Je suis perplexe

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Massaggi multicultural all’acqua di Colonia!

di Gianluigi M. Riva

Ma che strano: nessuno “est” (Je suis, Tu es, Il est) turco, nessuno “est” turista tedesco e figuriamoci se qualcuno “est” indonesiano. Che poi qualcuno “est une famme harceléè par les immigrés” è proprio fuori discussione. Dunque: non colori della bandiera turca, indonesiana o tedesca sulla foto profilo di chicchessia.

I fatti di Colonia. Episodio gravissimo. Da condannare. Eppure siamo al tutti contro tutti. Vignette tanto provocatorie, quanto di cattivo gusto; deliranti articoli illazionisti che vorrebbero una regia xenofoba dietro i fatti e giustificazionismo garantist-perbenista perché non è “politically correct” condannare un fatto se e quando è commesso da minoranze/diversità di sorta. Ossia quella fastidiosa deriva culturale decadentista che li vorrebbe “diversamente gentiluomini”!

Questo è purtroppo lo scenario interpretativo: o la condanna sommaria con la caccia alle streghe o il perdono giustificativo. Entrambi piuttosto dannosi.

Sicuramente i fatti vanno condannati (senza forconi e spedizioni punitive), ma vanno anche valutati nel loro insieme. E sicuramente non si possono tollerare i perbenismi “radicalchicchisti” di coloro che in nome della tutela di ogni stravaganza, diversità e minoranza, giustificano tutto. Peraltro con una violenza intellettuale e una chiusura mentale verso l’opinione contraria (anche quella moderata) degna dei più feroci inquisitori.

I fatti di Colonia sembrano appunto voler testare questa nostra propensione alla guerra interna. Sembrano voler introdurre – in modo molto puntuale e strategico – una nuova forma di terrorismo: materiale e psicologico. Sembrano voler sondare la forza e la coesione della reazione.

Apriamo gli occhi allora. E poi, magari, evitiamo di far finta di non vedere. E questo vale per tutti.

Esistono dati analitici che indicano come a seconda delle etnie, vi sia una propensione maggiore o minore per determinati tipi di reati. Questo è un dato. Poi lo si può più o meno interpretare come si vuole, ma rimane un fatto oggettivo. Sicuramente l’educazione civica, scolastica, etica, l’ambiente e la società di riferimento, fanno la loro parte: va compreso che una persona cresciuta in un contesto culturale di violenza, guerre e crimini (vale anche per certe realtà italiane), non avrà il nostro stesso senso civico e di rispetto delle regole.

Certo è che ciò non può nemmeno assurgere ad esimente di responsabilità o, peggio, a giustificazione.

Questi tipi di problemi vanno affrontati su più livelli (giuridico, sociale, educativo ecc.) e soprattutto su un binario a doppio senso. L’integrazione dev’essere un processo osmotico nel quale alla volontà di integrare deve corrispondere una volontà di essere integrato.

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Dall’altra parte vediamo che i mille (e non quelli di Garibaldi!) erano per buona parte nordafricani. Alcuni sono risultati essere richiedenti asilo in quanto profughi siriani. Ora, nulla è da escludere, ma non appare logico che una persona che scappa dalla guerra si giochi così la possibilità di essere accolto come rifugiato. Appare più logico che lo faccia senza remore uno dei tanti criminali che ha comprato un passaporto falso siriano (cosa molto semplice da fare a Istanbul). Dunque bisogna porsi alcune domande a monte sugli ingressi.

Ciò detto, rimane un fatto che i nordafricani siano di matrice culturale (non per forza religiosa) islamica, così come è un fatto che essi siano degli ospiti (e sono gli ospiti che si devono adattare). È altresì un fatto che la cultura islamica (ancorché laica) differisca per valori e principi dalla nostra, a livello sociale come giuridico.

