Finché la barca va

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Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo (ancora) fare gli italiani

di Gianluigi M. Riva

In principio fu il meriodionale!

Poi furono i “vucumprà”, gli “alba” e i “maruda”.

Tutti, pian piano, sono diventati parte della società. Lentamente integrati, senza che ce ne accorgessimo. Ma non certamente in maniera indolore.

Ci fu un tempo in cui le pizzerie al nord non esistevano. Tutti ricorderanno i cartelli «Non si affitta a cani e terronii». E chi ora li condanna, spesso è anche quello che però brucerebbe i campi nomadi (e magari è meridionale!).

Ma niente buonismo qui. Niente razzismo all’incontrario. Niente «Cantiamo tutti assieme Bianco Natale tenendoci per mano».

Affrontiamo la realtà per quello che è. Con un pizzico di giuridicità qui e là. Ma non troppo, che poi diventa stopposa…

L’uomo migra. La storia e l’evoluzione ce lo insegnano. È iniziato tanto tempo fa e gli attuali italiani lo sono grazie a migrazioni, conquistatori, pirati, schiavi, invasori, deportati e molti altri nel corso della storia. Buttare un occhio al proprio cognome (o al proprio tratto somatico) per credere!

È un processo che non si può fermare. Le cause sono – da sempre – le più disparate. Eppure, in tutta la storia umana, sempre le medesime. Guerre, carestie, ricerca di condizioni di vita migliori.

Certo, non si può fermare l’acqua. Ma la si può guidare, controllare, regimentare.

Prima di vedere come, proviamo a fare un esperimento. Tentiamo di capire.

Capire con l’empatia: ovvero quella facoltà umana di immedesimarsi in una situazione altrui e di comprendere e percepire lo stato d’animo di chi la sta vivendo.

Cosa faremmo noi se domani scoppiasse una guerra in Italia, per le strade, vicino alle nostre case? Con bombardamenti e rastrellamenti? O se ci fosse una carestia e vedessimo amici e parenti morire?

Cosa se non avessimo di che nutrirci? Cosa se rischiassimo la vita nostra e dei nostri cari in ogni momento?

La risposta la sappiamo già.

Ora che abbiamo capito, saltiamo al Diritto. Quello costituzionale. Art. 3, sempre lui. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione … (delle solite cose)».   …I Cittadini!

I nostri padri costituenti hanno inteso marcare il discrimine fra chi è cittadino e chi no. Teniamolo bene a mente. Sebbene poi le larghe maglie politiche del diritto abbiano inteso interpretare le parole alla bisogna. Per cui cittadino è “tutti” quando fa comodo, o “colui che ha la cittadinanza” quando serve.

Detto questo, passiamo oltre. I problemi necessitano di soluzioni. E le soluzioni – solitamente (ma non per forza in Italia!) – devono funzionare. Per funzionare devono essere semplici, ragionevoli, magari – volendo – intelligenti e in buona parte eque. O quanto meno bilanciate.

Pensiamo ancora un momento.

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Quando ci irritiamo perché l’ennesimo senegalese cerca di venderci il libro, il cingalese la rosa e il marocchino vuole la moneta al parcheggio, dobbiamo anche pensare che queste persone si stanno sforzando di non delinquere. A loro modo, ovviamente. Cercano di sopravvivere.

La moneta, l’acquisto, l’offerta, sono i modi che abbiamo per spronarli a non farlo. E resistere ancora un po’.

È vero, è fastidioso. È vero, costa dare a tutti una moneta. È vero, bisognerebbe fare rispettare le regole. È vero, non dovrebbero esserci. Sì, è tutto vero. Ma bisogna fare i conti con il presente, non col condizionale.

E le soluzioni vanno trovate nel presente, non nel condizionale. Le roboanti soluzioni da taverna, rassicurano e fanno sognare il pugno duro e la tolleranza zero. Ma sono irrealistiche.

