Il tribunale del futuro

alt

Quando litigare è un piacere

di Gianluigi M. Riva

L’amore si sa, non è bello se non è litigarello. E gli italiani evidentemente devono amarsi proprio tanto. I nostri tribunali sono infatti congestionati da milioni di cause civili pendenti, che si sommano a tutti i procedimenti penali in corso.

Il tribunale nostrano risente ineluttabilmente di quella organizzazione da terzo mondo che fa da specchio alla nostra ritualità burocraticheggiante. Faldoni scomposti – talvolta introvabili –, richieste inevase, cancellerie sature (e cancellieri svogliati, “indaffarati” e talvolta incompetenti), pratiche in arretrato.

Per chi vi accede per la prima volta è un mondo scioccante, che in alcune aule civili assume le caratteristiche del mercato del pesce e che in alcune cancellerie assume sfumature feudali.

Ma niente paura, non esiste lo sporco impossibile!

In nostro aiuto arriva il futuro e la sua ventata di tecnologia, che spazzerà via tutto ciò che conosciamo. Il tribunale di oggi, fatto appunto di carta – tanta carta – e inefficienze – roppe inefficienze –, lascerà spazio a qualcosa che sconvolgerà il nostro modo di disputare le controversie e ragionare in Diritto. Nel bene e nel male.

Il cosiddetto “processo digitale” d’oggi, altro non è che una sorta di procedura digitale – più volte ritoccata malamente – per indurre i professionisti del settore (talvolta invero assai pigri e restii all’innovazione) a dismettere carta e calamai e adoperare la posta elettronica certificata per le attività di cancelleria. Fine.

Vediamo invece cosa ci aspetta veramente grazie alle nuove tecnologie e come potrebbero essere impiegate in un tribunale.

Due parole d’ordine: Big Data e IoT (Internet of Things). La prima rappresenta tutta la mole (un’enorme, spaventosa mole) di dati che ci riguardano e la capacità di trarne informazioni intelligenti grazie a particolari algoritmi. La seconda indica quella tecnologia grazie alla quale fra pochi anni tutto sarà interconnesso alla rete.

Incrociando queste due tecnologie si potranno fare cose straordinarie (ma anche un poco inquietanti). Ciò potrebbe cambiare radicalmente il modo di ragionare un processo, quale che sia (penale, civile, amministrativo ecc.).

alt

Tramite i citati algoritmi infatti, sarà possibile (e lo è già), leggere tutti gli atti disponibili della causa e incrociare questi dati con i database delle leggi, dei codici, dei regolamenti, dei precedenti giurisprudenziali e persino delle correnti dottrinali.

Non è tutto. Questa tecnologia permette di fare emergere i punti critici di una causa e può anche dare una previsione accurata dell’esito della stessa. Un prezioso alleato del cliente, dell’avvocato, del giudice …e anche della mediazione civile. Oppure un pericoloso strumento di condizionamento per i medesimi, atto a depauperare dai professionisti il cuore dello spirito interpretativo e, dunque, critico (o umano).

Il rischio che tutto si tramuti in un meccanico computo logico e statistico in effetti c’è. Come c’è anche il rischio che un Giudice possa trovarsi – nei fatti – limitato nel suo campo decisionale ed interpretativo. O che possa vedersi recluso ad una mera attività di ratifica di ciò che il software rileva.

Poi c’è IoT. IoT integrerà tutto alla rete. Ciò significa che tutta l’attività documentale di una causa verrà ad esistere già in connessione con la rete stessa. L’“attività documentale” non è solo ciò che è cartaceo, ma ciò che è provabile e allegabile. Se la causa verte, ad esempio, sul mancato collaudo di una posa edilizia, oggi si allegano documenti vari (cataloghi di capitolato, ordini, contratti, mail, foto ecc.) ed eventuali perizie, ma domani… domani quello stesso pavimento (e tutto ciò che gli sta attorno) sarà connesso alla rete e invierà costantemente dati. Quindi vi sarà una storiografia (una prova dinamica potremmo dire) della posa e di tutte le vicende legate al pavimento stesso.

Questo va letto assieme ai Big Data, perché tutti i dati inviati a/da/per IoT, sono, appunto, Big Data. E come tali, richiamabili, studiabili, incrociabili. Se per telefono il nostro posatore ci ha garantito una certa cosa, il software potrà rilevarlo. Tutto sarà documentabile e dunque tutto sarà riscontrabile.

Questo nel civile. Ma nel penale la cosa può assumere molte altre sfumature. Niente più crimini o tutti quanti colpevoli per qualsiasi cosa? L’uomo, non si può negarlo, è un essere incoerente e incostante. Cercare di ricostruire in maniera rigidamente logica attività e manifestazioni (quelle umane) che tutto sono fuorché logiche e costanti, può portare a macroscopici errori. Oppure ridurre al minimo gli errori, ma massimizzare effetti negativi a livello sociologico.