Qui emerge un nodo focale. Esistono punti di aperto contrasto fra la religione/cultura islamica e il nostro sistema giuridico. In un conflitto fra una legge dello Stato e un dettame del Corano, un musulmano praticante fa prevalere il secondo. Ma è anche vero che la stessa cosa potrebbe (condizionale) farla un cristiano con Bibbia e Vangelo. Che poi è ciò è avvenuto durante l’Impero Romano, quando i cristiani si rifiutavano di riconoscere l’Imperatore (quindi lo Stato) come massima autorità. Ma parliamo di 2000 anni fa.

Però è altrettanto vero che il nostro sistema socio-giuridico è ispirato a valori culturali di matrice giudaico-cristiana. Non dimentichiamoci comunque che anche noi – e non fino a molti anni fa – abbiamo perpetrato indicibili violenze in nome della Bibbia, interpretandone i contenuti in maniera distorta. Nel frattempo la Spagna islamica ante Reconquista era molto più tollerante della contemporanea Chiesa cattolica romana.

La stessa interpretazione radicale avviene però oggi nel mondo islamico (anche in risposta al decadimento morale e spirituale del modello sociale occidentale). Vi sono però due problemi ultronei: il Corano contiene dei versetti piuttosto “rigidi” quanto alla conversione – anche forzata – dell’infedele; in secondo luogo il Corano ha un’interpretazione “capillare” e non accentrata come quella cristiana. Infatti ogni Imam interpreta a suo modo il libro sacro: non esiste la figura di un “Papa islamico”.

Poi, nella comune visione islamica, la donna deve essere coperta (e sottomessa). Lo dimostrano recenti e meno recenti interviste fatte al di fuori delle moschee, tanto fra i fedeli che fra Imam. Ne emerge che è la donna stessa ad essere responsabile delle violenze (!), poiché vestendosi in modo discinto, o comunque inappropriato, espone le forme del corpo, inducendo e provocando l’uomo (ipse dixerunt). Esistono anche veri e propri decaloghi del vestiario consentito. Esistono poi i molti, troppi, tristi fatti di cronaca a dimostrarlo. Le pratiche dell’infibulazione, della sottomissione femminile, della bigamia, del matrimonio combinato, sono di matrice islamica. E contrastano con i nostri principi giuridici, oltre che morali.

E noi abbiamo il dovere di assicurarci che tali concezioni mentali non trovino asilo, pratica, giustificazione o anche solo spazio argomentativo nelle nostre società. Se vado a vivere con gli Hamish, per scelta o necessità, accetto il loro modello di vita, senza voler imporre il mio. E se gli Hamish mi vietano il cellulare, mentre la mia religione lo consiglia, o non lo uso o me ne vado. Ricordiamoci che di norma un ospite è invitato  ..quando invece egli si autoinvita, a maggior ragione va preteso un rispetto più rigoroso dei costumi dell’ospitante.

Questi problemi vanno valutati, e bene. Appare paradossale il cortocircuito culturale di cui è vittima l’”intellighenzia”, che deriva dall’applicazione dei principi di integrazione forzosa e difesa cieca di chi – come gli appartenenti alla cultura islamica – possiede una visione diametralmente opposta in ordine al ruolo della donna, ai principi democratici, alla concezione laica dello Stato, all’integrazione ed accettazione del diverso, all’omosessualità, eccetera eccetera.

La fastidiosa e dannosa corrente radical chic del politicamente corretto, da un lato esaspera concetti utili e condivisibili di accoglienza, eguaglianza ed emancipazione e dall’altro protegge ciecamente chi questi principi non solo non li condivide, ma li combatte. Il tutto in nome di un buonismo concettuale che si fonda sul talebanesimo della diversità e contemporaneamente sull’integralismo dell’omologazione. Ciò sfocia però, nei fatti, in un razzismo al contrario e in un nazismo inverso nei confronti chi non la pensa allo stesso modo.

Facendo un parallelo metaforico, l’educazione di un bambino non può essere fondata sul permissivismo, sul lassismo e sul buonismo. Non può essere tutto concesso, non può essere tutto lecito, tutto normale. Ci vogliono confini, regole, sanzioni. Il tutto in una prospettiva pianificata: si chiama educazione.

