Stepbrain adoption

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Ma siamo sicuri di farci le domande giuste?

di Gianluigi M. Riva

Ecco, ci risiamo.

L’eterna lotta italiana fra guelfi e ghibellini. Che oggi diventa adozioni (stepchild adoption: ovverosia la possibilità per il compagno omosessuale di adottare il figlio dell’altro partner) pro o contro. Tanta mischia. Che come al solito offusca la ragionevolezza. Quel tanto che basta a non approfondire le cose per farsi un’idea – quantomeno – coerente. Magari anche fondata sul ragionamento ..ma non esageriamo!

Ovviamente, come sempre, il todo caballeros è fomentato dalla contrapposta mancanza di educazione politica, etica, civica, giuridica delle diverse fazioni al potere. Si scrive “battaglia”, si legge “strumentalizzazione”. Da un lato il governo utilizza la questione per cavalcare l’opinione pubblica e fregiarsi dell’agognata medaglia (pre) elettorale “l’abbiamo fatto noi”. E usa la questione per “distrarre” da altri scandali contemporanei. Dall’altro lato l’opposizione la sfrutta per aggregare l’elettorato conservatore sotto la propria bandiera ed usa il voto segreto per tentare di danneggiare la credibilità del governo. Siamo lontani da un voto segreto per garantire la libertà di coscienza. Il che equivarrebbe a dire che ognuno vota secondo coscienza al di là degli schieramenti politici e dei giochi di palazzo. Ma l’etica non va di moda.

Comunque i “battaglioni” della difesa dei diritti civili stiano tranquilli: la storia è una continua escalation di concessioni. Se non sarà oggi, sarà molto presto. La nostra società (rectius: opinione pubblica) è pronta (non matura) per il passaggio. È inevitabile, se ne facciano una ragione i crociati del “no” a tutti i costi. Poi però sarebbe bello che esistessero anche i movimenti per i doveri civili.. ma va bè! Perché da un bel po’ c’è questa deriva per la quale libertà di pensiero ed espressione, e tutta la pletora di altre rivendicazioni, sia a senso unico. Il caso è quello del Pirellone, addobbato a festa per il “Family day”.

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Fa eco la foto dei due uomini che baciandosi fanno il dito medio alla scritta. Ora, se è legittimo che gli omosessuali manifestino le proprie idee e battaglie, è legittimo che ciò venga fatto anche dalla parte opposta, senza dover essere insultata. Nessuno a suo tempo ha detto nulla quando ad essere appesa alle finestre dei palazzi pubblici era la bandiera della ““pace”” (le virgolette alle virgolette vanno di prammatica). Bandiera i cui colori erano anche quelli del movimento gay. E cosa sarebbe successo se due sposini si fossero fotografati baciandosi e facendo il dito medio alla bandiera? Non si può fare della morale un tanto al chilo. Né a senso unico. No perché ricordiamoci che i famosi “Gay Pride” erano sovvenzionati con soldi pubblici, mentre il “Family day” no. E c’è da dubitare fortemente che al “Family day” vedremo gente limonare duro con tette e culi di fuori per sostenere le ragioni “etero”.

Ma questo, comunque, attiene al modus. Sicuramente, a “comprensione” della altezzosa maleducazione intellettuale di alcuni manifestanti, va considerato che le proteste hanno sempre avuto bisogno di simboli, atti e segnali forti. Essia. Ma parliamo di contenuti. Unioni, matrimoni e adozioni. Si tratta di scelte etiche, ma anche e soprattutto di Diritto (e invito a rileggersi “Eterologazione omocratica” come base normativa per comprendere l’importanza della questione). Come già ivi sostenuto, i confini, nel Diritto come nella società, sono essenziali. Il che non significa che non possano essere cambiati, ma che vadano disegnati ponderando bene gli effetti che ne scaturiscono. Una cosa teniamola – tutti – bene a mente: il Diritto è un servitore. Serve alla società e si adatta alle esigenze di essa. Checché (occhio all’accento se no poi scoppia il casino mediatico! – mi si conceda la scivolata sull’humor inglese* –) ne dicano i boriosi legulei (noi). Mi spiego: una legge va scritta in modo tecnico (i famosi confini ben disegnati).

Una parola al posto sbagliato, o usata incorrettamente, può fare molti danni. Inoltre – non sembra –, ma scrivere di Diritto necessita creatività, poiché bisogna proiettarsi nel futuro e sforzarsi di immaginare l’impatto pratico che avranno le parole che si stanno redigendo. Il tutto tenendo presente i casi concreti, ma nello sforzo di rimanere “astratti” e “generali”. Questo perché la norma (nel nostro sistema di Civil Law; non così nel Common Law) deve abbracciare la più ampia possibilità di applicazione. Sarà rimesso al giudice il compito – spesso ingrato – di adattarla al fatto concreto. Un po’ di teoria generale del Diritto dunque, per capire che una legge non va scritta sull’onda del sentimento di piazza. E infatti chi cita le Sentenze statunitensi a suffragio del matrimonio omosessuale, o è ignorante, o in mala fede. Proprio perché esse si incardinano in un sistema di Diritto completamente diverso. Quanto ai casi specifici, vanno valutati senza i paraocchi. Da ambo i lati. La confusione intanto, regna sovrana e la gente si arrocca su posizioni – quali che siano – senza sapere nemmeno di cosa si parla veramente. Il passaggio criticato nel DDL Cirinnà prevede l’adozione cd. “non legittimante”. Ciò permette al partner – unito civile – di adottare il figlio dell’altro.

