Nuovo (dis)Ordine Mondiale

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di Gianluigi M. Riva 

Vita, cibo, schiavitù: io mangio, al resto pensaci tu 

Primo maggio: festa dei lavoratori. La giornata – riconosciuta in tutto il mondo – nella quale nessuno lavora.

No seriamente, non è una presa in giro. Una volta accadeva davvero!

Stiamo partendo da lontano, ma tutto acquisterà più senso via via. Primo maggio, inaugurazione di Expo. La manifestazione è all’insegna del cibo.

E infatti la cosa è stata presa sul serio: in 8 anni  tra appalti, fondi neri, corruzione e fugni vari – ci hanno mangiato alla grande. Diciamo che in Italia ce lo si poteva anche aspettare.

Inaugurazione di Expo e fuori dai padiglioni i detrattori manifestano contro. Manifestano ora. Ma a cosa serve ora? Ricordare ai turisti tutti i problemi italiani, tutti gli strascichi giudiziari e le polemiche, a chi/a cosa serve? A chi giova?

Di certo non a chi si è trovato la macchina incendiata, la vetrina sfondata o a chi (le forze dell’ordine) ha dovuto subire la sassaiola per l’ennesima volta. Bravi “no Expo”, buona la prima!

Ma poi, per cosa protestano non si è capito… un mondo migliore/il sorriso di un bambino/volemose bbene?! Il problema è che la maggior parte di costoro probabilmente non sa nemmeno cosa sia Expo. E non è uno scherzo, purtroppo.

I problemi di Expo. Ecco, qui si inizia a sorridere. Per non piangere. Tra i tanti, cartelli in inglese, ma “all’italiana”; manifesti con indicata la Toscana, ma evidenziata l’Emilia Romagna e padiglione Italia ancora chiuso per lavori. Il manifesto Toscana merita un’analisi goliardica: l’errore di confusione – già di per sé grave – nasce sicuramente in fase di progettazione. Ora, può capitare. Ma come è possibile che nessuno, nelle varie fasi, dalla stampa, alla revisione, alla supervisione, al montaggio di un manifesto, non si sia accorto dell’errore?! Non è possibile. E infatti è più verosimile che se ne siano accorti tutti e che tutti – in stile Italia – abbiano iniziato a dire “è colpa di Caio”, “ci pensa Sempronio”, “tranquillo, lo avviserà Mevio” ecc.

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E in effetti, per spiegare al meglio questa mentalità italiana agli stranieri, basta usare il concetto di DOC e DOCG. Dove il primo è Denominazione di Origine Controllata e il secondo è Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Come dire: uno è controllato, sì, ok, ma non è proprio sicuro che lo sia. L’altro invece, ti garantiamo che lo controlliamo.

Questa è l’idea italiana di controllo, regolamentazione, diritto e stile di vita in generale. Se non bastasse si può sempre constatare come Expo con tema cibo e salute ospiti al suo interno un buon vecchio McDonald, emblema del cibo mediterraneo e salutare. Ma sarà affollatissimo, ne sono tristemente certo.

Eppure Expo 2015 si basa proprio sul diritto al cibo e sulla vita del pianeta e delle nuove generazioni. “Siam pronti alla vita” hanno cantato, violentando un simbolo della Nazione, come l’inno. Alla morte, al sacrificio, al dovere – in effetti – non è pronto più nessuno. Ma alla vita, ah be’, a quella son pronti sempre tutti. Ma siamo sicuri di comprendere veramente cosa sia la vita?!

Di Carta di Milano e diritto al cibo (quale cibo) ho già parlato. Ora tocca al diritto alla vita.

Come per il cibo, partiamo da un dato: “quale” vita è oggetto del Diritto alla vita? Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art.1: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

Il fatto che nascano liberi, non significa che poi vivano liberi. Se volessimo fare gli anarchici del diritto infatti, potremmo tranquillamente sostenere che essi poi vivranno sottoposti a uno Stato che non hanno scelto e a regole che non hanno contributo a formare. E dal quale e dalle quali non possono sottrarsi.

Quanto al secondo lemma, conosco persone che mi ricordano quotidianamente come i princìpi possano essere empiricamente lontani dalla realtà! Il dovere di fratellanza viene semplicemente non preso in considerazione nella pratica, come la maggior parte dei doveri del resto.

