Osservatorio legale (01/07/2015)

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di avv. Nicola Bufano

Divorzio all’italiana

 

Da qualche settimana è entrata in vigore la nuova normativa sul c.d. divorzio breve. Il Governo, dando seguito ad istanze provenienti da più parti della società civile, ha promosso la solita soluzione di compromesso, riducendo drasticamente i termini intercorrenti fra le procedure di separazione e divorzio, ma senza comprendere le reali conseguenze della propria scelta.

Come sono solito sostenere nei miei interventi, si è dimostrato, ove fosse ancora necessario, che il Legislatore non abbia la minima idea di quelli che siano i problemi concreti del nostro sistema giuridico. Da divorzista, parto dal presupposto che una coppia sul punto di separarsi o divorziare sia, dal punto vista emotivo, una bomba pronta ad esplodere. Presumo, sebbene abbia molte prove in senso contrario, che sia preciso dovere del Legislatore, in primis, e di un avvocato divorzista, in seconda istanza, evitare ogni forma di tensione sociale e, quindi, l’esplosione della bomba in questione.

Nel caso di una separazione consensuale sarebbe utile, quindi, sfruttare la calma emotiva del momento per porre fine, con una singola procedura, al rapporto matrimoniale. Nel caso di separazione giudiziale, abbreviare il termine intercorrente con il divorzio, invece, non permette all’emotività in eccesso, spesso causa della proliferazione di futili ragioni di scontro, di svanire.

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Ora, le conseguenze della nuova legge rischiano di essere opposte rispetto allo scopo che si prefiggeva, con aumento esponenziale dei divorzi contenzioni. Mi spiego meglio. Due coniugi costretti a separarsi giudizialmente non ritroveranno, nei nove mesi successivi alla separazione, l’armonia necessaria per affrontare bonariamente una procedura di divorzio. Ergo, posto che non ho mai visto un divorzio contenzioso giungere a conclusione in così poco tempo, è probabile che, in pendenza di procedura di separazione giudiziale, gli stessi incardinino un procedimento per divorzio che, ovviamente, se non altro per ragioni di principio, seguirà la stessa forma della separazione. Quella litigiosa.

Due coniugi che, d’altra parte, siano d’accordo sulle condizioni di separazione, o trovino detto accordo in corso di causa, potrebbero, per una svariata tipologia di ragioni, entrare in contrasto fra loro e, di conseguenza, andare ad ingrossare le file di coloro che litigano per le modalità di visita dei figli o l’entità dell’assegno di mantenimento.

La norma, peraltro, trasuda ipocrisia. Il termine di sei mesi dalla separazione consensuale per accedere al divorzio è talmente breve da essere privo di senso. Mi chiedo, quindi, per quale motivo non sia stato azzerato. L’unica risposta che posso darvi è che la lobby degli avvocati, preponderante per numero in Parlamento, abbia fatto valere il suo peso. Sdoppiamento di procedure vuol dire sdoppiamento di parcelle.

Senza contare che i crociati di Santa Madre Chiesa, con rispetto parlandone, parimenti in gran numero fra le file di onorevoli e senatori, non avrebbero mai votato a favore di una legge che abolisse, totalmente e definitivamente, l’istituto della separazione, nato nell’alveo cattolico, quale periodo necessario a ripensare alle conseguenze della frattura familiare e favorire una riconciliazione. Si è dovuto, quindi, risolvere all’italiana. Se non altro per una questione di numeri e maggioranze. Per non scontentare nessuno, la montagna ha partorito il solito topolino. Alcuni potrebbero azzardare che piuttosto di niente è meglio piuttosto. Io non sono d’accordo. A volte è meglio un bel niente di un brutto piuttosto.

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