«Parigi brucia?»

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Il dovere di fare, il diritto di non farlo

di Gianluigi M. Riva

Prima

di ogni parola,

di ogni pensiero,

considerazione,

ci vuole

silenzio.

Un minuto.

Un minuto per ognuno di coloro che ha vissuto ciò che è stato.

Per ognuno che ha avuto paura.

A Parigi come altrove prima.

Per chi è vivo e per chi è caduto.

Il silenzio.

Per rispettare.

Per riflettere.

Prima.

Di parlare.

 

«Parigi brucia?» chiedeva Hitler al generale Von Choltitz nell’agosto del ’44. «Parigi brucia» rispose mentendo e salvò la città.«Paris burns» twitta l’Isis per rivendicare l’attentato. Il giorno è il 13 novembre. Un venerdì tredici.

Gli attentatori studiano.

Non una scelta casuale. Come già non lo fu quella dell’11 settembre, giorno in cui, nel 1609 viene iniziata l’espulsione dalla Spagna di tutti i musulmani non convertiti. Giorno in cui, nel 1777, gli americani indipendentisti subirono una tragica sconfitta contro le truppe coloniali britanniche, nella battaglia di Brandywine.

Un venerdì tredici, come quello dell’ottobre 1307, dove il Re di Francia Filippo il Bello, fece partire da Parigi l’ordine di arresto per tutti i Cavalieri Templari, monaci guerrieri, simbolo delle guerre crociate contro i musulmani. Da allora quel giorno porta sfortuna.

Il 13 novembre – casuale o meno – ha altre connessioni. In questa data, nel 1789 (anno della Rivoluzione francese), Benjamin Franklin pronunciò la frase: «In questo mondo nulla può dirsi certo eccetto la morte le tasse». Stesso giorno, ma anno 1990, viene lanciato il primo protocollo HTML, che cambierà il mondo. Nel 2002 invece l’Iraq accetta la risoluzione ONU 1441 consentendo ad osservatori internazionali di verificare se sul territorio esistono armi di distruzione di massa …cosa successe dopo è storia.

Il venerdì è giorno sacro per i musulmani (in questo giorno Allah creò Adamo, che morì sempre di venerdì. Il girono del giudizio sarà di venerdì). È il giorno i cui vi è obbligo di preghiera.

Quando si analizza un qualsiasi fatto, non bisognerebbe dimenticarsi di porsi tre semplici domande: qual è lo scopo, quale l’obiettivo a lungo termine, chi ci guadagna.

Non c’è la presunzione di offrire qui risposte, ma solo domande.

Un atto di terrorismo trova il suo elemento fondamentale proprio nel “terrore”. Questo ci spiega perché solitamente gli attentati di questo tipo colpiscono luoghi quotidiani e non – di norma – simboli. È il motivo per cui non è stata colpita la Tour Effeil o altri luoghi simbolici. Vengono colpiti luoghi quotidiani, indifendibili, con il fine di incutere paura nella popolazione.

È stata colpita la Francia. E gli attentatori sanno bene che quel tipo di attentato “localizza” lo scontro. Non è stata colpita l’Europa (come se avessero colpito un simbolo condiviso come, appunto, la Tour Effeil). Non è stato colpito il mondo occidentale (come accadde con le torri gemelle, simbolo del capitalismo). No, è stata colpita la sola Francia. Perché?

Perché i simboli uniscono. La paura divide.

La strategia è cambiata. Sono cambiati gli attentatori, sono cambiati gli scenari, sono cambiati gli obiettivi.

È lo stesso motivo per cui sarebbero stupidi a colpire Roma nel giubileo. Attaccherebbero un simbolo, quello della cristianità, portando lo scontro su un livello religioso oltre che politico. Il risultato sarebbe l’unificazione, senza confini. Come accadde con la battaglia di Lepanto, guidata direttamente dal Papa Pio V Ghislieri.

E invece la strategia è fine, ma semplice. Ce l’hanno tramandata gli antichi Romani: divide et imperat.

E lo si poteva verificare il giorno dopo, sui social network, nelle reti televisive, nelle conferenze stampa. Eravamo come formiche agitate quando viene distrutto il formicaio. Ognuno con un’opinione, ognuno a dire la sua. Tutti contro tutti. Uniti solo dalla paura.