In fondo è sempre più comodo parlare di Diritti.

C’è poi anche la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (detta anche Carta di Nizza), che più o meno ripropone gli stessi concetti di vita, schiavitù, eguaglianza, diritti di qua e di là e tanti altri bla bla bla, molto utili nelle chiacchiere da salotto bene.

Comunque, l’art. 3 ci solleva, dicendoci che «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona». L’art. 4, che «Nessuno individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma».

Pausa.

Pensare.

Pausa.

Pensare ancora.

Contare fino a 10.

Aspettare.

Contare fino a 100.

Respirare.

Respirare pro-fon-da-men-te.

Nessuno può essere “tenuto” o “costretto” (nella Carta di Nizza) in schiavitù. Ma se scegliesse, con “ragione” e “coscienza” la schiavitù?

Molte leggi nazionali vietano la schiavitù a prescindere, anche se volontaria. Ma il problema è che nessuno la definisce. E soprattutto l’Italia – ma anche gli U.S.A. non scherzano  insegnano che cambiare nome alle cose aiuta.

Alzi la mano chi si sente schiavo. Nessuno immagino.

Ma siamo o no schiavi di energia? Di “connessione”? Di cibo?

Parliamone…

La fame signori, è il più potente mezzo di condizionamento. A voler scherzare si direbbe che ce n’è anche un altro di mezzo di condizionamento, che inizia sempre per “f”. Ma è relativo a solo metà delle polarità riproduttive… e poi può tranquillamente essere classificato anch’esso sotto “fame”!

Tornando a fare i seri: la fame  quella vera  fa fare qualsiasi cosa, facendo dimenticare educazione, regole sociali e ceto di provenienza, leggi e umanità. La fame fa regredire l’uomo ad animale. O forse fa emergere l’animale che a stento controlliamo.

E la nostra società ha fame di tutto.

Cento anni sulla terra fa eravamo un miliardo. Oggi siamo 7 miliardi, in crescita esponenziale. Esponenziale. Se parliamo di cibo, sempre più persone vogliono cose come cioccolato, caffè, tonno. E quindi ce n’è sempre meno. Costa di più e costa sempre di più produrne. Vengono abbattute foreste per coltivare, pescati pesci che non faranno in tempo a riprodursi, avvelenati milioni di litri di atmosfera per raffinare il nostro cibo e i nostri prodotti.

E noi mangiamo. Come i corrotti di Expo. Mangiamo perché abbiamo fame.

E quando il cibo finirà? Quando non ci saranno più terreni fertili? Cosa hanno fatto gli abitanti di Rapa Nui con l’ultimo albero dell’isola: lo hanno tagliato. E poi sono morti anche loro.

Avete mai notato che un elettrone è uguale ad un atomo, che è uguale a una cellula, che è uguale a un pianeta, che è uguale a un sistema, che è uguale a una galassia (che è uguale a chissà cosa)?!

Tutto vive di tutto. Come le nostre cellule – ognuna delle quali diversa e dotata di vita singola – che compongono un essere vivente complesso: noi.

La natura ha previsto qualche trucco per tenere sotto controllo i numeri esponenziali e mantenere l’equilibrio delle cose: malattie, carestie, guerre. Ma noi ci curiamo (da questo punto di vista i medici sono contro natura!), abbiamo imparato a controllare le colture e a combattere le carestie con la chimica e vogliamo la pace (invero a parole). Per il terzo punto in realtà siamo sul “work in progress”, ma diciamo che le guerre d’oggi giorno, mietono proporzionalmente poche vittime dal punto di vista evolutivo della natura.

L’uomo è l’unico essere vivente sulla Terra che non si adatta all’ambiente ma adatta l’ambiente a se stesso.

E intanto aumenta in numero. E intanto mangia. E più aumenta e più mangia.

Ma non è l’unico essere a comportarsi così. Ce n’è un altro. Il virus.

Quando un virus entra in un corpo vivente, lo usa per sopravvivere, riprodursi esponenzialmente, sinché l’organismo ospite non muore, uccidendo anche il virus stesso.

