Gallina vecchia fa buon medical business

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Geriatria al potere: quinta età unita contro la gioventù e i suoi piani pensionistici integrativi

di Gianluigi M. Riva

«Ti auguro di campare cent’anni», si diceva una volta.

Ora a cent’anni ci si arriva. Il problema sta tutto nel come ci si arriva.

Siamo (la società occidentale) un mondo di vecchi. Pieni di acciacchi. Da recenti studi infatti, pare che l’età media mondiale si sia alzata molto, sfiorando – nei paesi occidentali – quella di ottanta e passa anni (per le donne). E questa è solo la media. Ma. C’è un ma. Purtroppo la qualità della vita “sanitaria” non segue la stessa scala di quella temporale.

I vegliardi infatti, soffrono – alla meglio – di molti piccoli problemi (cefalea, mal di schiena, piccoli disturbi deambulatori). Ma vi è anche lo spettro di malattie più gravi, come tumori o alzheimer.

La cosa conduce a varie questioni su molti fronti. Prime fra tutte quelle sociale e sanitaria. Di conseguenza quella giuridica, sia teorica sia pratica.

Dal punto di vista sociologico, questo fatto stravolge l’organigramma della società, agendo dal suo nucleo centrale: la famiglia. Avere un “ultranziano” in famiglia significa dover distrarre molte cure ed attenzioni dall’altro soggetto debole, ossia i figli. Non solo, siccome l’aspettativa di vita è ormai molto alta, nel caso di soggetti anziani con problemi – siano essi piccoli o grandi , si ha la conseguenza di un’”aspettativa di malattia” altrettanto lunga.

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Questo significa che i soggetti nel mezzo (che si trovano ad essere al contempo genitori e figli) devono lavorare su due fronti. E spesso anche durante quella che una volta era considerata la terza età. Così, nel tempo, avremo vecchi che curano altri vecchi.

L’ulteriore dato è che la società sta divenendo gerontocentrica. Per cui tutto è proiettato verso la cura della vecchiaia, propria e altrui. Significa che gli anziani di oggi sono ancora tutelati – in quanto prima generazione di “ultranziani”  dall’attitudine sociale a preservare l’ultimo periodo della vita e da quella giuridica di garantire una pensione ed adeguate (spesso solo sulla carta) strutture assistenziali. Ma significa anche che gli ultravecchi del futuro (ossia i sessantenni “neogiovani” di oggi), non godranno degli stessi privilegi. Essi – che hanno curato la generazione prima di loro e quella dopo – avranno i primi problemi con il sistema pensionistico, che non potrà garantire per molto un’adeguata copertura di mantenimento. Graveranno dunque sui quarantenni di domani (ossia i nuovi trentenni!), ancora troppo impegnati a crearsi una solida base di vita e garanzie pensionistiche (ovviamente private) per la vecchiaia (e l’ultravecchiaia).

Non è irragionevole prevedere che molti capitali – in un futuro molto vicino – saranno immobilizzati dai sessantenni, al fine di garantirsi una vecchiaia dignitosa …o almeno passabile. E quindi queste risorse non verranno rese disponibili per i giovani, che dovranno arrabattarsi a trovare altrove i “finanziamenti” al proprio futuro. Questo li porterà ad essere meno inclini a dissipare le proprie energie nella cura dell’anziano, che verrà “abbandonato” in qualche struttura oppure a se stesso. Non per ripicca, ma perchè essi dovranno spendere tutte le proprie energie nella costruzione di una solida posizione economica. Solida nel senso di “che permetta loro di sopravvivere (n.b. Il “soprav_”) con sicurezza.

Tutto ciò in effetti  va contro l’ordine naturale delle cose. La natura è proiettata verso la tutela del nuovo, non del vecchio. A ben vedere l’essere umano sarebbe “programmato” per vivere circa quarant’anni. Tale è il lasso di tempo “naturale” per procreare e allevare. Tutto il resto è manna dal cielo. E la struttura sociale si è evoluta in modo da preservare le “eccezioni” che sfuggivano a questa legge d’equilibrio delle cose: così l’anziano era un patrimonio di memoria, conoscenza, esperienza (oggi diremmo know how!) e saggezza da tutelare. Ma non solo. Il “nonno” era l’anello fondamentale delle cure parentali nelle società primordiali, quale educatore e tutore della prole, mentre i genitori erano a procacciare il cibo. Quindi se oggi siamo società stanziali basate sul nucleo familiare, lo dobbiamo soprattutto alla vecchiaia.

Vecchiaia che però diventerà sempre più un peso nella società contemporanea. Per chi anziano lo è già e per chi lo diventerà.

E quindi nessuno vorrà (rectius: già oggi vuole) diventare vecchio. E questa paura porterà ad investire ingenti risorse (pubbliche e private) nella previsione di piani pensionistici integrativi. Ma non è tutto qui. Ci saranno assicurazioni, strutture specializzate in “acciacchi” vari da ultranziaesimo. Magari anche strutture pubbliche (non specializzate) nelle quali “depositare” il proprio inutile e pesante vecchio genitore. E ci saranno tante case farmaceutiche felici di garantirci una giovinezza fisiologica con nuove ed invitanti sintesi chimiche. Ci saranno tante nuove tecnologie tutte proiettate a rigenerare e curare corpi deperendi, come nanotecnologie inserite nel sangue e negli organi per eliminare le sccorie, come cip cerebrali in grado di gestire meglio (della natura ovviamente) i processi degenerativi del corpo e quelli autocuraivi. O magari anche organi ibridi – biorobotici – per sostituire quei vecchi e mal funzionanti stupidi elementi organici di cui la natura ci ha così maldestramente fornito.