La reazione è stata ovvia: bombe. Bombe a Raqqa. E questo comporta il porsi nuovamente quella domanda semplice: chi ci guadagna? L’Isis ci guadagna ad essere bombardato a tappetto sui suoi territori controllati? Ci guadagna a coalizzare Russia, USA ed Europa?

Forse sì, forse no. Può dipendere dal tipo di risposta che diamo agli attentati. Ma come mai l’Isis ha colpito in Francia e non in Russia, nazione che più di ogni altro li combatte attivamente?

La storia geo-politica del territorio mediorientale può darci qualche spunto. Senza entrare nel dettaglio, la Siria è uno Stato disegnato a tavolino dalle Forze Alleate dopo la Seconda Guerra mondiale, che non hanno tenuto conto (voluto tener conto) delle diverse etnie. Divide et Imperat, ovvio. L’attuale Siria è uno Stato che ha circa mezzo secolo e si trova in un territorio conteso (perché strategico) dai tempi dell’Impero persiano.

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La realtà etnografica è suddivisa in varie etnie e religioni. Ma ha un nome: popolo arabo. Quello stesso popolo unito da sir Lawrence. Al Quaeda prima e l’Isis poi – anzi, insieme – hanno lo scopo di unificare tale popolo, sotto un comune fattore religioso, con uno scopo politico condiviso (unità, indipendenza e libertà – da noi ) e col collante di un nemico comune: noi.

L’Isis (Islamic State od Iraq and Siria) – che ora viene chiamato “IS” (Islamic State), ma che in realtà è al-Dawla al-Islāmiyya e dispregiativamente iniziamo a chiamare “Daesh” – è appunto uno Stato. Dunque un’entità politica che governa ed esercita un potere sovrano su un determinato territorio e su determinati soggetti, con un Ordinamento politico e giuridico.

L’Isis ha divisioni al suo interno, nella popolazione. Ma sinché vi sarà un nemico comune (meglio se diviso come siamo ora), questa entità politico-religiosa, avrà buon gioco. L’Isis ha anche un notevole potenziale di mezzi e risorse e una strategia: essere invasi da truppe di terra è un ottimo modo per perseguire gli scopi di cui sopra. Essere bombardati “ni”. Ma quindi?

O hanno fatto un colpo di coda, un atto deliberato, segno che i bombardamenti stanno funzionando (cosa che non stanno facendo) o la strategia è un’altra. E la strategia non è quella di un gruppetto di cani sciolti. Dietro un attentato del genere c’è almeno il quadruplo di uomini per l’organizzazione logistica e strategica. Pensiamo veramente che lo scopo sia conquistarci? Non avrebbero i mezzi e le risorse per controllare militarmente e politicamente un qualsiasi territorio europeo. E allora?

Suona amaro pensare, ribaltando il punto di vista (con i dovuti distinguo, s’intende), che essi rappresentino un popolo che tramite l’autodeterminazione persegue uno scopo di unificazione, identità e indipendenza. Molto “democratico” come concetto. Molto meno nei modi e nei fini. Eppure là, nello sterminato territorio arabo l’Isis riscuote molti sostenitori. Gli stessi che gli permettono di essere un Stato.

Ma “noi” combattiamo questa autodeterminazione. Nonostante in altri “contesti” l’abbiamo sostenuta per motivi “democratici” contro dittatori come Saddam o Gheddafi. E ora Assad. Quanto animo nobile di cui disponiamo. Peccato che del Tibet o di altre realtà occupate non gliene freghi niente a nessuno.

Stride anche constatare che la sola potenza militare di Israele sarebbe in grado di annientare l’Isis. Ci viene raccontato che non sappiamo capire, intercettare e bloccare i circuiti dei traffici di armi e di denaro che sostengono l’Isis! Abbiamo tecnologie di pubblico dominio che sono in grado di monitorare qualsiasi attività, grazie ai Big Data. A maggior ragione i Servizi Segreti hanno tecnologie che noi oggi facciamo fatica ad immaginare… La verità è che sarebbe più semplice sapere chi c’è dietro, che capire che Bruce Wayne è Batman!

