Il ruggito del topo

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di Roberto Ciambrone

Periodicamente giungono aggiornamenti sulla lunga vicenda che vede coinvolti, dal febbraio 2012, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due fucilieri del battaglione San Marco in missione antipirateria a bordo della petroliera Enrica Lexie.

Prima di ogni altra considerazione mi tornano in mente due episodi:

Secondo la ricostruzione dell’ANSA, nell’ottobre 1985, i dirottatori della nave “Achille Lauro” uccisero l’ebreo americano Leon Klinghoffer, un disabile che fu lanciato in mare con la sua carrozzella.

I quattro palestinesi e il loro capo, Abu Abbas, dopo avere liberato la nave e gli ostaggi in cambio di un lasciapassare, uscirono dall’Egitto con un volo di linea civile.

L’aereo, un Boeing 737 dell’Egyptair, fu intercettato sul Mediterraneo da alcuni caccia Usa che, minacciando di abbatterlo, lo costrinsero a scendere a Sigonella, dove era pronta una squadra speciale della Delta Force.

Il velivolo atterrò poco dopo la mezzanotte, ma i carabinieri di servizio a Sigonella, su disposizione del governo, impedirono ai militari americani di fare irruzione nell’aereo per arrestare i guerriglieri palestinesi.

L’iniziativa fu giustificata con la ”legittimità territoriale” che spettava al governo italiano.

«Il presidente Reagan – rivelò allora Craxi – mi ha telefonato esprimendomi il desiderio del governo americano di poter avere sul suo territorio i responsabili dell’assassinio di un cittadino americano per sottoporli a regolare processoMa – aggiunse l’allora presidente del Consiglio – i reati sono stati commessi su una nave italiana, che è quindi territorio italiano, e il governo non può sottrarre i dirottatori alla competenza dei tribunali italiani.»

Nel febbraio 1998 un aereo militare statunitense partito dalla base di Aviano trancia il cavo della funivia di Cavalese (Trento) provocando la caduta della cabina e la morte di venti persone.

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Nonostante l’allora premier Massimo D’Alema chieda formalmente agli Stati Uniti di rinunciare alla giurisdizione sui quattro membri dell’equipaggio, il processo si celebra in America.

Al di là degli esiti, che ritengo piuttosto sconcertanti, dei processi successivi, in entrambi i casi l’impostazione mi è parsa molto semplice: le pressioni, diplomatiche e non, non possono prevalere su una situazione giuridicamente molto chiara.

Nel caso più recente dei due marò invece le ricostruzioni della dinamica degli eventi immediatamente successivi al presunto incidente sono piuttosto incerte e non delineano chiaramente le azioni dei numerosi attori coinvolti, quali la Guardia Costiera Indiana, gli ufficiali della nave, l’armatore, i superiori dei militari e, non ultimo, i funzionari del ministero degli esteri.

Quello che è certo per quanto incredibile è che una nave italiana che si trovava in acque internazionali si è di fatto consegnata alle autorità indiane.

Da allora sono passati ormai tre anni, si sono avvicendati ministri, interlocutori e strategie – e La Torre si è pure ammalato gravemente –, ma la vicenda appare lungi dall’essere non dico risolta, ma almeno indirizzata decisamente.

Periodicamente chi gestisce la vicenda manifesta insoddisfazione verso la controparte, ma, visti i risultati, verrebbe da dire che il ruggito che si leva non è lontanamente paragonabile a quello delle Tigri del Bengala.

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