Demo come “demo”, crazia come “crazia”

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Si scrive Repubblica democratica, si legge paradosso matematico

di Gianluigi M. Riva 

«Bevi Democrazia, la bibita gassata al gusto di libertà di espressione». «Democrazia, contro il monarca impossibile, senza pre-trattare».«Uso Democrazia. Perché? Non so perché!».

Quando si sente parlare di democrazia, ormai l’impressione è che si stia facendo un operazione di marketing. Non a caso di parla di “spot” elettorali.

«Vota e fai votare Antonio La Trippa»: non è poi cambiato molto da allora.

Chi crede veramente nella democrazia, non può che essere sconfortato da come essa funzioni.

Lo si è già scritto (e qualcuno nella storia lo ha già detto) che la democrazia è la peggior forma di governo, ma la migliore fra quelle che sinora abbiamo trovato.

Un’idea un po’ controcorrente, potrebbe essere invece quella di vedere la storia come un qualcosa di dinamico, ma circolare. Alla Giovan Battista Vico insomma. Ogni periodo storico necessiterebbe così di una sua forma di governo, che emergerebbe naturalmente nel dato periodo, come sua connaturata espressione. A qualcuno serviva il Re, a qualcuno il Comune, a qualcun altro il Partito.

A noi dunque è toccata la democrazia, coi suoi pregi e suoi difetti.

Ma cos’è la “democrazia”?

È “comando del popolo”, come suggerisce l’etimo? È il governo della maggioranza? È il diritto di esprimere sempre e comunque la propria opinione? È un sistema di governo che rappresenta il maggior numero di elettori? Già iniziano i problemi, perché sposando l’una o l’altra interpretazione – e tutte sono valide – cambiano gli effetti. E se si combinano due o più definizioni, si possono avere dei conflitti fra principi.

Complichiamo un po’ le cose: la democrazia poi, può essere diretta o rappresentativa. Oggi la democrazia rappresentativa va molto di moda e si è usi riempirsi la bocca del termine, abusarne, citarlo a sproposito.

Viene apologizzata la democrazia ateniese dell’antica Grecia, ma ci si dimentica di indicare alcuni dati. Nella città stato, l’apice di quella che oggi indichiamo come democrazia ateniese, si ha sotto Pericle. In questo periodo, solo i maschi, adulti, con cittadinanza e che avessero prestato il servizio militare, godevano del diritto di voto. In tutta l’Attica si stima fossero circa 30.000 (ossia un attuale paesino di campagna). In città come Atene, dunque, stiamo parlando solo del 10/20% della popolazione. In sostanza aveva diritto al voto qualche manciata di centinaia di persone.

Ed era una democrazia diretta. ..si potrebbe dire “il bello della diretta”!

La democrazia diretta funziona. Funziona abbastanza bene, ma deve fare i conti con la matematica. Con i grossi numeri (e i grossi territori) diventa difficilmente esercitabile.

La democrazia rappresentativa “funziona” un po’ peggio. Anch’essa funziona meglio in piccoli territori e con popolazioni ridotte nel numero.

Per entrambe poi, maggiore è l’educazione civica della popolazione, migliori saranno i risultati (quindi iniziamo a guardarci attorno e a farci qualche domanda…). Entrambe dunque si scontrano con la matematica. La democrazia rappresentativa addirittura, combatte con essa sul terreno dei paradossi.

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Un certo premio nobel Kenneth Arrow, notò già qualche anno fa che i due concetti non andavano d’accordo e sviluppò una teoria economica-sociale detta dell’”Impossibilità”. Egli valutò che “democrazia” significasse un’insieme di requisiti da soddisfare, quali rappresentatività, universalità, stabilità di governo, efficacia ecc. . Notò che i requisiti non potevano essere soddisfatti tutti simultaneamente. Mai citato dai costituzionalisti e dai politici (ma capiamoli: in effetti non fa molto gioco dire che in realtà il nostro apologizzato sistema di governo non funziona!).