L’uomo del futuro sarà molto probabilmente un ibrido biosintetico, con elementi informatici incorporati.

In questo contesto la prevenzione (specie se pubblica) non fa molto gioco alla creazione di ricchezza che nascerà dai problemi sanitari. E non ci stupiamo dunque se l’educazione preventiva (che sia alimentare, sanitaria o ambientale) viene solo timidamente accennata dalle istituzioni, senza che vengano impiegate reali risorse per sostenerla. La si menziona giusto per prammatica!

Il “medical business” sarà uno dei grandi affari del mondo futuro. Assieme ad acqua, cibo solido, terreno fertile e robotica.

Tutto questo scenario porta ad implicazioni giuridiche non indifferenti. E non tutte attualmente dipanabili.

Nel presente dobbiamo porci soprattutto la questione delle previsioni pensionistiche e assistenziali pubbliche e di come tutelarle e garantirle. Ciò anche in considerazione del principio di eguaglianza, poiché a tutti i cittadini dovrebbe essere garantita la stessa assistenza e le stesse opportunità, indifferentemente dall’età. Ma a ben vedere il nostro art.3 Cost. non menziona l’età fra i divieti di discriminazione…

Ma i problemi giuridici si moltiplicano esponenzialmente se proiettati ne futuro. Esiste un diritto ad una vecchiaia dignitosa? O è solo un corollario del più generico – e tutt’ora, per molti aspetti, controverso – diritto alla vita?

E l’accesso a forme tecnologiche di cura e prevenzione dovrà essere in qualche modo garantito a livello pubblico (e secondo quali criteri) oppure sarà rimesso alla mera iniziativa privata, e dunque alle risorse che ognuno può/vuole investire – ?

E come verranno trattate le diseguaglianze fisio-tecnologiche derivanti dall’inserimento nel corpo umano di elementi sintetici/robotici o informatici? E già, perché bisogna anche tener presente che le nuove tecnologie non solo cureranno, ma potranno anche aumentare alcune capacità umane o crearne di nuove. Così, solo chi avrà un handicap o una malattia potrà accedervi o chiunque voglia potrà farsi inserire/modificare/aggiungere/sottrarre elementi estranei? Ricordiamo che nel nostro sistema vige il divieto di libera disposizione del proprio corpo se non per motivi sanitari gravi.

E poi un’altra questione centrale: come si potrà definire giuridicamente l’essere umano. Oggi diamo per scontato (sia giuridicamente, che filosoficamente) cosa sia un essere umano. Ma quale sarà il confine quando inizieremo ad essere degli ibridi?

E ancora – domandone finale! –  cosa succederà (socialmente e giuridicamente) con l’eugenetica, ossia quando potremo intervenire sulle nostre caratteristiche personali, come intelligenza e potenziamento dei sensi?! (A proposito …possiamo già!)

Tutte questioni aperte.

Quello che ci rimane da fare è porci il problema, pensare ed agire. Dobbiamo essere ottimisti: non è poi così difficile. Basta invertire la nostra mentalità di sfruttamento del corpo come se fosse un qualcosa di indistruttibile ed estraneo da noi, salvo poi, quando si presentano i problemi, andare dal medico e dire “curami”, “guariscimi” …”e fallo subito”.

Ma il medico non è un mago. E la cura degli effetti non è l’eliminazione delle cause. Se proprio vogliamo effettuare una riduzione in fattori (matematicamente parlando) della questione sanitaria, il medico – dal punto di vista evoluzionistico – è contro natura.

La natura ha previsto alcuni strumenti per garantire l’equilibrio dinamico delle cose e controllare il fattore democratico.  Ossia combattimenti (guerre e criminilatità), risorse limitate (cibi difficilmente reperibili o scarsamente commestibili, carestie e calamità) e – la più efficace  malattie (mortalità infantile, epidemie, handicap congeniti). Il medico combatte quest’ultimo aspetto. E ovviamente ci viene da dire “grazie”. Perché combatte contro la paura che ognuno ha di morire.

Ma bisogna considerare che la morte non solo fa parte della vita, ma ne è anche il presupposto fondamentale e indispensabile.

Il nostro copro morirà. È un fatto. Non possiamo sapere quando, ma possiamo scegliere come. Il corpo è una macchina straordinaria, creata per sopportare ogni tipo di sforzo, di pressione e di sfruttamento. È capace di rigenerarsi, di crescere o diminuire a seconda delle necessità. Ma come ogni macchina va manutenuta, poco alla volta. Con il giusto carburante, gli adeguati tagliandi, accurate riparazioni e l’equilibrato utilizzo di tutti gli ingranaggi.

Questo è il modo che ci è dato per scongiurare i problemi di cui sopra. Prevenzione ed educazione.

Certo, tutto ciò dev’essere accompagnato da una gusta regolamentazione che renda equilibrato e ponderato l’utilizzo delle nuove tecnologie. Anche questo passa per consapevolezza ed educazione. Del legislatore e della classe politica in primo luogo.

Per far crescere una pianta ci vogliono seme, terra ed acqua. Quindi ognuno faccia la sua parte.

Fino ad allora consoliamoci cambiando punto di vista: non si invecchia, si diventa vintage!

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