. Un intero Paese di C.T. della Nazionale, di Giudici, di Prefetti, di Presidenti di qualcosa, che sanno che cosa andava fatto, possiedono la soluzione al problema, sono depositari dell’arcano segreto di come far funzionare le cose.

Tali roboanti argomentazioni («Una mitragliata e i barconi fanno retromarcia»; «Basta sparare ad altezza uomo e vedi che la folla si disperde»; «Bisognava prevenire la cosa impedendo di farli arrivare» ecc.), si scontrano sovente con il limite della realtà. Poco fattibili, vagamente irragionevoli, sicuramente inaccettabili. Inaccettabili dall’opinione pubblica.

Quella strana entità sovraindividuale che “pensa”, manifesta emozioni, giudica, valuta. Gli stessi singoli che al bar vogliono le manganellate per i manifestanti, si scioccherebbero – in qualità di  opinione pubblica – se la misura venisse veramente presa. Così come il bestemmiatore rimane costernato se sente bestemmiare in televisione.

L’opinione pubblica è anche quell’entità particolarmente influenzabile. All’uopo c’è una particolare categoria sacerdotale che nel mondo moderno si chiama mass-media. Sacerdoti in quanto veicolo dell’informazione, elaborata in opinioni, punti di vista, considerazioni. E ritrasmessa. Il ricevente – singolo , diventa “opinione pubblica” nella somma dei riceventi.

E l’opinione pubblica si indigna quando vede messa in opera qualcuna delle soluzioni che al bar vengono invece apologizzate.

Ma chi si misura con il potere deve prendere le vere decisioni. Spesso le deve prendere di fretta. E quelle decisioni devono risolvere problemi. In maniera sì efficace, sì ragionevole, ma soprattutto, in maniera accettabile per l’opinione pubblica.

Ecco perché, ad esempio, i funzionari di P.S. tendono a non reprimere attivamente i comportamenti, anche vandalici, di alcuni manifestanti. Ecco perché anche se si avrebbero i mezzi per farlo, non si agisce in via preventiva. Ecco perché si preferisce – e questo soprattutto politicamente – aspettare che finiscano le devastazioni, per poi dare la caccia ai colpevoli. (E poi lanciare la patata bollente alla magistratura che avrà la responsabilità di punire o meno costoro).

Scaviamo ancora un po’, per cercare le radici.

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La nostra Costituzione ci insegna che aggregarsi e manifestare il proprio pensiero – quindi anche il dissenso  è un diritto garantito. Questi diritti incontrano alcuni limiti, coincidenti con il concetto di Pubblica Sicurezza, in gergo P.S. Esiste un testo legislativo, chiamato T.U.L.P.S. che raccoglie tutte queste leggi di Polizia amministrativa, le quali conferiscono agli organi statali taluni poteri molto invasivi. Il Tulps porta la data del 1931 e risente dell’impostazione – e delle esigenze storiche – dell’epoca fascista (che ci ha anche regalato il vigente codice penale). Entrambi sono stati rivisitati dalla Corte Costituzionale che li ha lentamente riadattati al contesto democratico. Però conservano ancora le linee guida delle origini e spesso lasciano molta discrezionalità a chi deve/può agire per la tutela dell’interesse pubblico. Cosa che può essere bene o male a seconda di come viene gestita.

Dalla carta alla pratica succede appunto che i mass-media influenzano l’opinione pubblica, che a sua volta influenza i governanti, che a loro volta “invitano” gli amministratori ad agire con prudenza.

Ecco perché “non si possono” usare alcune pratiche che dalla legge sarebbero comunque concesse. Così ad esempio nelle manifestazioni di piazza (italiane), le Forze di Polizia (italiane) non usano molte procedure di P.S., come idranti, cavalli, pallottole di gomma. Oppure si evita di azionare fermi di P.S. preventivi a coloro che – e li conoscono tutti – sì sa che parteciperanno alle manifestazioni solo per fare tafferugli.

