Osservatorio finanziario n. 21

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di Stefano Masa ideatore e titolare di QuantInvest®

L’anno è iniziato bene per la nostra Italia: quasi nessuno lo dice mentre i pochi che lo scrivono sembrano quasi nascondersi.

In questo nostro spazio di informazione finanziaria abbiamo espresso chiaramente il pensiero sul futuro del Bel Paese (v. Osservatorio finanziario n. 19): crediamo nella ripresa fino ad averne affermato la certezza.

Conforta questa nostra convinzione la recente diffusione – da parte di Markit Group – del dato dell’Eurozona sull’attività industriale del settore manifatturiero espresso dall’indice Pmi (Purchasing managers index) cioè l’indice dei direttori agli acquisti: quest’ultimo, rappresentato da una scala numerica che gravita attorno al valore 50, indica (mensilmente) una sorta di livello di fiducia delle aziende relativamente alla loro operatività sui mercati di riferimento (es. nuovi ordini, produzione, consegne ecc).

Sinteticamente: un Pmi con valore inferiore a 50 indica una contrazione del settore mentre un’indicazione superiore a 50 rappresenta un’espansione.

Di seguito le rilevazioni relative allo scorso dicembre:

  • Germania: 54,3 che rappresenta il massimo registrato negli ultimi trenta mesi
  • Italia: dal precedente 51,4 a 53,3 ovvero il livello più alto da metà del 2011
  • Spagna: poco sopra i 50 punti a quota 50,8
  • Grecia: a 49,6 ma comunque sui massimi di periodo (valore più elevato degli ultimi quattro anni)
  • Francia: dal precedente 48,4 all’attuale 47

Se i precedenti dati fossero relativi a valori riconducibili a stipendi di calciatori, classifiche sportive, cronache rosa ed altro, nel nostro Paese – probabilmente – ci sarebbe stata la pubblicazione in prima pagina su tutti i principali quotidiani nazionali e data ulteriore enfasi nei vari spettacoli televisivi, invece così non è stato, anzi, la diffusione dei dati pubblicati è stata invece citata da pochi soggetti ed in appositi “box anonimi” o – come spesso accade – inserita in “soliti commenti annoiati” tanto per dovere di cronaca.

Sono consapevole che la notizia di un dramma, della crisi in atto e di tutto ciò che ne consegue (es. la disoccupazione) stimolano maggiormente gli istinti del potenziale lettore: quest’ultimo, leggendo,  sicuramente troverà una forma per così dire di appagamento embrionale (quasi un conforto) e rivincita – soprattutto in questo periodo e contesto economico – nei confronti dell’intero sistema paese, ma purtroppo non posso condividere la forma adottata dagli attuali (ovviamente non tutti) mezzi di informazione.

Da oltre due anni si parla (molto) e si scrive (anche troppo) di sole situazioni e dati negativi: perché non si vuole cambiare? Perché non avviene il famoso cambiamento di mentalità? Perché anche quando ci sono le condizioni per poterne discutere, argomentare oggettivamente (v. il dato Pmi) non si stimola la diffusione di questa informazione? Perché?

Probabilmente il nostro Paese evidenzia una carenza sia sul lato della cultura dell’informazione che sul fare informazione traducendosi – nel nostro quotidiano – in una vera e propria mancanza di guida e riferimento per noi ormai diventati spettatori (inermi) anziché attori dei nostri destini.


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Arianna abbandonata da Teseo – Angelika Kauffmann

Effettivamente si potrebbe giustificare questo “atteggiamento” solo perché il celebre filo d’Arianna appartiene al mondo della mitologia ed è stato già usato; ma nel nostro moderno 2014 mi e chiedo a Voi Lettori: perché non si cambia?

Forse perché cambiare è sinonimo di fatica e nel nostro Paese, dove tutto si paga (non solo economicamente), alla fatica non è stato ancora attribuito il giusto prezzo.

A presto.

 

Stefano Masa – info@quantinvest.it

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