Se invece la chiamiamo integrazione, deve essere un progetto a lungo termine, nel quale l’ospitante adotta ogni utile mezzo per educare l’ospitato ai principi morali, sociali, etici e giuridici della società nella quale essi hanno scelto (e chiesto) di vivere e predispone ogni strumento atto ad accogliere e far sentire parte della comunità l’ospite. Dall’altro lato gli ospiti devono adattarsi, rispettare e dimostrare il loro impegno ad integrarsi con le nuove regole della società nella quale chiedono di amalgamarsi.

Il processo però è lungo. Ci vogliono – almeno – 20 o 30 anni. E nel frattempo? Tutto concesso? È lecito che in nome di una “diversità” culturale (ancorché giustificata da un diverso e meno civico humus sociale) – e il riferimento non è solo all’Islam   si possa defecare liberamente per strada, molestare le donne o costringerle ad indossare il velo, delinquere o comunque non rispettare le regole del paese ospitante?

Certamente no, non è lecito, né accettabile. Allora affianco ad una politica di integrazione a lungo termine, ci vogliono – a mali estremi, estremi rimedi – delle regole ferme e delle sanzioni dure e sicure per chi non rispetta le nostre norme, sociali e giuridiche. E ci vuole unità: una condanna sociale condivisa.

Se forziamo i testimoni di Geova ad accettare le trasfusioni o i normali cittadini ad accettare le vaccinazioni obbligatorie, in nome di norme sanitarie che rispondono a principi di sicurezza collettiva, allora non possiamo – e non dobbiamo  farci così tanti problemi morali a vietare il burqa per motivi di sicurezza (e a proposito, senza bisogno di leggine ad hoc, esistono già da decenni tutta una serie di leggi e norme di pubblica sicurezza che vietano di andarsene in giro a volto coperto, poiché bisogna essere sempre riconoscibili). Magari facciamole semplicemente rispettare.

Allora difendiamo le donne, e non solo le “nostre” donne. Difendiamole, tutte, da chiunque le maltratti, che sia cristiano, musulmano, ateo o agnostico. Difendiamole con l’educazione, ma anche con la forza delle regole e delle sanzioni. E ricordiamoci però di non cadere nel tranello dell’eguaglianza a spanne, dove i fatti e i dati non si vogliono vedere o prendere in considerazione.

Così non tappiamoci gli occhi di fronte al fatto che, in realtà, i femminicidi non sono mai aumentati dal 1992 sino al 2008 (anno dell’ultima rilevazione dell’ISTAT) e che il loro numero assoluto è più alto proprio in quei paesi dove l’emancipazione e l’eguaglianza fra i sessi è più avanti rispetto a noi (l’Italia è il paese europeo con meno femminicidi). E allo stesso modo non tappiamoci gli occhi di fronte al fatto che i paesi che hanno adottato una maggiore politica di apertura e accoglienza (proprio quelli più emancipati sessualmente) hanno anche visto un esponenziale incremento di reati contro la persona (e in particolare di violenza sessuale).

Allo stesso modo non usiamo due pesi e due misure: chi fugge dalle guerre è sicuramente disperato e come tale va aiutato. Ma fra costoro c’è chi in altri periodi storici abbiamo chiamato disertore o renitente. Chi non difende la propria famiglia, la propria terra, la propria libertà. Chi non combatte. Tra di noi c’è che si erge sul piedistallo del benpensante, elogiando i partigiani che andavano sui monti a “resistere” e condanna chi fuggiva o si imboscava, ma al contempo chiama i profughi “eroi”, nonostante scappino dai loro “doveri” di difesa della patria. Ma in effetti parole come patria, onore, valore, lealtà, combattere e ideale, oggi non hanno più senso. Anzi, sono disprezzate.

Insomma, decidiamo con che lenti vogliamo guardare le cose e proviamo – una volta almeno – ad usare un po’ di coerenza nell’analisi. Quindi accoglienza sì, assolutamente sì, ma con criteri precisi, educazione (nostra compresa), regole, sanzioni e reciprocità.

Ma comunque rassegnamoci: nous (tous) sommes un petit peu hypocrite.

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