La cosa si spiega meglio con il “paradosso di Condorcet”, il quale cerca di individuare la scelta collettiva più coerente con le singole scelte individuali. In un sistema nel quale A è preferito a B e B è preferito a C, A dovrebbe essere preferito a C. Ma nella realtà ciò non sempre avviene. Si potrebbe per esempio avere la situazione in cui A abbia il 40% dei voti, B il 35% e C il 25%: A verrebbe eletto nonostante non rappresenti la maggioranza. In un sistema a ballottaggio poi, B potrebbe vincere su A ottenendo il 50% + 1 dei voti. Voti però, che si calcolano sul totale dei votanti (l’affluenza), non degli aventi diritto.

Ulteriore differenziazione nella democrazia rappresentativa è il sistema maggioritario e quello proporzionale. Entrambi, in qualche misura, non soddisfano la matematica e quindi la reale coerenza con le scelte individuali dei singoli elettori. Così ad esempio, nel 2000 Bush vinse su Gore col sistema maggioritario, nonostante quest’ultimo avesse ottenuto 500.000 voti in più. D’altra parte il sistema proporzionale, che meglio garantirebbe questa coerenza, all’opposto non garantisce la governabilità. Anzi, la sfavorisce.

Poi ancora c’è il sistema delle preferenze o delle tanto vituperate nomine. E qui iniziamo a guardare sotto il nostro zerbino.

Proviamo a scostare un attimo il velo. Se il primo sistema – che viene esaltato come garanzia di democraticità – fu sostituito, ci sarà pure un motivo. Nessuno forse si vuole ricordare della compravendita dei voti, dei voti di scambio o di cosa avveniva nelle chiese negli anni ’70, dove il parroco durante l’omelia “suggeriva” di votare un partito che fosse “democratico e cristiano”, mentre i partiti facevano a gara (e si accampavano davanti agli uffici elettorali) per ottenere la registrazione del simbolo in alto a sinistra (o in basso a destra) sulla scheda elettorale. Così si potevano indottrinare gli elettori molto più facilmente.

In certe zone d’Italia, ancora oggi, ogni voto ha un determinato prezzo. Può andare da 20 a 50 €. Oppure può consistere nel lavoro per un parente, nel condono, nella concessione ad edificare o in tante, tante altre cose.

A dispetto del «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no», le preferenze sono controllabili con una buona approssimazione, soprattutto nei seggi piccoli.

Da un lato, si possono ottenere voti in più con la “benemerenza” del Presidente di Seggio nell’interpretazione delle “chiare intenzioni di voto” e delle schede “nulle”. Dall’altro andando proprio a contare i dati del seggio alla fine dell’elezione. Se Impastato Peppino ti ha promesso il voto suo e del parentado  diciamo 12 voti  e tu, Antonio La Trippa, sai che nel suo seggio hai chiesto voti solo a lui, potrai controllare se ti ha effettivamente votato e fatto votare.

Poi, per esempio, ci sono accordi di partito, per cui un partito deve ottenere un tot di seggi al Parlamento: ma le votazioni hanno premiato un altro partito in quel collegio. Che fare? Niente paura, l’eletto non accetterà la carica (e avrà un’altra poltrona in cambio, magari in qualche consiglio di amministrazione) e il primo dei non eletti, ossia il nostro uomo, otterrà l’agognato seggio. Se poi il nostro uomo non è il primo, a catena gli altri si dimetteranno. E gli equilibri di potere saranno preservati. Non è fantascienza: capitava veramente (e forse capita ancora).

Poi possiamo sempre candidare il nostro uomo – natio di Bolzano – a Cosenza, perché quello è un seggio “sicuro” per il nostro partito.

Non ci stupiamo. La Repubblica italiana (che non è mai stata ufficialmente dichiarata) si fonda su presunti brogli elettorali e sul sicuro fatto che centinaia di migliaia di schede nulle non furono mai riconteggiate (come chiesto con ricorsi ufficiali in Cassazione) e qualche milione di votanti (quelli delle zone metropolitane delle Colonie) furono esclusi dal voto.

