Analisi della Forza Relativa sui mercati americani

di Giovanni Trombetta (www.gandalfproject.com)

11 maggio 2013

Per misurare lo stato di salute dei mercati ci serviamo di due macro indicatori di sentiment ricavati dall’analisi tecnica intermarket:

La forza relativa del Nasdaq Composite Index rispetto all’ S&P500: il Nasdaq Composite Index è un indice composto da oltre 3000 titoli azionari legati ai settori tecnologici e alle aziende in crescita. Lo Standard and Poors 500 invece è un indice legato al paniere delle 500 aziende a maggior capitalizzazione. Tipicamente durante le fasi di rialzo dei mercati azionari, la forza relativa tende a salire anch’essa, mentre accade il contrario durante le fasi di ribasso. Per misurare la “tensione rialzista” sui mercati, misuriamo il valore di forza relativa ed il suo andamento nel breve periodo. L’indicazione operativa che ne deriva deve essere pesata da setup operativi, ma descrive bene il “mood” del mercato. In particolare abbiamo una lettura prudenziale quando la tendenza dell’ S&P500 è quella di sovraperformare il Nasdaq, mentre è lecito essere maggiormente aggressivi in acquisto in condizioni opposte.

 

Fig. 1: Forza relativa del Nasdaq su S&P500

Possiamo osservare lo status attuale di tale indicatore di sentiment in figura 1 dove troviamo nel grafico superiore il Nasdaq Composite Index (a candele giapponesi) e lo Standard and Poor’s 500 (linea rossa) e in basso la forza relativa tra i due indici (linea blu) ed una sua media a 100 periodi per valorizzarne la tendenza.

Dopo una fase prolungata di ascesa di entrambi gli indici, in cui abbiamo assistito ad un indebolimento del paniere tecnologico rispetto all’S&P500, notiamo l’attraversamento rialzista della linea di tendenza da parte della forza relativa, che sembra confermare una certa stabilità sui mercati azionari.

La forza relativa del Philadelphia Semiconductor Index (SOX) rispetto allo Standard and Poor’s 500: negli ultimi anni il settore dei semiconduttori si è rivelato spesso anticipatore di movimenti dell’intero comparto tecnologico e più in generale dell’intero mercato azionario. L’industria dei semiconduttori, produttrice dei principali beni di consumo secondari quali computer, elettrodomestici, ed elettronica di consumo in genere, risulta trainante in condizioni di economia in espansione, mentre dovrebbe ritardare la sua corsa in condizioni opposte. Quello che più sovente si nota è la coincidenza tra i punti di svolta della forza relativa e quelli del mercato tecnologico.

 

Fig. 2: Forza relativa del SOX rispetto a S&P500

Possiamo osservare lo status attuale di tale indicatore di sentiment in figura 2 dove troviamo nel grafico superiore il Philadelphia Semiconductor Index (graficato a candele giapponesi) e lo Standard and Poor’s 500 (linea rossa) e in basso la forza relativa tra i due indici (linea blu) ed una sua media a 100 periodi per valorizzarne la tendenza.

Attualmente il mood dell’indicatore è decisamente rialzista sia come valore assoluto (nuovo massimo di periodo) che come tendenza (media mobile con pendenza rialzista).

Sintetizzando sembra esserci una continuazione di ottimismo sui mercati, confermato anche dai due principali indicatori di sentiment. Terremo d’occhio lo status di tali elementi anticipatori per segnalare eventuali manifestazioni di debolezza.

Giovanni Trombetta

www.gandalfproject.com

1) Finanza Comportamentale – Introduzione

Il presente articolo costituisce la prima tappa di un percorso che ci condurrà all’approccio agli investimenti attraverso la Finanza Comportamentale. Ci avvicineremo all’argomento con un’introduzione non troppo accademica e, passando attraverso l’affascinante mondo del rischio, approfondiremo il concetto chiave dei conti mentali, fino a giungere alla realizzazione pratica del portafoglio comportamentale.

La Teoria Classica della Finanza basa le sue argomentazioni sull’ipotesi che i soggetti siano razionali e si comportino in funzione di massimizzare l’utilità delle scelte e che, di conseguenza, i mercati siano efficienti.

Il concetto principale della Teoria Classica della Finanza è fondato essenzialmente sulla funzione dell’Utilità Attesa.