Ma che cosa direbbe l’opinione pubblica se la polizia usasse gli idranti per disperdere i manifestanti, se venissero sparati ad altezza uomo proiettili di gomma o investiti manifestanti dalla forza di un cavallo che carica? E cosa diremmo noi al bar se tra quei manifestanti ci fosse un figlio, un amico, un fratello?

Le parti politiche – come l’opinionista da bar – hanno un genetico senso del “due pesi, due misure”, a seconda di chi manifesta e per che cosa. E a seconda di chi governa e da che parte stanno i manifestanti. Così le manifestazioni del G8 di Genova sono state assurte a emblema di una ribellione quasi giustificata. Ad un aula della Camera dei Deputati si è dato il nome di una persona che – nel bene o nel male, a prescindere da ciò che si può pensare politicamente – aveva aggredito un mezzo dei Carabinieri con spranghe e assi di legno e stava tirando un estintore ai suoi occupanti.

Allo stesso modo le ribellioni di piazza sono elogiate quando sono in piazze lontane. Se anche ci sono morti, distruzioni, feriti, ma fa comodo che queste manifestazioni ci siano, le chiamiamo “Primavera Araba”. Oppure le chiamiamo “Rivoluzione Francese” o “Risorgimento”, quando sono lontane nel tempo.

Quindi?

Quindi tocca decidersi. Capire quali sono i nostri criteri di giudizio ed applicarli a tutte le situazioni che presentano le stesse caratteristiche. Ed è qui che la nostra etica si trova a disagio. Perché nel nostro profondo ci diciamo che se la motivazione è giusta, allora si può giustificare anche un’azione scorretta. Contro la legge. E chi decide se è giusta?

Noi. Con l’aiuto dei mass-media ovviamente. È qual è il discrimine che determina se qualcosa è giusto o sbagliato?

Se ci tocca o meno. Perché siamo il paese dei diritti acquisiti e del clientelarismo. E se un diritto è di un altro, dovrebbe certamente rinunciarvi per il bene comune. Ma se è nostro lo pretendiamo perché sarebbe un’ingiustizia dovervi rinunciare.

È il principio d’uguaglianza all’italiana. Che poi dovrebbe essere e-guaglianza… ma lasciamo perdere!

Così pretendiamo (giustamente) che politici e soliti accoliti rinuncino ad un vitalizio ingiustificato, ma abbiamo già chiamato l’avvocato per sapere come fare a far valere la sentenza della Corte Costituzionale che dice che il blocco dell’adeguamento delle nostre pensioni è stato illegittimo. E allora ci prepariamo a metterci tutti allegramente in fila per avere quello che ci spetta di diritto. E intanto ci lamentiamo del buco da 13 miliardi di euro che si verrà a creare.

Chi tra coloro che hanno sfruttato le pieghe delle leggi e leggine degli anni ’70 e ’80, che consentivano di andare in pensione con 15 anni di anzianità, sarebbe oggi disposto a rinunciare alla propria pensione e a tornare a lavorare?

Al volontario bisognerebbe dare una medaglia d’oro. No, be’, facciamo di bronzo, che già le casse statali sono al verde.

Forse è proprio vero che in Italia vige l’uguaglianza (ma non l’eguaglianza), dove i governanti sono lo specchio e l’espressione della società che è governata. Poi c’è chi è più uguale degli altri e tutti vogliamo arrivare a quel “più”, senza contare che per ogni “più” c’è qualcun altro che ha un “meno”.

Ma alla fine, per dipanare questa matassa paradossale bastano le parole di un filosofo contemporaneo – forse “un poeta dialettale amico di Bob Dylan” – : «Minchia cioè, ma la banca è l’emblema della ricchezza, cioè, bo’, se non do fuoco alla banca sono un coglione. No va be’, è una protesta e si fa bordello, si spacca tutto. Ci sta dentro è una bella esperienza».

D’altra parte nella storia solo Gandhi gli ha dato torto.

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