Casa dolce casa

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Dimmi che affitto paghi e ti dirò chi hai votato

di Gianluigi M. Riva

Ci risiamo. Un altro scandalo all’italiana, che si mette in fila a tutti gli altri e dipinge uno scenario ormai sconfortante. Uno scenario da terzo mondo.

Il caso è quello degli immobili di proprietà del Comune di Roma, dati in affitto a pochi euro. Non una novità in effetti, se pensiamo a tutti gli indecorosi scandali susseguitisi sul tema in tutta Italia. Come a Milano, dove qualche anno fa era venuto fuori uno scandalo simile per le case vista galleria concesse (con criteri molto brumosi) ad amici di amici per manciate di palanche al mese.

Già Stella e Rizzo ne La Casta, anni fa denunciavano fa gli sperperi in questo senso. Dalla loro indagine emergeva che il Comune di Napoli possedeva (in proprietà) qualcosa come decine di migliaia di immobili, dati in “concessione” ad anonimi “clientes” …ma tranquilli, «la Camorr’ non esishte»!

Poi, tra i tanti altri, ci sono scandalucci come quello dell’ingenuo Scajola, che non sapeva gli fosse stata pagata la casa (beata ignoranza!). Oppure quello del coerente D’Alema – paladino (!) del ceto operaio – che per sentirsi più vicino alla classe proletaria pensò bene di abitare nelle case popolari (di lusso) …ovviamente a canone agevolato. E ancora il gasteropodico Fini, che tra una muta e l’altra intese “distrarre” dal patrimonio di partito la famosa casa a Montecarlo, lasciata in eredità appunto al partito.

Facezie, quisquiglie, cose da ragazzi.

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Niente a che vedere con quei meravigliosi capolavori di arte della concussione, della corruzione e dell’amico giusto, che hanno portato sin dal primo dopoguerra a monumentali opere di appalto, concessione ed edificazione, che ancor oggi gratificano lo sguardo e la coscienza nel loro cementizio tripudio.

Ma d’altra parte l’Italia è una Repubblica (diciamo così) democratica (..che un po’ di humor ci vuole sempre) (s)fondata sul fugno. Ma per non farci mancare nulla è anche fondata sul clientelarismo, sull’interesse personale, il favore, la raccomandazione e sull’appalto aumma aumma.

..che allora, non conveniva rimanere al buon vecchio feudalesimo e salvavamo un po’ di coerenza?! Ma va bè!

Eppure, ai clientes italiani puoi aumentare le tasse o togliere il voto, che poco loro ne cale. Ma quando tocchi la casa, iniziano ad incazzarsi. Non tanto certo, non come se vietassero di andare allo stadio. Non tanto da fare la rivoluzione come i popoli civili.

Il clientelarismo all’italiana è il male e allo stesso tempo il nutrimento del cittadino. E la casa è in fondo è il centro di tutto questo. Ma guardiamoci un po’ intorno, prestiamo attenzione a ciò che sta succedendo.

Le case popolari, che dovrebbero essere un serio strumento di suddivisione sociale delle difficoltà economiche di alcuni, sono divenute nel tempo metodo di concessione di privilegi da pagare in favori, voti, “fedeltà feudale”.

Le cd. graduatorie, che dovrebbero essere strumentali ad un’equa ripartizione sociale di questi alloggi, sono invece per lo più classifiche disancorate dalla realtà. Infatti non esiste in Italia alcuna “mappa” della ricchezza, né della povertà, tale che si possano delineare criteri validi e realistici che rispecchino il vero bisogno. Allo stesso modo la mappa catastale del territorio è completamente fuori asse rispetto al reale valore degli immobili. In questo modo c’è chi rischia di apparire come ricco possidente anche se nella realtà non lo è e viceversa, c’è chi appare indigente pur avendo la proprietà di immobili di lusso.

In più c’è la tecnica tutta italica di apparire a reddito zero per poter accedere a tutti i benefici che ne derivano.

E quindi chi rimane in lista d’attesa (con prospettiva decennale) per avere una casa popolare, si risolve ad occuparne una. E ovviamente non si può più – nella pratica – cacciarli fuori. E anche se si potesse, si incorrerebbe in quel paradosso tutto italiano che risolvi un problema (le case occupate), creandone un altro (le famiglie per strada).

Stessa cosa vale per i senzatetto e gli immigrati. Da un lato ci si lamenta quando si danno abitazioni popolari agli immigrati – e rimane una lamentela comprensibile per chi la casa non ce l’ha e in quanto cittadino vorrebbe/dovrebbe essere “preferito” , ma dall’altro ci lamentiamo quando gli immigrati stanno per strada o occupano le stazioni.

Sullo stesso piano bifronte abbiamo il fenomeno dell’abusivismo, civile e pubblico. Addirittura nelle aree più “colpite” dagli eco-mostri si sta già consolidando un turismo (straniero) per andare a visitare cose come il cavalcavia abitato o il ponte che finisce (interrotto) davanti a casa del signor “Catozzo Vito”. Ma ci sono anche tante, troppe case abusive “condonate”. Ah già, perché siamo anche un Paese fondato su condono, indulto e amnistia.

Per non parlare dell’indecente, incivile ed inaccettabile situazione di terremotati ed alluvionati. Un qualcosa di indegno per uno Stato sedicente “civile”. Ed è proprio guardando a questo, che si nota come da una parte si sono commesse e perpetrate nel tempo le più vergognose ruberie, dall’altro, quando c’è da risolvere un problema si arriva all’immobilismo. Immobilismo dovuto anche al contrappasso della paura di essere sotto la lente di ingrandimento nel concedere permessi, prendere decisioni, fare. FARE

Est modus in rebus ragazzi. Lo dicevano i nostri avi romani. E avevano ragione.

La casa. Questo oggetto dei desideri. Quattro mura. Quattro mura fondamentali però: per vivere (e non sopravvivere), per mettere su famiglia o anche solo per mettere radici e creare le basi di un futuro. E quindi non stupiamoci se oggi abbiamo la crisi delle nascite, la crisi delle compravendite, la crisi dell’immigrazione. La politica sulla casa è il fulcro di tutto.

Arriveremo forse (obtorto collo) a una nuova concezione di possesso? Dalla proprietà all’uso?! Un po’ come accade per le automobili, dove la tendenza (più negli U.S.A. in effetti, ma la “moda” arriverà anche qui, passando come sempre per Milano) è quella di non comprare più l’auto, ma di usare il car-sharing, Uber o Lyft, o addirittura di affittarla da chi non la sta usando (come accade per le case con AirBnB). È questo il futuro?

La casa diventerà un altro mezzo di condivisione? Da scambiare e cedere, ma non da possedere (nel senso di proprietà): solo da usare. In un tripudio di neo-comunismo funzionale al capitalismo!

Ma allora, a prescindere da che evoluzione sociale travolgerà la buona vecchia caverna, non è il caso di aprire un attimo gli occhi e vedere che questo elemento fondamentale per lo sviluppo della società non rientra nemmeno nel novero dei diritti fondamentali dell’uomo, né ha una protezione costituzionale quale diritto necessario da garantire!? E non è un po’ strano?

Ma va làààààààààààà, “chissene” della casa come diritto, tanto ci abbiam il calcio, il festival di Sanremo e l’amico al posto giusto. E chi ci ammazza a noi?

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