Osservatorio finanziario n. 76

alt

di Stefano Masa ideatore e titolare di QuantInvest®


La gestione del risparmio italiano: «un apporto distruttivo di ricchezza per l’economia del Paese»

Così non va bene. In Italia si assiste ad una vera e propria Babele nella gestione del risparmio. «Nel 2014 il rendimento medio netto dei fondi comuni aperti, visto in una prospettiva di lungo periodo, permane insoddisfacente rispetto a quello degli impieghi alternativi». Non solo: limitando l’indagine ai soli fondi azionari «la performance 2014 è stata del 6%, inferiore a quella (19,6%) delle borse internazionali – loro principale mercato di riferimento» con «Anche qui, la prospettiva di lungo periodo propone un quadro non favorevole».  E ancora «Negli ultimi 5 anni i guadagni dei fondi azionari italiani (4,9% medio annuo) sono stati inferiori a quelli della media internazionale (14%), come pure nell’ultimo decennio (2,4% annuo contro 7,2%), mentre nei 31 anni di attività dei fondi di diritto italiano la performance è inferiore anche a quella della Borsa italiana (4,8% medio annuo a fronte del 7,6% per le azioni nazionali e del 9,3% per le borse internazionali)».

Emerge inoltre un’ulteriore conclusione sfavorevole raffrontando l’operato dei professionisti del risparmio al semplice rendimento dei Bot a 12 mesi: in un arco temporale di 10 anni il titolo di stato italiano primeggia sui fondi comuni italiani mentre solo negli ultimi 5 anni quest’ultimi hanno la meglio.

Queste le risultanze – decisamente amare – dell’indagine condotta dall’Ufficio Studi Mediobanca giunta alla sua XXIV edizione. La conclusione alla quale l’istituto di Piazzetta Cuccia arriva è disarmante sia per i risparmiatori che per lo stesso Paese: «L’industria dei fondi continua a rappresentare un apporto distruttivo di ricchezza per l’economia del Paese».

alt

Dalle rilevazioni riportate appare molto chiaramente come i soggetti impiegati nella cosiddetta “industria del risparmio gestito” non siano all’altezza di generare valore aggiunto (il cosiddetto “Alfa”): le cause possono essere molte e di vario genere (nel rapporto ne vengono indicate alcune) ma ciò che comunque rimane costante è la scarsità di rendimento rispetto ai mercati finanziari.

Non solo dal punto di vista dei rendimenti il singolo risparmiatore può reclamare insoddisfazione, ma anche sul fronte dei costi: «Il raffronto con l’industria finanziaria americana conferma ancora che i fondi italiani sono assai costosi» infatti «sui fondi azionari gravano oneri pari a quasi quattro volte (il rapporto, appena inferiore al livello massimo del 2013, era pari a poco più di una volta e mezzo nel 1990 e nel 1995), mentre gli obbligazionari costano in media oltre il doppio (massimo storico; era 1,1 volte nel 1990) e i fondi di mercato monetario 5,4 volte (il punto più alto del rapporto con i costi dei fondi USA, nel 2006 pari a 1,6 volte)».

Cosa ci si può aspettare per il prossimo futuro? E soprattutto è bene chiedersi come ci si deve comportare per gestire al meglio i propri risparmi? Una domanda alla quale – per ora – si trova una prima risposta attraverso i dati riconducibili alla cosiddetta raccolta netta registrata nel corso dell’anno appena trascorso: nonostante i dati scoraggianti sulle performance conseguite il saldo è comunque cresciuto come già avvenuto nel precedente anno 2013.

Sembra paradossale ma in Italia, il risparmiatore, nonostante i suoi denari siano impiegati in strumenti finanziari poco efficienti, continua ad avere fiducia: versa e continua a versare i propri soldi in questi veicoli di investimento non curante del mancato valore aggiunto.

Quando giungerà il momento in cui ci si accorgerà che forse è necessario un cambiamento? Probabilmente, mai.

In Italia non importa il «cosa» (ovvero il risultato) ma il «come» e questo – ossia «il cambiare» – costa in termini non economici ma di fatica personale.

Corretto quindi meritarsi il preannunciato episodio della Genesi: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Gen. 11, 1-9).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *