01/10/2013 – Bentham era un brav’uomo

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Il  Panoptikon, il “calcolo felicifico” e soprattutto l’“auto-icona” (la mummia del suo corpo in esposizione all’University College di Londra) sono solo alcune espressioni di Jeremy Bentham  affini all’universo immaginifico di  Alfred Jarry.

Eppure Bentham, che non si vergognava di ammettere che la sua vocazione più profonda fosse lavorare per la felicità degli uomini, era un brav’uomo. E non era un fanatico a differenza di molti suoi adepti, primo fra tutti quel James Mill che costrinse il figlio John Stuart nella camicia di forza di una educazione finalizzata a «dimostrare in corpore filii quanta densità di istruzione si possa accumulare nei primi anni di vita».[1]

Più che in una Dea Ragione assoluta confidava negli effetti, di una molto umana ragionevolezza, da cogliere sul terreno dei fatti (quelli dalla testa dura) e delle azioni coerenti.

La constatazione che gli uomini cercano il piacere e sfuggono il dolore è la base del suo pensiero. Un piacere e un dolore che l’uomo ha la possibilità di rappresentarsi come diretta conseguenza del suo agire.

Da qui parte la sua rivoluzione per la quale la  Virtù è la condotta più adatta a cogliere il piacere. E per la quale la Legge e la Morale acquisiscono senso solo se finalizzate all’accrescimento dell’umana felicità.

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Le componenti della virtù, la Benevolenza, cioè la sensibilità verso gli altri, e la Prudenza, la motivazione verso la propria individuale felicità, sono le semplici leve che l’uomo può armonizzare nel “calcolo felicifico” nel concentrarsi cioè sulle conseguenze a lungo termine dei propri atti.

Mi sorprende  come  il nome di Bentham venga citato da gran parte dei manuali di economia come primo ispiratore del riferimento di utilità alla base del pensiero economico neoclassico oggi egemonone. Mi sorprende come l’aspirazione al bene assoluto degli uomini possa essere  trasformata in quello che per molti è il principio del male assoluto.

Fatico del resto a comprendere come gli uomini virtuosi, prudenti e benevolenti di Bentham possano trasformarsi nella anonima folla degli agenti economici impegnati a comperare e a vendere beni  secondo la stringente logica  dell’ottenimento del massimo vantaggio.

Si dirà che il male sta proprio nella fondazione benthamiana di una vera e propria teoria soggettiva del valore per la quale gli oggetti appaiono vuoti, deprivati di qualsiasi intrinseco valore. Ma avverto una diversità di fondo tra l’aspirazione alla felicità degli uomini di Bentham rispetto all’utilità della teoria neoclassica, principio sospeso – come ha scritto Shumpeter  tra una “filosofia della bistecca” e una “vuota tautologia”.  Utilità che inutilmente ci si è sforzati di considerare misurabile e addizionabile alla stregua di una grandezza fisica per poi porla  a base  di una “struttura delle preferenze” in capo al singolo individuo.

Come l’utilità anche la buona fede non è una grandezza fisica. Nel mondo della economia dove incontrastati dominano “i pugilatori a pagamento”  che “simulano nei tecnicismi gergali e nell’estasi calcolatoria della disciplina matematica la loro esoterica competenza”,[2] lo stravagante Bentham, benefattore in buona fede dell’umanità e difensore dei diritti degli animali la cui mummia è ancora possibile vedere in una vetrina allo University College di Londra, ci dice che è ancora possibile come sempre è stato possibile «aggiungere qualcosa ai piaceri altrui o a diminuirne qualcosa delle loro sofferenze».

Note

[1] Giorgio Ruffolo

[2] Andrea Tagliapietra: Metafisica e apocalittica del denaro. In Diego Fusaro: Minima Mercatalia

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