E se fossero realistiche, rendiamoci conto che dovremmo pagarle un po’ anche noi, rinunciando allo stato di Diritto e a tutti quei “le spiego”/”per favore non mi faccia la multa perché ho parcheggiato solo due minuti”, che quando tocca a noi ci fanno comodo.

Le leggi in realtà ci sono. Ma non si fanno rispettare.

Per tanti motivi.

Esempi? Eccoli: ci sono i Rom che chiedono l’elemosina ai semafori in mezzo alla strada. Le forze dell’ordine non li fermano. Certo, perché non saprebbero cosa contestare loro. Il malinteso è che gli artt. 670 e 671 Codice Penale (che punivano la mendicità e lo sfruttamento dei minori nell’accattonaggio), sono stati abrogati da un avveduto (!) e lungimirante (!) legislatore.

Ma sono ancora in vigore gli artt. 153  e 154 del Regio Decreto 773/1973 (T.U.L.P.S.) che vietano l’attività di mendicante.

Ma in ogni caso la soluzione (la legge) ci sarebbe lo stesso: art. 20 Codice della Strada (“occupazione della sede stradale”) e art.190 (“comportamento dei pedoni”). E ci sarebbero altre norme di comportamento richiamabili, come quelle sull’intralcio alla circolazione sparse qua e là nel codice (tra tutti l’art.140).

Come ci sono le leggi per perseguire i venditori ambulanti di merce contraffatta. Dal già citato art. 190, che vieta di stazionare sui marciapiedi (che quindi vieterebbe anche di occupare viale Jenner a Milano per le preghiere), alle norme fiscali e di tutela della proprietà intellettuale. Così c’è già anche una norma che disciplina l’uso del “velo” (il famoso burqua): art. 85 del T.U.L.P.S. (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) e l’art. 2 L. 533/1977, vietano di comparire in pubblico mascherati o in modo da rendere difficoltoso il riconoscimento. Poi c’è l’art. 660 Codice Penale, che vieta il disturbo alle persone in luogo pubblico. O il 663 C.P. che vieta la vendita abusiva di scritti o disegni. O ancora il 669 C.P. sull’esercizio abusivo dei mestieri girovaghi.

Questo giusto per dare una panoramica e capire che le leggi ci sono, ma manca la volontà politica, o la possibilità pratica di applicarle. Manca poiché se anche si elevano contravvenzioni a queste persone, che non sono reperibili, non c’è modo di fargliele pagare.

E anche – ipotizzando – di mettere in carcere coloro che compiono i piccoli reati, si peggiora il problema: si riempiono carceri già sature e si crea una “scuola del crimine”. Pensiamoci bene: se il nord-africano arrivato qui senza nulla, non ha di che mantenersi, la prima cosa che farà sarà cercare di arrabbattarsi con quello che sa (può) fare. Magari vendendo hashish (che fra l’altro nella sua cultura è una droga culturalmente accettata). Lo si becca, lo si mette dentro e si hanno le seguenti conseguenze: un detenuto costa allo Stato circa 125 € al giorno (sono circa 66.000 i detenuto in Italia). Inoltre costui in carcere conoscerà i veri criminali e quando uscirà di lì, avrà ancor meno possibilità di trovare un lavoro onesto, ma avrà tutta una serie di contatti (e di esperienze carcerarie) per iniziare a delinquere in maniera più strutturata.

Un rifugiato invece ci costa 35 € al giorno (compresi 2,5 € che vengono dati materialmente in mano ad ogni profugo). E il totale non è poco. Ma è sempre meno di 125.

Ciò detto non è la soluzione. Da un lato è vero che quei 35 € pro capite danno anche lavoro a un indotto di onlus italiane che lavorano nel settore. Dall’altro dobbiamo considerare che non aiutiamo in maniera equivalente i nostri disoccupati (cittadini) o i nostri terremotati (cittadini).

Ma allora che fare?

