Diritto e rovescio… della medaglia

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Le parole spronano, ma gli esempi trascinano

di Gianluigi M. Riva

Nel mulino che vorrei, la gente non è ormai abituata a scandali e ruberie. Nel mulino che vorrei, l’onestà, l’etica e la decenza, non sono virtù, ma normalità. Nel mulino che vorrei, i parlamentari sanno almeno parlare in italiano.

Ma il mulino che vorrei è un po’ diroccato, colpa della frana causata dalla mancata manutenzione del torrente che lo alimentava e dalla cementificazione abusiva a monte, in zona protetta, dove ci sono più Guardia Parco che alberi. E quel mulino che vorrei, in effetti a guardarlo bene fa un po’ schifo, tutto fatiscente e col tetto marcio. Ha le infiltrazioni di umidità (e di camorra), ma gli amministratori cui avevo affidato i soldi che servivano a sistemarlo, li hanno spesi in cene e mignotte, andandoci con l’auto blu.

Fortunatamente l’altro giorno è arrivato uno che mi ha promesso che se lo voto e lo faccio votare, mi fa rimettere a posto il fosso, mi dà un lavoro come Guardia Parco, mi fa stanziare un paio di fondi straordinari “aumma aumma”, così posso mettere a posto il mulino.

Ho preso la ruspa e l’ho abbattuto. (Ma ci devo comunque pagare ancora l’IMU)…

Esiste un luogo, ampio, luminoso e ben arredato – ma in affitto – dove puoi entrare e parlare a nome di altre persone. In quel luogo puoi esprimere la “tua” opinione vincolante e con il tuo operato puoi condizionare tutto ciò che sta fuori da quel luogo. Per entrarci non serve granché, bastano 25 anni e una manicata di X. Non serve avere una laurea e nemmeno un diploma. A dire il vero non serve nemmeno saper leggere e scrivere, né parlare per forza italiano. Saper schiacciare i pulsanti, quello sì è importante. Meglio ancora se con due mani. Non servono grandi cognomi, né grandi patrimoni per entrare. È un luogo “meritocratico”: basta essere bravi a prendere le X e a farsi i contatti giusti. Questo luogo si chiama Parlamento.

Le X invece, quelle si chiamano democrazia rappresentativa. Un sistema che può funzionare, ma mostra il fianco a una variabile molto imprevedibile: l’uomo.

Questo sistema si basa essenzialmente sulla fiducia che i consociati attribuiscono ad un individuo, il quale si fa carico di portare i loro interessi in Parlamento, al fine di rappresentarli e garantirli adeguatamente. Da qui la prima dicotomia: un parlamentare rappresenta solo gli interessi di chi l’ha votato o rappresenta invece (anche) gli interessi della collettività?

La questione diventa ostica quando questi interessi si contrappongono. In linea di principio, la democrazia funziona in base ad un “contratto sociale”: il candidato propone – direttamente o per interposto partito – un programma di intervento ed una linea “ideologica” di quella che sarà la sua azione. Il cittadino vota in base alla fiducia che accorda al candiato, al partito, al programma. Lo fa senza una effettiva garanzia che questo mandato sarà rispettato.

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Tutto ciò avviene sul piano ideale. O meglio, avverrebbe se il cittadino avesse una cultura civica, politica e giuridica adeguata e specularmente ce l’avesse anche il candidato. E per “adeguata” si intende adatta a un sistema – democrazia rappresentativa – che richiede e necessita un alto livello di educazione ed etica, nonché di preparazione.

Sul piano pratico invece il voto viene dato  talvolta sperperato – per interesse (specifico e personale), per scambio, per protesta, per mancanza di alternativa, per simpatia ecc. 

Tutto (o quasi) lecito sul piano legale. Meno sul piano morale.

