2/1/2015 – Del denaro, VI

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di Massimo Bertani

Ne Il frutto del fuoco (1) –  seconda parte della sua autobiografia – Elias Canetti descrive  la vicenda  del vecchio Mento Altaras,  vecchio tra i più ricchi di Sarajevo,  che per tutta la vita si nutrì unicamente di carne arrostita e vino e che i figli riuscirono ad allontanare dalla città bosniaca  ed “esiliare” a Vienna  porgendogli  in  matrimonio una bellissima e giovane vedova.

Uomo notoriamente avaro e duro di cuore, Altaras riceveva dai figli denaro che pretendeva in forma di spessi rotoli di banconote che nascondeva nella sua camera da letto, in modo da averli sempre a portata di mano.

«Lasciami stare. Non ho tempo. Non ho ancora finito»: queste furono le parole che il vecchio pronunciò quando la figliastra lo scoprì davanti al camino intento a gettare nel fuoco un rotolo di banconote mentre altri rotoli erano sparsi sul pavimento e altri ancora erano ormai inceneriti nel camino.

Bruciare i soldi – ci avverte Canetti – fu il primo segno di debolezza del vecchio che – sempre secondo lo scrittore – «stava bruciando i suoi soldi per non lasciarli a nessuno».

Non è eccessivamente laconico se non addirittura sbrigativo il commento di Canetti? Sì, anche perché egli stesso ci avverte che al divieto che i figli imposero di bruciare banconote, subentrò in Altaras «il terrore che qualcuno tramasse segretamente un attentato contro il suo denaro», terrore che lo induceva a lanciare l’allarme «Mi arrobaron las paras».(2)

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La condanna immediata che l’avarizia suscita, non ci consente di penetrarne le motivazioni profonde, le connessioni immediate e gli esiti sconcertanti. E questo perché l’avarizia è tale solo incentrandosi nel complicato processo di monetizzazione della vita e del mondo.

Ho scritto che l’avaro coglie nella mera accumulazione e/statica  del denaro la possibilità di mantenerne intatta  tutta la  potenzialità.  Vi è della ragione intrecciata a delirio in questo pensiero. L’avaro è imprigionato nella doppia relazione tra ragione e delirio il cui esito può essere solo di tipo paranoico e in quanto tale in grado di autoalimentarsi.

Bruciare le banconote, anche senza soffermarsi all’aspetto rituale del “rogo”, evidenzia qualcosa di più di quanto Canetti nota.  Evidenzia l’assurda coerenza che caratterizza il comportamento paranoico: proprio perché voglio lasciare intatta la tua potenzialità provvedo a distruggerti. E il rogo delle banconote è il rogo liberatorio dall’impasse della logica, delirante, della paranoia.

Il fondamento di tutta la costruzione paranoica, che si autoalimenta e conduce all’esito sconcertante del rogo delle banconote, è la comprensione del denaro nella sua massima ampiezza rappresentata negli estremi del tutto e del nulla.

La liberazione negata, si noti come l’espediente del paranoico Altaras ci faccia sorridere, lo riconduce alla posizione di partenza, con le aggravanti di non aver portato a compimento la sua opera e di aver svelato il suo segreto.

Il fallimento della strategia consegna il paranoico ai fantasmi dell’accerchiamento e del sospetto ai quali è possibile contrapporre unicamente un disperato grido di allarme:  «Mi arrobaron las paras».

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1. Elias Canetti, Il frutto del fuoco, storia di una vita (1921-1931), 1982, Adelphi Edizioni, Milano

2. «Mi hanno rubato i soldi.»”

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