Proviamo a cambiare prospettiva delle cose.

Ci lamentiamo che i giovani non fanno più i mestieri antichi, che gli antichi borghi si stanno svuotando, che l’artigianato manuale – vero valore aggiunto del made in Italy – sta andando perso.

Allora coniughiamo le cose. Gli immigrati potrebbero diventare una risorsa.

Sì, bisognerebbe prima avere piani specifici (e seri) di accoglienza. Perché i problemi dell’immigrazione sono anche sanitari, sociali, religiosi, legislativi ed economici.

La nostra sanità pubblica ci impone di curare gratuitamente chiunque, anche i clandestini. Meravigliosa nobiltà d’animo italiana. Ma che purtroppo non è più sostenibile. I profughi accettati tendono ad autoghettizzarsi per mantenere le proprie radici (e di conseguenza vengono ghettizzati dagli italiani, in un circolo vizioso), così non si integrano e non si “mescolano” alla nostra cultura. Gli immigrati poi, tendono ad avere retaggi religiosi che si scontrano con la nostra cultura e le nostre leggi e, per quanto sia doveroso rispettare la religiosità altrui, esse non possono surclassare le regole comuni. Il problema infatti è che spesso i nostri ospiti antepongono la norma religiosa alla legge dello Stato, con tutti i problemi che conosciamo. Infine molti immigrati che hanno trovato lavoro, spediscono i propri guadagni fuori dai confini, per aiutare i parenti. Questo fa sì che vi sia una fuga di liquidità e di valore, che non viene speso in Italia e non fa girare l’economia – già stagnante -.

Ma allora, per tornare ai piani di accoglienza seri, dovremmo fare fronte comune con l’Europa – magari con una forza di polizia europea – e avere le idee ben chiare.

Facciamo noi gli scafisti!

Basterebbe costruire due o tre piattaforme (come quelle petrolifere) in punti chiave nelle acque internazionali, per accogliere e monitorare. L’investimento sarebbe coperto dal risparmio sulle spese di sorveglianza e ronda delle navi militari.

Poi si potrebbero creare consolati sui territori interessati, che gestiscano le domande di ingresso, in base a requisiti specifici e alle richieste di “manodopera” provenienti dall’Italia. E sarebbe poi l’Europa ad accollarsi il trasporto – in condizioni umane – di queste persone, tagliando il mercato dei traghettatori di morte.

Nulla di infattibile, se solo si volesse e ci si organizzasse. Perché dobbiamo pensare che quando scoppiano guerre e carestie, i primi che arrivano da noi (ma anche i secondi e i terzi) o sono criminali o sono disperati.

I criminali sono già abituati a delinquere. I disperati, se non trovano da mangiare, si metteranno a delinquere anche loro. É normale. É umano. Lo faremmo anche noi.

Ma allora dobbiamo cambiare. Oltre alle regole, all’organizzazione e al tipo di soluzione di tutti quei problemi che già abbiamo (carceri, infrastrutture, lavoro ecc.), dobbiamo cambiare anche mentalità.

Aiutiamo. Aiutiamo pure tutti. Ma chi viene è ospite e come tale deve rispettare le nostre regole e la nostra cultura. È chi è ospitato che si adatta, mentre all’ospite rimane l’obbligo morale di predisporre le adeguate condizioni per far sentire a proprio agio l’ospitato. Veniamoci incontro dunque.

E non dimentichiamo l’educazione. Dovremmo saper fornire a chi arriva, un lavoro adeguato alle capacità, ma anche un’educazione linguistica, culturale e giuridica.

Non è un costo, ma un investimento. Perché costoro difenderanno con l’educazione civica la cultura che li ospita, li aiuta, li sostiene.

Aiutare è un valore aggiunto. Dare speranza è una semina che ci ricompenserà.

L’importante è sapere usare bene il bastone e la carota. Ma ogni tanto, magari, entrambe nella stessa maniera (a buon intenditor…!)


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