03/01/2013 – Lumpenproletariat

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Sono arrivati con il motorino. Hanno scherzato a lungo e trafficato nei pressi della panchina. Poi non ho più sentito niente. Improvvisamente un’esplosione mi ha fatto tremare la casa. Dalla finestra lo spettacolo era desolante: con una bomba carta hanno divelto e spezzato in due la panchina sotto l’unico albero degno di questo nome dei giardinetti.

Era una prova generale. Non di un attentato, ma di quello che succederà stanotte, 31 dicembre 2012, nei giardinetti sotto casa mia.

Chi ha responsabilità sociali e politiche si interroga su questi fatti. Le analisi individuano il degrado, la mancanza di senso, l’ansia accumulata in esistenze senza prospettive… Io non so cosa dire ma anch’io accumulo ansia, negatività e tensione da far saltare qualcosa di più di una panchina.

Con molta probabilità loro sono rappresentanti di quel Lumpenproletariat la cui composizione secondo Marx era «tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la bohème (…)».

La bohème attuale è molto meno poetica di quella parigina ottocentesca e molto più incline a conformarsi ai modelli di consumo ed alle “narrazioni”proposte dal pensiero dominante.

Per il proletariato rivoluzionario il Lumpenproletariat è sempre stato un problema. Proprio sul modo di affrontare il problema Rosa Luxemburg dissentiva da Lenin che, sia detto per inciso, ci andava giù pesante.

La rivoluzionaria polacca indicava con «la più rapida trasformazione delle garanzie sociali di esistenza per le masse»  e con «il rinfocolamento dell’idealismo rivoluzionario» la strategia per avvicinare e coinvolgere lo sgusciante sottoproletariato nel processo rivoluzionario.

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Garanzie sociali di esistenza per le masse;  idealismo rivoluzionario…

Nel tempo della dissoluzione delle “classi,  io, adesso, “sazio nei dopo natali”, deprivato di qualsiasi idealismo che non sia l’eternizzazione del presente, a chi fa dell’autoghettizzazione ribellista da un lato e della conformazione al mainstream dall’altro, il suo percorso di vita, quali argomentazioni porgerò?

Porgerò, anche se non produco niente, una visione del mondo da “ceto medio produttivo”? Oppure l’incapacità di intercettare la vita del prossimo? Oppure l’assimilazione passiva della cafonaggine universale? Porgerò algoritmi, formule e correlazioni impotenti a far diminuire la sofferenza nel mondo?

Prima di porgere, dovrei forse guardare quanto Lumpenproletariat è ormai in me. E di come giorno dopo giorno si espande. Dovrei forse, nel tempo della dissoluzione sociale e culturale delle “classi”,  riconoscere l’effetto di una progressiva Lumpenproletarizzazione dell’universo.

Rosa Luxemburg ha centrato il bersaglio:

«L’elemento sottoproletario ha profonde radici nella società borghese, non solo in qualità di suo strato particolare, di sentina sociale, destinata a gonfiarsi in proporzioni gigantesche specialmente in tempi in cui le pareti divisorie dell’ordine sociale crollano, ma anche come elemento integrante nel suo insieme».

«Meno male che non si è fatto male nessuno» dice una signora con il cane. «Dobbiamo mettere una telecamera»: dice un signore con un altro cane un po’ feroce.

Resto in silenzio e in silenzio avverto il mondo, ed io con esso, che scivola nel Lumpenproletariat.

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