Quindi? Cosa fare? Cosa credere?

Dal punto di vista del diritto dobbiamo chiarirci le idee e capire cosa vogliamo. Il punto è che – purtroppo – se vogliamo “annientare” l’Isis, dobbiamo eliminare le cause che lo hanno creato: quindi rinunciare al controllo mediorientale e farci da parte.

Oppure smetterla di fingere di fare i pacificatori (con le bombe) e colonizzare apertamente, con ciò che ne consegue.

I terroristi sanno che lo Stato di Diritto è il nostro limite. Le squadre speciali davanti al Bataclan non sono potute intervenire, nonostante sentissero uccidere gli ostaggi, poiché dovevano rispettare dei protocolli. Protocolli con scritto che prima si tratta e solo come estrema ratio si interviene. E sono fatti in modo che un militare non possa scavalcarli senza responsabilità. Quanti di noi sarebbero stati pronti a puntare il dito contro un intervento non autorizzato? …Tanti. E avrebbero poi imputato i morti all’intervento.

Così si è aspettato. Si è aspettata la decisione politica – non militare – di superare i protocolli e intervenire. Tardi. Troppo tardi.

Molti “processi democratici” sono dei legacci insensati in queste situazioni.  Lo sanno i terroristi, ma lo sanno anche i politici.

La paura unisce, ma in un modo strano: siamo tentati, spronati a delegare poteri enormi per la nostra sicurezza. E se qualcuno se li arroga, ne siamo quasi felici. La Francia ha dichiarato, come era comprensibile, lo stato d’emergenza. Non accadeva dai tempi della guerra in Algeria. È il preludio a uno Stato di Guerra. Le garanzie costituzionali diminuiscono, il potere si accentra.

La falla degli “Stati di Guerra” è che non prevedono procedure “limitative” che determinino dei bilanciamenti, dei limiti, dei termini, per il rientro a uno Stato di Diritto. La cosa ci va bene? Perfetto. Ma dobbiamo scegliere consapevolmente, non per paura.

Proviamo però ad imparare dalle situazioni. A prendere spunto. La nostra cultura ha l’ideale della vita sopra ogni cosa, a sacrificio di qualsiasi cosa d’altro. Tutto è concesso, tutto è lecito, tutto dev’essere rispettato, tutto tollerato e tutto integrato. A parole. Ogni diversità, differenza, stranezza deve essere garantita, tutelata, riconosciuta. E imponiamo questa visione a un mondo che la vede in modo opposto. Un mondo dove i ragazzi sacrificano la vita – giusto o sbagliato che sia – per un’ideale – giusto o sbagliato che sia. Sono plagiati? Forse. E noi non lo siamo?!

Da noi si fanno gli status di Facebook «Siamo in guerra», ma chi lo scrive poi va a bersi un aperitivo; non imbraccia il fucile per andare a combattere in ciò in cui “crede”. Prendiamo a vessillo di libertà d’espressione il cattivo gusto delle vignette di “Charlie Hebdo”, ma ci indigniamo per l’altrettanto cattivo gusto (ma parimenti libertà d’espressione) del titolo di Libero. Chi si strappa le vesti per l’integrazione a tutti i costi e anche chi combatte contro cose come il diritto di espressione, la pari dignità della donna, la laicità dello Stato ecc., ossia tutte cose che chi DEVE essere integrato vede e vive in maniera diametralmente opposta. E non verranno accettate.

Tutte queste contraddizioni, tutte queste falle, tutte le cose che non vanno nella nostra società – e non stanno andando – sono la riprova (purtroppo) del fallimento del modello democratico-capitalistico. Che non significa che gli altri modelli funzionino meglio. Significa solo che ci dobbiamo fare un bel po’ di domande e iniziare – sarebbe ora – a darci delle risposte coerenti l’una con l’altra.

Allora uniamoci. Ma non per paura. E combattiamo, ma non per conquistare. Ma per difendere. E facciamolo in maniera intelligente.

Parigi intanto brucia …di rabbia e passione. E se brucia scotta. Chiunque.

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