Demopreferiti e demonominati

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Fatti noi fummo a viver come bruti e per seguir tv e conoscenze

di Gianluigi M. Riva 

Democrazia. Concetto nobile.

C’è chi l’ha descritto come il peggior sistema di governo, ma il migliore che l’uomo sinora abbia trovato. La democrazia è difficile, specie se rappresentativa.

Porta seco una sorta di peccato originale, che la rende da un lato utopica e dall’altro con aspetti paradossali nella sua applicazione.

Alcuni matematici, ad esempio, si sono divertiti nel provare con i numeri che la democrazia rappresentativa è impossibile. Nel senso che se si cambia il sistema (maggioritario, proporzionale, misto ecc.), cambia radicalmente anche il tipo di rappresentatività, cambiano gli equilibri politici e dunque di governo della cosa pubblica. E il problema matematico sta proprio qui, perché nessun sistema riesce a garantire al 100% la piena, effettiva e, soprattutto, reale rappresentanza dei votati rispetto ai votanti.

Le proiezioni di “reale rappresentanza” poi, subiscono un vero sbalzo quando il già problematico calcolo numerico dei voti con un sistema o l’altro, si applica a un corpo che esclude – giocoforza – una parte della popolazione (minorenni, detenuti, stranieri ecc.). Di questo corpo elettorale poi, va effettivamente a votare solo una determinata percentuale.

Ulteriori problemi aritmetici si hanno con gli “zero virgola”, che mal si adattano nella realtà a cose difficilmente frazionabili, come gli essere umani.

Ma nonostante questi problemi, la democrazia funziona – bene o male a seconda dei sistemi e della cultura civica e giuridica dell’uno o l’altro popolo.

Ed ecco quindi i due fuochi dell’ellisse: sistema elettorale da una parte e cultura civico-giuridica dall’altra.

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Il sistema elettorale, come detto, risente di alcuni problemi pratici, e dunque per funzionare deve essere cucito su misura della popolazione che lo fa funzionare. Nell’opinione comune la fa da padrona il concetto che la “preferenza”, piuttosto che la nomina del candidato, sia la cosa migliore.

Come tutte le cose – e come questa rubrica si propone di fare – il diritto andrebbe visto con occhi un po’ più disillusi e scostando il velo.

La preferenza – dicunt – garantisce che il cittadino esprima il suo libero consenso per il candidato che, appunto, preferisce. Attualità e cronaca però ci insegnano che spesso (e nel nostro Paese più spesso che da altre parti) la preferenza diventa merce di scambio, se non di acquisto.

Infatti la storia della Repubblica ci insegna che cospicui pacchetti di voti venissero gestiti tramite scambio di favori, posti di lavoro, abusi condonati, regalie, compravendite vere e proprie e “offerte che non si possono rifiutare”. Quand’anche tutto ciò non dovesse accadere (e ce lo si augura), sovente la scelta per uno e per l’altro candidato, non è una scelta meditata, “tecnica”, “consapevole”.

Quanti voti sono dati sulla simpatia, sul perché «Quel politico parla bene», sulle emozioni (rabbia, delusione, protesta) o su consiglio di amici perché non si sa chi votare (o non ci si è posti il problema)?.

Infine valutiamo che il diritto di voto si acquista a 18 anni (ora), età di piena adolscenza (che negli ultimi anni si protrae anche ben oltre i venti), dove di rado un individuo è realmente “maturo”. Posto che di gente immatura se ce n’è anche a 50 anni, è un dato neurologico quello che afferma che la piena maturità cognitiva si ha verso i 25 anni.

Tutti leciti questi (ultimi) tipi di scelta, per l’amor di Dio. Ma forse poco “consapevoli” e dunque poco realmente rappresentativi.

Al contrario, la morale imperante si scaglia contro la nomina, che rappresenterebbe il simbolo dello scherano di turno piovuto dall’alto e messo lì dal potente.

Eppure, a guardarla con altri occhi, la nomina garantirebbe a quelle persone “poco eleggibili”, di arrivare al parlamento ed apportare il proprio valido contributo. Pensiamo ad una persona valida, tecnica, preparata. Ma senza appeal politico, carisma o eccezionali doti oratorie. Magari anche antipatica, perché no. Una persona così – magari meritevolissima – non sarebbe mai eletta con le preferenze.

Si vede dunque che la psiche dell’elettore è un fattore determinante in una democrazia.

Ed ecco il secondo fuoco dell’ellisse: la cultura. Abbiamo citato il voto poco “consapevole”, intendendo un voto dato da una persona che non conosce i fondamentali dell’organigramma del proprio Ordinamento giuridico e, quindi, dei propri diritti. La realtà purtroppo non smentisce questo dato: la cultura giuridica e civica media in Italia è fra le più basse d’Europa.

Non stupiamoci. Quando guardiamo – tra gli innumerevoli esempi che si possono fare – i provini del Grande Fratello e ridiamo, divertendoci nel vedere quanta ignoranza crassa esiste (epica fu la risposta di un candidato alla domanda «È il sole che gira attorno alla Terra o la Terra che gira attorno al sole?»: «È il sole che gira dentro la terra!»), rendiamoci anche conto che queste persone vanno a votare. E il loro voto vale (giustamente) tanto quanto quello di una persona che conosce esattamente il funzionamento del sistema giuridico e ha meditato il suo voto sui contenuti proposti da un candidato.

Il vero problema però, sta alla radice. In altri Stati, i fondamentali del diritto vengono insegnati sin dalle scuole elementari. Non è solo cultura giuridica, è soprattutto cultura civica, del vivere secondo le regole comuni. È avere coscienza dei propri diritti, tanto quanto dei propri doveri.

La cultura giuridica è un passo ulteriore, doveroso, necessario …e utile. In Giappone vengono fatte lezioni di diritto della proprietà industriale ai bambini dai 10 anni in su. Qui non lo si fa nemmeno agli universitari.

Eppure chiunque faccia un’opera dell’ingegno, qualcosa – e in Italia siamo fortunatamente in tanti – dovrebbe sapere su come tutelare al meglio la paternità e i diritti derivanti dalla sua opera.

Una provocazione: se per potere guidare occorre avere la patente, dimostrare di conoscere le regole stradali, il funzionamento del motore, della segnaletica e di aver superato una prova pratica, perché sarebbe così immorale prevederlo anche per il voto?

Il fatto è che la variabilità della “consapevolezza” del voto, è proprio l’elemento fondante della democrazia, ma anche il suo più grosso limite. E per controllare questa variabilità, l’uomo ha inventato l’antica arte della politica.

E d’altra parte un uomo navigato come Ronald Reagan, sosteneva che «La politica è il secondo mestiere più antico del mondo …ed ha molto in comune con il primo!».

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