Un dato: il corpo elettorale italiano oscilla attorno ai 49.400.000 aventi diritto, ossia circa l’81% della popolazione (circa 61.000.000). L’affluenza alle urne alle elezioni politiche è in costante discesa, ma comunque si attesta fra il 72% del 2013 e il 96,83 del 1963, dunque abbastanza alta. Questi dati vanno però anche letti incrociando quelli sull’alfabetizzazione (in drastico calo), sulla presenza di illetterati (coloro in possesso della sola licenza elementare o media), sui dati dell’OCSE per le “competenze fondamentali” per l’inclusione socio-eonomica, sulla percentuale di povertà e di disoccupazione.

Cosa significa? Significa che chi si trova in una situazione di disagio sociale, di bisogno, di ignoranza, di mancanza dei pilastri fondamentali di un’educazione linguistica, civica ed etica, tenderà appunto a “scambiare” il proprio voto per i propri interessi meramente personali e a fronte di vane – o peggio, deleterie per il sistema – promesse elettorali.

Il rovescio della medaglia è composto dai rappresentanti: essi non devono avere competenze specifiche, né conoscere il funzionamento dell’organo nel quale vanno a sedere e delle principali Istituzioni, ma al contrario possono avere precedenti penali, essere parenti di mafiosi, essere illetterati, evasori fiscali e tanto, tanto altro.

L’uno è lo specchio dell’altro e l’uno attinge all’altro in un circolo vizioso.

La mancanza di requisiti per votare e per essere votati  osservano  è elemento imprescindibile per garantire a tutti l’accesso al voto e alle istituzioni.

Falso.

La patente di guida – per fare un esempio – è accessibile a tutti coloro che abbiano determinati requisiti e tutti vi hanno accesso. Basta sostenere un esame che comprovi il possesso di tali requisiti. Così per entrare in magistratura ecc. ecc. .

Ma un parlamentare, ossia colui che siede in un luogo ove si scrivono le leggi e decidono gli indirizzi sociali e politici del Paese, non dovrebbe possedere dei requisiti minimi per potervi accedere?

Magari – giusto magari! – essere incensurato (quanto meno per reati non colposi), dimostrare di non avere parenti o affini mafiosi entro il 4° grado, possedere un grado di scolarizzazione almeno secondaria, dimostrare con un esame di Diritto Pubblico di conoscere il funzionamento dello Stato e delle sue Istituzioni. Cose così insomma, mica fantascienza!

Quel tanto che basta per assicurare che chi va a sedersi sugli scranni del Parlamento abbia delle competenze minime per farlo. E sarebbe così aberrante chiedere anche agli elettori di dimostrare che sanno cosa vanno a votare?!

Certo, poi il maggior lavoro sta alla base: in un’educazione scolastica, culturale, civica che viene stratificata sin dai primi gradi dell’istruzione.

Il punto focale del discorso è un’etica civica nella gestione del potere. Governanti, amministratori, dirigenti, legislatori e funzionari pubblici, d’ogni genere e grado, non lavorano grazie ai consociati, ma per i consociati.

Si discute tanto sullo stipendio dei parlamentari. In effetti può valutarsi come alto, ma adeguato ad una figura istituzionale che rappresenta il paese nella sua massima espressione (l’attività legislativa). È adeguato al “rango” professionale (in considerazione delle responsabilità attribuite a un parlamentare) e va bene anche se si pensa che un appannaggio alto dovrebbe garantire la non “vendibilità” del proprio voto (e della propria dignità).

Non va bene invece che a ciò non corrisponda nessun obbligo di “frequenza” delle aule parlamentari o delle commissioni di cui si fa parte, nessun obbligo di “rendicontazione” al partito o all’elettorato del proprio operato, nessuna – o poca – etica nell’adempiere al proprio dovere.

Lo stipendio ai parlamentari (prima era una funzione pubblica gratuita), nasce proprio per garantirne a tutti l’accesso. Ma può essere un limite: il professionista, l’imprenditore, le persone oneste e capaci che siano già in una condizione economica abbiente, potrebbero non essere interessati a partecipare al governo della cosa pubblica poiché ci rimetterebbero economicamente. Viceversa sarebbero più attirati dal potere. Al contempo chi si trova in una condizione economica di svantaggio, potrebbe intraprendere la “carriera” politica (ed è già un danno il fatto che si consenta una carriera) in vista di stipendio e benefici.