È un’estensione di quanto già previsto per il matrimonio e non comporta diritti successori verso del minore. La stepchild adoption non è quindi adozione “legittimante”, ossia totale (che comporta anche diritti successori) che una coppia senza figli può fare di un minore. Fin qui il dato giuridico. Il dato politico è che una volta approvata la stepchild adoption (e prima o poi la si approverà), si spianerà la strada per introdurre anche l’adozione legittimante (e prima o poi la si approverà). Nei casi specifici questo può portare ad alcune conseguenze. Ad esempio se il partner adotta il figlio dell’”unito civile” e quest’ultimo decede, a chi sarà affidato il minore? Da un lato sarebbe ingiusto e sconsiderato sottrarre un minore a chi l’ha cresciuto, dall’altro non si può “sottrarre” o “staccare” il minore dalla famiglia biologica. A chi dovrebbe essere affidato il minore nel caso di conflitto tra l’adottante e l’altro genitore biologico? E nel caso l’adottante si risposasse/unisse/convivesse, sarebbe lecito, legittimo, auspicabile, nell’interesse del minore che questi continuasse ad essere cresciuto da costoro?

Certo, le risposte a questi quesiti le danno i giudici. Ma la nostra società dovrebbe già aver imparato sulla pelle dei figli dei separati quanti danni si possono fare con le leggi e le loro applicazioni interpretative. Ecco perché le norme vanno ponderate. E ponderate nel dinamico. Perché, ad esempio, la possibilità di elusioni delle norme vanno prese in considerazione. E possibilmente arginate. Come va considerato che l’”utero in affitto” è una realtà plausibile. E chi lo difende deve però poi spiegarci come su altri fronti condanna la prostituzione e innalza la legge Merlin a pietra miliare della civiltà. Ma eccoci al punto: le tesi, le argomentazioni, l’etica. Cosa sono? Cos’è la famiglia tradizionale? E cos’è la famiglia “moderna”? La dialettica e la retorica ci insegnano che si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Tutto è giusto e tutto è sbagliato. Tutto è sicuramente giustificabile con qualche esercizio di ragionamento. E di conseguenza tutto è interpretabile. Quindi non animiamoci troppo a sostenere l’una o l’altra tesi. In fondo dipende dalla storia! Se pensiamo che l’inventore della lobotomia vinse il Nobel potremmo comprendere molte cose. Specie sull’etica.

Ma cos’è l’etica allora? ..di sicuro è qualcosa legato a luoghi e momenti storici. Oggi dunque sosteniamo che non esiste un modello prestabilito di famiglia, che non esiste diversità nell’essere cresciuto da genitori del medesimo sesso, che è “normale” cambiare sesso, che il bianco è nero, che il nero è bianco e che comunque, se vogliono, possono scegliere di che colore essere. Va bene tutto. Sta bene. Ma allora dov’è il discrimine? Dov’è il confine? Qual è l’unità di misura su cui calcolare il giusto e lo sbagliato, l’accettabile e l’inaccettabile, il morale dall’immorale? Perché se non ci diamo l’unità di misura, allora non possiamo condannare le pratiche che avvengono in altri luoghi, come i matrimoni combinati, la bigamia, il burqa, i matrimoni con minorenni, se non con o fra bambini e tante, tante altre cose. Perché per quelle culture sono pratiche giuste, accettabili, normali, addirittura cardini della società. Quindi qual è questo principio di etica assoluta che permette a noi di elevarci?!? Allora magari, prima di sbraitare la nostra opinione nel vociare della folla, fermiamoci un momento a pensare quale sia il nostro metro di misura. E solo dopo averlo individuato misuriamo la nostra opinione.

E poi, sempre magari, proviamo ad ammettere – ma sempre magari – che tutta la questione nasce per “assecondare” quello che potremmo chiamare “egoismo” delle coppie omosessuali, che vogliono un bambino. Può darsi anche un egoismo legittimo, se lo vogliamo chiamare istinto di maternità/paternità. Che però così diventa quasi una sorta di paradosso naturale. Ora, l’amore è amore. Ed è una cosa bella e positiva a prescindere da dove provenga e dove sia indirizzato. Ma forse la domanda più corretta da farci è: nell’interesse di chi vogliamo approvare la stepchild adoption…?

*la provocazione è voluta. E vuole sia toccare il nervo scoperto di chi “je suis libertè d’expression” ma guai a scherzare sui temi “impegnati”. E sia di chi “«no, no, ma io non ho nulla contro gli omosessuali; ho anche degli amici gay”»e poi al bar giù con le peggio battute – che facciamo tutti (e non solo sui gay) –. ..Égalité

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