Tutti in fondo abbiamo bisogno di infrangere qualche “regola” e tutti necessitiamo della speranza di farla franca quando lo facciamo. A ben pensarci il sistema, il cd. “stato di diritto”, si basa proprio su questo. Nessuno si aspetta che in un processo penale l’imputato ammetta limpidamente le accuse, aiuti a procurare le prove, sveli retroscena e moventi e accetti la pena (o la invochi in nome della giustizia).

Ma torniamo al nostro tribunale. Oggi è un luogo fisico. Domani sarà un luogo virtuale, quantomeno per ciò che attiene alle aule dei processi. La digitalizzazione della documentazione sarà un primo passo. Il secondo sarà la non necessarietà della presenza fisica delle parti (o dell’imputato) e poi degli avvocati …e persino del giudice.

Dapprima le videocall, poi gli ologrammi. Chissà, magari anche robot (o software) avatar, programmati dall’avvocato per gestire quella causa contemporanea, mentre lui ne segue un’altra dall’ufficio. Altro che praticanti! Le testimonianze potranno dunque essere rese con questa tecnologia e potranno essere vagliate in tempo reale da software di linguaggio computazionale.

Questa tecnologia, oggi (OGGI) può estrarre molte informazioni da un semplice testo scritto. Può dirci il profilo psicologico di chi lo ha scritto e può anche attribuire un testo anonimo (ad esempio è stata utilizzata anni fa in via sperimentale per comprendere lo stile linguistico di Shakespeare). Può anche dirci se il contenuto dello scritto è vero o falso. Questo in remoto, ossia in un’analisi passiva, ma ricordiamoci che queste stesse operazioni possono essere incrociate in dinamico sui Big Data. E lo possono essere oggi, quindi proiettiamo queste potenzialità nel futuro e avremo un’idea delle potenzialità.

In più ci saranno, per il comparto penale, tutte quelle magiche tecnologie neuroscientifiche di scansione cerebrale, che potranno dirci (assieme alle elaborazioni dei Big Data) quando uno mente …ma soprattutto in che modo e perché. Addirittura si potrebbe avere accesso ai ricordi ed elaborarli come immagini visive. Oppure i ricordi potrebbero essere trasmessi direttamente nella mente del giudice, che potrà valutare, in prima persona e con la propria empatia, tutte le sensazioni del momento. Ivi comprese premeditazione, impulso e tutta la gamma di sentimenti umani.

La cosa affascinante è che un algoritmo – ossia un procedimento che risolve un dato problema in un certo tempo attraverso un numero finito di operazioni elementari – è esattamente ciò che avviene in un processo (governato dal diritto processuale, che regola lo svolgersi della discussione sul diritto sostanziale).

E i cancellieri? Via anche quelli. Ci saranno i cancellieri software: faranno tutta l’attività di cancelleria in rete, interfacciandosi con i software di gestione certificati (attribuiti come la firma digitale ad un dato soggetto) dei vari avvocati e dei vari giudici. Se avranno bisogno di un corpo utilizzeranno un robot. Se avranno bisogno di una voce per interfacciarsi con un uomo, utilizzeranno le evoluzioni degli attuali Siri e Cortana.

Se i fascicoli saranno interattivi, figuriamoci i codici. I software potranno rilevare immediatamente tutte le leggi e gli articoli applicabili a una fattispecie. Di più: ci diranno quale precedente si adatta meglio al caso di specie.

Peggio: i software rileveranno tutti i contrasti normativi (apparenti e reali, risolvibili o da dipanare …magari col suggerimento di una soluzione logica!). Questo potrebbe portare a mutare considerevolmente il modo di fare le leggi (e i soggetti che materialmente le redigono).

Se la cultura ha Watson, la legge potrebbe avere uno “Sherlock”! Chi è Watson? …elementare: è il supercomputer della IBM in grado di risponde con velocità, precisione e accuratezza a domande complesse (di lingua parlata, con sfumature, inflessioni, accenti, modi di dire e metafore). Watson ha vinto la sfida di Jeopardy (una trasmissione di cultura generale tipo il Tele Mike di una volta), battendo i supercampioni – umanissimi – Brad Rutter e Ken Jennings. Potrebbe un tale sistema nel futuro sostituire un avvocato? O magari un giudice?

Forse (e probabilmente) sì, chissà. Ma la vera domanda è se noi saremmo pronti ad accettare che lo faccia.

Tutto questo  e molto altro – non rimarrà confinato nelle sole aule di tribunale. Anzi, vi entrerà da fuori. Ciò significa che anche l’odierno sistema di produzione normativa (e verosimilmente addirittura anche il modello politico di sistema democratico rappresentativo) potrebbe essere completamente rivoluzionato da queste tecnologie. Come?

Non ci vuole poi così tanto ad immaginarlo…

In meglio?

Non lo sappiamo. O forse sì per quanto riguarda l’efficienza, no per quanto riguarda quella sottile ed indefinibile sensazione irrazionale che ci dice che, comunque, con tutta la nostra fallibilità, nonostante siamo attraversati da irragionevoli ed irrazionali sentimenti del momento che condizionano le nostre decisioni, siamo meglio di una macchina.

Certo che però in questo giudizio abbiamo un piccolo conflitto d’interessi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.