Rincuorante.

Così, la nomina, vorrebbe (ma rimane meramente nell’ottativo) evitare tutte queste fattispecie. Se l’uomo giusto, preparato, competente, tecnico, capace, fosse però poco eleggibile, ad esempio perché antipatico, o senza carisma o non in grado di comunicare efficacemente al corpo elettorale, il sistema a nomine potrebbe garantire che le sue capacità servano comunque la causa del bene comune. Già, in teoria. Perché la pratica della nomina ci è tristemente nota.

Quindi cosa fare?

Il problema rimane. Ma forse sarebbe saggio affrontarlo dall’altro capo. Gli elettori. Rivoltiamo il calzino allora.

Gli elettori hanno diritto – e ormai non più dovere – al voto. Sono elettori tutti i cittadini che abbiano compiuto gli anni 18 e godano dei diritti politici.

In base a cosa esercitano il loro diritto di voto?

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E qui sta la magagna. Ossia questo è fulcro della questione: l’educazione. Civica ovviamente, ma già quella sociale sarebbe una buona base di partenza. Un pizzico di cultura – nel senso conoscitivo del termine – poi non guasterebbe. E, ben più utopica, se ci fosse un pochettino di consapevolezza saremmo a cavallo.

Ma c’è anche quella vecchia storia dell’eguaglianza a mettere i bastoni tra le ruote: l’art. 3 Cost. recita più o meno che tutti i cittadini (i cittadini!) sono eguali (non uguali!) davanti alla legge. Il notevole sforzo ermeneutico fatto dalla Consulta in decenni di Repubblica, ha estrapolato il principio secondo cui «La legge deve regolare in maniera uguale situazioni uguali ed in maniera diversa situazioni diverse».

Wow!

Che dire?!

Quale illuminazione.

Ma traducendo, significa che considerando in maniera diversa (cambiando i nomi a) fattispecie ritenute uguali, si posso ribaltare i risultati.

Cosa molto utile quando si è chiamati a giudicare.

Una delle cose più banali nell’universo è l’unicità. La diversità né è la conseguenza. La diversità del singolo, si sposa poi con l’uguaglianza dell’insieme, grazie alla somiglianza. Questa è la base delle categorizzazioni. Così gli alberi sono tutti uguali (hanno le stesse caratteristiche), eppure fra di essi ci sono diverse varietà, classi e specie. Ogni albero di ciascuna di esse ha le stesse caratteristiche degli altri alberi, ma è comunque diverso da tutti questi. E così via all’infinito.

E quindi gli elettori sono tutti uguali. Però ci sono quelli consapevoli e quelli no, quelli influenzabili e quelli no. Ci sono anche gli evasori fiscali e cittadini onesti, gli informati e i menefreghisti, coloro che conoscono il funzionamento delle leggi e coloro che non hanno la minima idea di come funzioni lo Stato e si limitano a mettere una X ogni 5 anni. Se va bene.

Ci sono gli stupidi (non nel senso di ignoranti, ma di deficienti: che “deficiunt”, ossia mancano) e gli intelligenti. Ci sono gli ignoranti (che ignorano) e i dotti (che non è sinonimo di intelligenza).

Ed ognuno ha lo stesso diritto di voto. Il voto di ognuno vale quanto quello dell’altro.

Giusto? Forse sì, ma forse anche no.

E quindi forse si potrebbe anche pensare che il voto, come ogni diritto, andrebbe guadagnato e mantenuto. Così magari – ma è solo un’ipotesi – se ci liberassimo del dogma del “una testa un voto”, magari la democrazia, anche quella rappresentativa, funzionerebbe meglio.

