29/10/2013 – Del valore

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Ci fu un tempo in cui da un lato economisti e studiosi disinteressati e dall’altro economisti “volgari” e “pugilatori a pagamento”  discutevano sul fondamento del valore.

I primi lo indicavano nel lavoro e svelavano la caduta del mondo a prezzo. Per loro il recupero del valore d’uso sarebbe coinciso con il recupero di un mondo umano nel libero sviluppo del talento e nel pieno soddisfacimento dei bisogni degli uomini, di tutti gli uomini, finalmente liberati dalla legge del profitto.

Dopo essere stata criticata sia come mero dibattere, politicamente interessato, su principi di ordine metafisico, sia come ragionamento logico alquanto lacunoso, anche questa, come tante delle narrazioni otto/novecentesche, è stata ricomposta nell’«applicare al valore dei beni reali un criterio convenzionale simile a quello usato per le attività finanziarie»e successivamente abbandonata.

Dal fondo del mondo prezzato dove ad oggetti svuotati corrispondono soggetti ipertrofici, bulimici e obesi che interpretano il duplice ruolo di fonte e deposito di valore, che si esercitano nelle attività della vendita e dell’acquisto, del consumo e della produzione non sembra possibile parlare di valore.

Riproporre il discorso del valore significa stare fuori dalle anguste stanze della “scienza economica”, e confidare in una multidisciplinare disponibilità d’ascolto e di ispirazione.2

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Da dove riprendere il discorso interrotto? Dal limite stesso delle buone parole relative al buono ed al vero del valore d’uso in vista di un «superamento di una visione spontanea degli oggetti in termini di bisogni, dell’ipotesi della priorità del loro valore d’uso».3

Riprendere il filo del discorso  dal territorio, contiguo a quello  dello scambio e del commercio dei beni primari, della “prestazione sociale”, della “produzione di segni”, dello “scambio simbolico, territorio in cui il “puzzle” dell’acqua e dei diamanti è ricomposto, non sulla base del principio di utilità marginale, ma sul valore dell’ ostentazione e del prestigio.

Possibilità di riconsiderare la realtà di un principio di ricchezza che la “scienza economica” non coglie.

Ricchezza del dispendio, dell’eccesso , dell’inutile e dell’ozio, contrapposta alla ricchezza dell’infinito profitto, dell’occulta accumulazione, della razionale produttività e dell’equilibrio “naturale” di domanda e offerta.

Territorio dagli incerti confini in cui induzione e deduzione, inutili e rozzi arnesi, non servono la verità.

Verità che giunge inaspettata e assoluta: «il frantume che  a questa tavola io sono, quando ho tutto perduto e un silenzio  d’eternità regna nella casa, è qui come un frammento di luce, che forse cade in rovina ma splende.»4


1. Paolo Savona, Economia, 2013 Milano.

2. Sfidando il ridicolo di una ispirazione che si avvale delle parole del poeta, e del cantante, e della casalinga, e di mia mamma pensionata…

3. Jean Baudrillard, Per una critica dell’economia politica del segno, 1974 Milano.

4. Georges Bataille, L’impossibile – Storia di topi, 1973 Rimini.

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