12/3/2015 – Del denaro X

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di Massimo Bertani


Hanno molto studiato per cambiare il mondo senza sconquassi. Sono così giunti a delineare rivoluzioni fiscali e “stati innovatori”. Il pubblico di sinistra si infoia per Piketty e per Mazzuccato.[1] Eppure dovrebbe stare attento: la leva fiscale può favorire molte cose ma certamente non può modificare il senso del mondo, e “lo stato innovatore” evidenzia il conflitto tra capitale e lavoro e certamente non a favore di quest’ultimo. «La produttività – scriveva l’eretico Claudio Napoleoni – compete in senso proprio al capitale e solo metaforicamente al lavoro»: trattasi di sapere e di coerenza cioè di merce ormai rara.

Lontano dai clamori dei best-seller mi soffermo sulle riflessioni, sospese tra il filosofico e lo sfogo soggettivistico, tra la provocazione e lo sfondo utopico di alcuni pensatori marginali (non marginalisti) di un pensiero economico estremista. Ne colgo, con una certa soddisfazione, il disinteresse per il palinsesto gergale economico neoclassico, quello che va dalle risorse scarse alla efficienza planetaria compresa, e ancora con più soddisfazione registro il loro rimettere al centro di molti loro interventi il tema, a me caro, della moneta.

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Dietro il loro interesse per la moneta, soprattutto quando questo interesse si traduce in riflessione sulle monete cosiddette “complementari”, vi è l’ obiettivo di individuare “la maglia rotta nella rete che ci stringe”.  Nella grande complessità del tema ritengo che la loro direzione sia quella giusta. La capacità del prestidigitatore è quella di distogliere lo sguardo e l’attenzione del pubblico dalla situazione in cui il “trucco” si compie: il fatto che per l’impostazione economica neoclassica che sorregge il mondo, la moneta sia elemento di insignificanza rispetto  ai fenomeni “reali”  della produzione  e dell’ investimento dovrebbe essere di per sé un valido  motivo per concentrare l’attenzione proprio su di essa.

Tra le funzioni della moneta quella passata sotto silenzio dai neoclassici è quella di riserva di valore.  Concentrarsi proprio su questa funzione significa concentrarsi sulla possibilità della accumulazione, sulla possibilità stessa del mondo del capitale così come oggi lo viviamo. Una moneta non accumulabile, una moneta che scompare dopo l’uso in compravendita, sarebbe la fine del capitalismo o quanto meno il venir meno del suo presupposto non riconosciuto dall’economia neoclassica.

Su questa che ancora non è una strada ma una traiettoria se non addirittura un semplice orientamento, molti sono i compagni di viaggio e tra loro diversi. Molti ai margini della cultura ufficiale, molti eretici e tra i molti quel poeta  che definiva priorità della economia «trovare un sistema che consenta di tenere in circolazione il mezzo di scambio in modo che la domanda del singolo, o ad ogni modo ciò di cui ha bisogno, non sia superiore all’ammontare del mezzo di scambio in suo possesso in ogni momento, o a lui immediatamente accessibile».[2]


[1] Una valutazione strettamente personale: in ogni caso meglio fermarsi tutta la vita su Il capitale di Piketty  o su  Lo Stato innovatore della Mazzuccato rispetto a passare una sola ora su una a caso delle opere degli ex ministri economisti Tremonti e Brunetta.

[2] Ezra Pound,L’ABC della economia, 2009 Bollati Boringhieri Editore.

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