Bisognerebbe però studiare attentamente un sistema predeterminato di “accesso proporzionale” al voto completo. Un voto suddiviso in decimi per esempio. Dove un decimo può essere la cittadinanza, un decimo il pagare le tasse, un decimo il servizio militare o civile (o genericamente alla collettività se suona meglio ai benpensanti), aver compiuto un tot di anni un altro decimo e così via. Il vero problema sarebbe solo di contare i voti, garantendo l’anonimato. Ma con un po’ di fantasia e organizzazione, sarebbe facilmente suprabile.

Gli anni. Altro fattore non trascurabile che influenza il voto. Nel 1975 ad esempio, quando l’età per votare fu portata da 21 a 18, le motivazioni che spinsero i governanti a compiere quella scelta non furono poi così nobili. I ragazzi, si sa, sono ribelli. E se sono ribelli voteranno in una certa direzione. Per la maggior parte almeno.

Eppure recenti studi neuroscientifici dimostrano che la maturità encefalica (ossia il pieno sviluppo delle capacità cognitive) si ha attorno ai 25 anni.

Avevano dunque ragione i  nostri avi che potevano votare solo a 25 anni (ciò dal 1861 fino al 1912)?

A prescindere dai decimi o dagli interi, comunque, sta di fatto che il voto funzionerebbe meglio se fosse vissuto (e regolamentato) anche come un dovere, oltre che un diritto. E se diventa un dovere, si combatte l’astensionismo. Dopo tutto la scuola primaria è detta dell’”obbligo” proprio perché i governanti hanno dovuto “obbligare” la popolazione ad istruirsi.

E l’istruzione è l’altro fuoco del nostro ellisse. Il cittadino ha diritto di essere elettore solo in quanto cittadino. Giusto?!

Per diventare medico, bisogna aver studiato, aver superato un esame e aver fatto una determinata pratica. Perché curare le persone è un servizio importantissimo per la comunità e bisogna possedere il giusto grado di istruzione per poterlo fare in maniera corretta. Così vale per gli avvocati, per i commercialisti, ma anche per i meccanici e per gli agricoltori. Ogni contesto necessita della necessaria istruzione.

Istruzione civica, giuridica e politica, che noi elettori italiani non abbiamo. Ma eleggere chi ci governerà non è altrettanto – se non più – importante per la collettività?!

Facciamo un esempio semplice. Giusto per capire. Per poter guidare bisogna superare un esame teorico ed un pratico. Perché bisogna garantire di conoscere le regole che governano la circolazione stradale, bisogna dimostrare di conoscere come funziona un motore e di essere in grado di guidare consapevolmente nel traffico.

E allora, se il voto è la pietra angolare su cui si poggia la nostra democrazia rappresentativa, perché noi elettori non siamo a chiamati a dover conoscere il funzionamento istituzionale dello Stato. Quanti fra coloro che possiamo ammirare nei provini del “Grande Fratello”  così, tanto per sparare sulla Croce Rossa – sanno, anche in maniera elementare, come si forma una legge in Italia?

Eppure votano. Loro votano. L’uomo dei provini (amabilmente commentato dalla Gialappas Band) che alla domanda: «È la Terra che gira attorno al Sole o è il Sole che gira attorno alla Terra?» si è fermato a pensare ed ha risposto: «È il  Sole che gira dentro alla terra!»: vota. E il suo voto vale quanto il tuo. E il caro Antonio La Trippa lo sa.

E se gli elettori dovrebbero essere istruiti, allo stesso modo lo dovrebbero esserlo gli eletti. E quindi si potrebbe loro richiedere di sostenere un esame preventivo per l’eleggibilità, che garantisca alla comunità che essi sappiano cosa stanno andando a fare.

Ma subito dopo “una testa, un voto” c’è “una testa, un’idea” …e si sa, troppe idee fanno male. Meglio evitare troppa gente che pensa con la sua testa.

Tanto alla fine ci scandalizziamo all’incontrario: guai a toccare la democrazia, guai a toccare l’u-guaglianza.

Quindi:

VotaAntoniovotAntoniovotaAntonio. E tutto andrà per il verso giusto. È una promessa: fidati.

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