L’unica chance dell’organismo è quella di combattere il virus, danneggiando in parte sé stesso. Aumenta la temperatura, modifica il metabolismo e il normale andamento riproduttivo delle cellule, cambia le modalità di gestione energetica interna – che viene sottratta dalle cellule che non sono indispensabili ,  implementa l’aggressività delle cellule “soldato”, sacrifica le cellule in sovrannumero.

Ora, sulla terra sta aumentando la temperatura e si sta modificando il clima. I poli sono in procinto di invertirsi, è in aumento l’omosessualità (pare anche a causa dell’esposizione dei feti a una minor concentrazione di testosterone e a una maggior concentrazione di onde elettromagnetiche) e sono in aumento i tumori. L’aggressività non è scientificamente misurabile, ma la percezione (America, Russia, Isis, Siria ecc.) è che sia aumentata.

Quindi?

Quindi parliamo di Diritto alla vita.

Chi ne è titolare? Il singolo o la collettività?

Domanda scomoda. Il diritto alla vita è stato disegnato sull’individuo, come tutti i diritti del resto.

Sono i doveri (quelli che non piacciono a nessuno) che sono collettivi.

Sacrificare parte della popolazione per salvare la specie, per salvare laTerra: cosa giusta o abominevole?

Ma la vita, nel suo senso più ampio e dinamico, ha diritto di sopravvivere? Ogni secondo che ci fermiamo a riflettere, il virus aumenta in numero e il corpo ospite cerca misure sempre più drastiche e disperate. Vulcani che esplodono su tutto ciò che incontrano, tzunami che spazzano via vite, valanghe che travolgono ogni cosa, terremoti, uragani, clima impazzito.

Siamo troppi. E siamo tutti affamati. Chi di vera fame, chi di ingordigia. Sapete perché in natura non esistono i super-predatori alla “Alien” di Ridley Scott? Perché sterminerebbero le proprie prede e con esse, sterminerebbero la propria specie. La natura lavora in equilibrio. La natura lavora sui fallimenti. La natura protegge la vita, con la morte.

Noi non abbiamo equilibrio. Siamo “Alien”. Siamo virus. Siamo troppi (repetita juvant).

La soluzione c’è ed è banalmente spaventosa.

Il problema è decidere come. Il problema è decidere chi. Il problema è decidere chi decide. E intanto il tempo passa.

Ma allora, quando parliamo di collettività, ci viene in mente che essa si protegge dal singolo, anche a scapito del singolo. Il singolo è sacrificabile.

Uno Stato funziona così. Il Diritto è improntato sulla tutela del singolo, ma nell’ottica collettiva. Così la proprietà è un diritto del singolo, ma viene vinta dall’espropriazione per pubblico interesse.

E se torniamo al cibo – anche quello metaforico – vediamo che ci sono nazioni obese, energivore, che hanno inquinato e distrutto per fare la loro rivoluzione industriale e ora negano alle nazioni emergenti di fare la stessa cosa. Non certo per proteggere l’ambiente, ma perché temono di perdere l’egemonia. E queste si ribellano, perché pretendono la loro fetta di progresso al profumo di smog.

E poi ci siamo noi, gli obesi del benessere, della connessione e dell’energia, della merendina e del capo di vestiario colorato chimicamente. E abbiamo tanta fame. Di tutto. Soprattutto di diritti.

E vogliamo vivere. Bene, a lungo, tutti.

Ma vogliamo anche le comodità, i vizi, i privilegi… i diritti ovviamente.

E se qualcuno proponesse di far pagare più tasse agli obesi, ai fumatori ai compratori di cibo spazzatura e di prodotti chimici, ci scandalizzeremmo. Se qualcuno proponesse il controllo delle nascite e una presenza più interna dello Stato nella politica economica, per assicurare regole certe e il bene collettivo, si griderebbe al Comunismo, al Socialismo. Se un’unica entità politica dirigesse tutta l’umanità verso un destino comune, equilibrato, con “ragione” e “coscienza” per il bene della vita, umana e non, si urlerebbe al complotto del famigerato Nuovo Ordine Mondiale. Eppure un mondo senza confini e guerre era quello cantato da un pacifista, certo Lennon.

Ma forse non sono le domande ad essere scomode.

Sono le risposte.

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one…

Va be’, poco importa: tutto questo scrivere e pensare mi ha messo fame. Meno male che al giorno d’oggi i supermercati sono aperti sempre. Nonostante sia il primo maggio.

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