15/11/2013 – Io non amo Cesare

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Hanno dato a Cesare quello che Cesare diceva essere suo. Ricchi di immaginazione hanno riposto il pane quotidiano di oggi per fortificarsi, domani, con il pane quotidiano di ieri. Hanno cucito rammendo sopra rammendo fieri di guardare il mondo dal fondo liso dei loro calzoni.

Ricchi di immaginazione  hanno saputo pensarmi, sostenermi e difendermi. E, per quanto possa apparire incredibile, hanno saputo  essere solidali con me prima di conoscermi. Hanno saputo  guardare  oltre la loro indigenza e i loro piedi scalzi.  Mi hanno educato alla virtù, a cui aspirava il filosofo: quella del beneficiare dell’ombra della quercia stringendo nella mano la ghianda. Mi hanno insegnato la morbida disciplina quotidiana dell’imparare a guardare  oltre l’immediato bisogno.

Hanno dato a Cesare quello che Cesare diceva esser suo. Sono rimasti indifferenti alle risa e alle urla e alle assordanti musiche provenienti dalla casa di Cesare. E, privi di risentimento, hanno accolto  le puttane  e gli sgherri anziani  che Cesare  buttava  in mezzo alla strada.

Cesare li ha minacciati e ammansiti. Ha inviato presso di loro preti, scienziati e artisti che rimasero allibiti  di fronte alla loro silenziosa indifferenza. Per ultimo Cesare ha mandato un damerino di Cambridge  con le scarpe chiare a spiegare, lui a loro, il significato della vita secondo Cesare e che loro,  proprio loro, erano il male del mondo.

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Hanno dato a Cesare quello che Cesare diceva essere suo. Sono rimasti disciplinati anche quando Cesare  garantiva il bengodi in cambio di prodigalità. Mettendomi nella mano il privilegio di dieci lire al giorno ogni giorno, mai di trecento lire una  volta al mese,  mi hanno educato a non sedermi alla tavola imbandita di Cesare.  

Sono stati orgogliosi di me quando recitavo poesie sul tavolo il giorno di Natale. Si sono commossi per i miei risultati ma hanno sempre guardato la stretta delle mie dita sulle dieci lire al giorno di ogni giorno. Per ultimo mi hanno confidato il segreto che Cesare sarebbe caduto per mano di un altro Cesare. Così è stato.

Ora, è evidente, che nulla di ciò che io sono lo devo a Cesare. Ancora più evidente è che la mia ricchezza non è quella su cui Cesare allunga le mani. Io do a Cesare quello che Cesare dice essere suo. So che Cesare è disonesto. So che  Cesare arraffa e ruba dove può arraffare e rubare. Dalla sua ha schiere di salariati in guisa di preti, scienziati, artisti e damerini di Cambridge specializzati a dirmi che io sono il male del mondo. E forse hanno ragione.

Di certo, io,  che sono il male che divora Cesare,  io, non amo Cesare.

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