30/07/2012 – Desiderio di cose invisibili e lontane

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Esistono due tipi di “defaultisti”: i teorici e i pratici.

I teorici sono a loro volta divisi in due categorie: i rivoluzionari, per i quali il default è il primo passo verso la rivoluzione sociale, l’ instaurazione della società più giusta, più ecologica, più pluralista, più decrescente e più felice, e i semplificatori, per i quali defaultare è come bere un bicchiere d’acqua, un normale intervento finanziario con finalità anti recessive.

I  “defaultisti” teorici animati da spirito antagonista o da verve salottiera investono sulla loro visione del mondo con passione e animosità.

I  “defaultisti” pratici, che non parlano e non espongono le loro teorie, si muovono nel mercato, lunghi di Bund, corti di BTP e investono denari con l’obiettivo di contare i loro guadagni in marchi o in lire in un Europa disgregata.

Nel mercato in opposizione ai “defaultisti” pratici si muovono i  “confidenti” corti di Bund e lunghi di BTP.

Merito di Alessandro Fugnoli l’aver segnalato la paradossale posizione dei defaultisti pratici. Poiché  il default, secondo Fugnoli null’altro è  che «un haircut, un bel taglio di capelli al valore nominale o all’interesse che l’obbligazionista contava di vedersi pagato» ne deriva che l’attuale differenziale di interesse tra BTP e Bund costituisce il paracadute che rende sostenibile per i “confidenti”, in caso di default, quell’haircut  del 30%  ritenuto probabile dagli economisti più pessimisti.

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Insomma i “defaultisti” pratici in caso di vittoria “vincono” la stessa posta dei “confidenti” in caso di perdita. O, se invertiamo i termini della questione , i “confidenti” se vincono, vincono  tutto, se perdono, rispetto ai defaultisti, non perdono niente.

Un mercato che esprime paradossi non può non essere sottoposto al potere della parola. Parla Mario Draghi. Monti esprime il suo compiacimento. Un rappresentante Buba lo contraddice. Il governo francese reagisce. I collaboratori più stretti di Draghi confermano la  sua preoccupazione…

Alla periferia, immensa,  del villaggio globale si vive come in un formicaio deregolato sottoposto all’incessante susseguirsi delle dichiarazioni.

Rimbalzato dalle parole, penso al sollievo di poteri e burocrazie che non parlano, non comunicano, non rivelano le proprie intenzioni. Poteri e burocrazie la cui remota e incomprensibile missione è «difendere in nome di signori lontani e invisibili cose altrettanto invisibile e lontane».

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