13/08/2012 – A volte non so che dire

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A volte non so che cosa dire. Capita quando sono in coda da qualche parte e qualcuno afferma qualche cosa ma solo perché mi vuole trascinare in qualche discorso.

Oppure mi capita quando sono interrogato da qualche cliente, o amico, o collaboratore su argomenti dei quali loro pensano che io sia un grande esperto.

Ho imparato con fatica ad ammettere di non sapere cosa dire e a reggere lo sguardo di disappunto degli interlocutori. Recentemente mi è capitato ad una conferenza  con l’aggravante che il relatore ero io.

E allora dire qualche cosa ti tocca. Una cosa simile deve essere successa a Mario Draghi, due settimane fa, iil giorno in cui con la sola forza delle parole avrebbe dovuto: frenare la speculazione, sistemare i bilanci dei paesi europei, riassestare le finanze degli istituti di credito e rianimare  la cosiddetta economia reale.

Troppo per Draghi. Troppo per chiunque. E così anche Draghi che non aveva niente da dire ha detto. E il bello sta in quello che i mercati, i tecnici, gli osservatori gli addetti ai lavori, i risparmiatori hanno capito e che nell’arco di ventiquattro ore hanno dichiarato di aver capito: tutto e il contrario di tutto.

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Probabilmente  Draghi sta raccontando ancora a se stesso, e forse qualche congiunto, questa sorprendente esperienza dagli esiti antitetici: da uomo alle corde che l’ aveva sparata grossa  ad abile stratega che accondiscende e castiga nello stesso tempo.

Draghi, che sicuramente ha fatto, magari controvoglia, corsi di comunicazione, sa che il messaggio è solo quello che l’altro capisce e che tutto il resto sono solo chiacchiere.

Forse è proprio nei momenti in cui non si sa cosa dire, quando l’articolazione logica di un discorso appare faticosa e irraggiungibile  che dal vuoto, dalla stanchezza, dalla probabile resa, nasce la cosa giusta detta al momento giusto.

Forse sono nate così le “convergenze parallele” di Aldo Moro, politico di grandissima intelligenza, che tradiva nelle pieghe del volto una sorta di atavica stanchezza, una mal celata voglia di non sapere cosa dire.

A fronte del miracolo di indeterminatezza comunicativa di Draghi le critiche sul suo uso approssimativo dell’inglese mi paiono sfoghi di cacastecchi, di cultori alessandrini il cui destino “ è accecarsi sugli errori di stampa”.

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