Un sistema equo, garantirebbe un minimo (alto) per tutti per consentire l’accesso alla carica e un aumento proporzionale medio dell’appannaggio (con un tetto massimo) in base alle precedenti dichiarazioni dei redditi, il tutto ancorato alle presenze e ai lavori parlamentari effettivi. A cottimo signori! Poi andrebbero aboliti molti benefici feudali e garantiti sistemi di controllo incrociato e di rendicontazione.

Si parla tanto di conflitto di interesse personale, ma non si pensa mai che questo avviene ogni giorno fra i banchi del parlamento. Quante volte i parlamentari si sono trovati – di fatto – a votare su norme che toccavano i loro interessi diretti? O a decidere su questioni che li avrebbero pregiudicati come categoria? O ancora, non è lecito pensare che chi siede in parlamento possa anche fare un lobbismo di partito (lo si vede bene nelle scelte che condizionano le leggi elettorali) o di categoria (lo si vede bene nelle regolamentazioni delle competenze degli ordini professionali o dei sindacati)?

Poi ci sono gli interessi esterni, personali o di categoria, che sostengono il candidato o il partito e concorrono a influenzare le sue scelte. Ciò grazie a un vecchio espediente: il finanziamento. Un candidato, così come un partito, deve spendere molti soldi per la campagna elettorale. Soldi che magari non ha: ecco arrivare in soccorso avveduti “grandi” elettori.

Ma va bene, non facciamo i bigotti: l’importante è che il lobbismo vada fatto alla luce del sole e con trasparenza (legale e finanziaria), così si può sapere in anticipo chi è portatore degli interessi di chi.

Poi c’è il girotondismo: grazie al dogma del divieto costituzionale di mandato imperativo. Nobile principio il fatto che un parlamentare possa smarcarsi dai propri elettori e dal proprio partito e votare secondo coscienza, ma nei fatti questo comporta una compra-vendita (talvolta reale) di voti parlamentari. Oppure il vincolo di votare in linea col partito per poter essere eletti ancora (cosa che non accadrebbe se si ponesse un limite di mandati).

Pure questa è una questione spinosa. Toglierlo? Lasciarlo?

Forse sarebbe meglio armonizzare tale principio con altri strumenti che lo valorizzino nel suo intento reale, ma al contempo garantiscano che non si possa abusare di questo strumento per fini personali.

Meno facile è controllare l’infiltrazione mafiosa. Che c’è. Eccome se c’è.

E la metafora più calzante è quella di un tumore. In metastasi. Quando il tumore si insinua nel nucleo della cellula, essa si trasforma in cellula tumorale e inizierà a replicarsi. La soluzione è – purtroppo – l’asportazione.

Quando la mafia si insinua nella produzione delle norme, i suoi effetti si ripercuotono su tutto il sistema degli anticorpi, legando loro le mani. E quindi che fare?

Bella domanda. Con tante risposte e un po’ di soluzioni …la maggior parte scomode.

Il problema è che di soluzioni ragionevoli, pratiche e funzionali, ce ne sono per poter ovviare a tutti questi problemi, ma devono passare per quel medesimo ganglo  la cellula tumorale  he non ha interesse ad automutilarsi.

Allora, se vogliamo mantenere la democrazia rappresentativa come baluardo, dobbiamo estirpare il tumore alla radice. Dobbiamo agire sulla causa e non sugli effetti. E possiamo farlo essendo un elettorato sano, educato e preparato.

Un elettorato che ha fiducia, ma non fede. Che chiede l’anamnesi del proprio rappresentante e ne controlla l’operato. Che sacrifica il proprio interesse specifico per quello collettivo  ..che nel tempo lo ripagherà molto di più.

Dobbiamo essere consapevoli che l’alternativa è l’asportazione della metastasi con chemioterapia drastica, oppure la morte.

È inutile guardarsi attorno. Meglio guardare lo specchio. Dobbiamo essere il cambiamento che vorremmo vedere.

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