Tra merci invendute

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di Massimo Bertani

14 agosto 2015. Tarda mattinata. Vaste aree del magazzino sono in fase di allestimento con i prodotti delle nuove collezioni autunnali e in altrettanto vaste aree sono stipate rilevanti quantità di merci in saldo («Fino al 70% di sconto», c’è scritto su un cartello).

Mi aggiro tra camicie, pantaloni, magliette, giacche e giubbotti. Mi viene in mente che Baudelaire scriveva che passiamo la nostra vita ad occuparci di cose prive di senso e di valore evitando di porci domande veramente significative. Tra altre ne indicava una che ricordo bene: dove sono i nostri amici morti?

Muovendomi tra le invendute merci mi chiedo: dove finiscono le cose non acquistate? Domanda mal formulata perché non si tratta di cose ma si tratta di merci il cui senso non è meramente riconducibile al loro valore d’uso ma più propriamente al loro valore di scambio.

Non mi interessa ricostruire il circuito alternativo di distribuzione delle merci invendute che parte dalle politiche commerciali di intervento sul prezzo e che invariabilmente termina sull’ultima spiaggia dello stockista contrattualmente obbligato a mutilarne la riconoscibilità “brandizzata”.

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A me interessa il rimanere di questi oggetti che, in quanto merci, hanno originariamente perso il loro valore d’uso e che in quanto merci invendute hanno perduto il loro valore di scambio.

La merce invenduta evoca l’immagine della crisi, o meglio, di un certo tipo di crisi. Quella descritta da Marx e da Engels in cui «scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione» e la cui motivazione di fondo è identificabile nel fatto che «la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio».[1]

Crisi per le quali gli interventi risolutori, riduzione delle forze di produzione e ampliamento dei mercati, incrementano la gravità del problema e preparano solo «crisi più generali e più violente». Nella camicia invenduta Marx ed Engels colgono l’arma che condurrà a morte la borghesia e l’evidenza che genera gli uomini che impugneranno quell’arma…

Dal 1948 è passato tanto tempo e di camice invendute se ne sono accumulate una montagna. Una montagna sulla quale dovremmo interrogarci: «Come mai questo territorio è sfuggito finora alle investigazioni dei viaggiatori? Come penetrarvi? E dove si trova?»[2]

Fuori dal valore di scambio e dal valore d’uso vi è ciò che rimane, che resta, che avanza. La muta tessera del mosaico nel palmo della mano la cui insensatezza mina la sensatezza dell’intero sistema.

Ciò che manca non incrina l’universo. L’economia stessa è fondata sull’assenza, sulla mancanza, sulla scarsità. L’economia coglie l’utile e il disutile ma non può cogliere il grado zero di utilità/disutilità espresso dall’eccedente.

Tra le merci invendute dove finisce quella merce particolare, la “più misera delle merci” secondo il giovane Marx, che sono gli esseri umani? Il loro senso parrebbe stagliarsi all’interno delle dinamiche dell’esercito industriale di riserva ma a ben vedere Keynes coglie nel segno quando indica l’insensatezza in termini di spreco di risorse che ogni disoccupato rappresenta per il sistema.

«Altro che Marx, altro che Keynes» – dice il commesso laureato in economia all’Università Cattolica – «Questa è metafisica!». Ha ragione. Eppure l’eccedente esiste e non solo come una anomalia che prima o poi potrà essere risolta, o come un non senso che prima o poi verrà recuperato alla sensatezza generale di sistema, bensi come fenomeno dotato di un proprio senso e di una propria luce in grado di illuminare l’insensatezza del sistema stesso.

Un’ ultima domanda prima di uscire dal grande magazzino: con quale moneta pagherò chi saprà indicarmi dove finisce la merce invenduta?

 


[1] Marx – Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1975 Laterza Editori

[2] René Daumal, Il monte analogo, 1968 Adelphi Edizioni

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