Secondo tale teoria i soggetti razionali effettuano le scelte in base all’utilità attesa più elevata e a parità di utilità attesa scelgono l’ipotesi meno rischiosa.

In questo ambiente è stata sviluppata la Moderna Teoria di Portafoglio che fornisce un elegante riscontro a tali considerazioni attraverso la rappresentazione della Frontiera Efficiente.

L’ottimizzazione di portafoglio funziona proprio rispettando tale principio:

per ogni attesa di rendimento viene scelta la combinazione contenente meno rischio, mentre per ogni attesa di rischio sarà preferita la combinazione con la maggiore attesa di rendimento.

Salvo poi osservare che nella realtà i comportamenti dei soggetti vengono attuati in maniera differente.

Si riscontrano numerose violazioni della teoria, con scostamenti anche molto significativi.

Un esempio molto importante è rappresentato dal famoso Equity Premium Puzzle, il rompicapo che non riesce a spiegare come mai vi sia una così bassa partecipazione al mercato azionario, pur avendo osservato che le azioni offrono un rendimento maggiore rispetto alle obbligazioni nel lungo periodo.

In secondo luogo, non si riesce a spiegare il motivo per cui le preferenze verso le azioni siano così instabili.

Pochi investimenti in azioni e di breve periodo sono quindi due caratteristiche di un fenomeno diffuso, in aperta violazione alla “razionalità” dei soggetti.

Gli investimenti in azioni vengono effettuati sempre meno con lo spirito da cassettisti e sempre più in ottica speculativa, a volte con orizzonte temporale anche solo di pochi giorni.

Sulla base di queste considerazioni sono stati compiuti due successivi passi avanti nell’elaborazione della teoria osservando che:

1) A fronte del fatto che prospetti con la stessa utilità attesa non hanno necessariamente anche lo stesso rischio, bisognerà tenerne conto nelle valutazioni delle funzioni di utilità soggettive;

2) Non tutti i soggetti hanno lo stesso orizzonte temporale, quindi i pesi delle asset class in portafoglio dovranno essere aggiustati in base a tali esigenze, allo scopo di modificarne anche il rischio complessivo.

Si rende poi necessario definire il significato della parola “rischio”, termine al quale si possono dare diverse interpretazioni, a seconda del fatto che lo si stia osservando attraverso la statistica, piuttosto che attraverso la psicologia degli individui.

La teoria classica associa il rischio al concetto di deviazione standard, conosciuta anche come volatilità.

La finanza comportamentale individua misure di rischio coerenti con gli aspetti psicologici. Le più idonee risultano essere quelle associate al concetto di possibile perdita e di stima della sua eventuale entità.

Da un punto di vista comportamentale la non appropriatezza delle misure convenzionali, basate su indicatori “simmetrici”, tipo appunto la volatilità (o anche di altri più sofisticati, come vedremo anche negli approfondimenti successivi) sembra essere percepito in qualche modo dagli individui che dimostrano nell’evidenza dei fatti di essere più cauti e conservativi nelle scelte di portafoglio.

Le osservazioni del comportamento degli investitori hanno permesso di sollevare qualche dubbio sull’applicazione generalizzata delle regole della Teoria Classica.

La finanza comportamentale ha permesso di esplorare queste dinamiche mentali e di cogliere al meglio questi aspetti.

Tale nuova disciplina si pone in maniera complementare rispetto a quella classica.

Non intende confutarne i principi, bensì ha lo scopo di fornire un quadro più ampio e completo nel descriviere l’approccio al rischio e le dinamiche legate all’utilizzo dei conti mentali.

Integrando la Teoria Classica con le nuove osservazioni della Finanza Comportamentale saremo in grado di comprendere al meglio il comportamento degli individui, di aiutarli a definire degli obiettivi ed a rimuovere, per quanto possibile, l’ansia dell’andamento dei mercati.

In linea di massima sussistono tre diverse situazioni in cui ci si trova a decidere come impegnare il denaro:

La prima è rappresentata dal caso in cui sono chiare sia le esigenze che le soluzioni;

nella seconda sono chiare le esigenze ma non le soluzioni;

Queste prime due situazioni tendenzialmente rappresentano i casi più semplici da gestire.

Nella terza situazione non sono invece chiare né le esigenze, né le soluzioni.

La continua offerta di prodotti, trovando terreno fertile nel terzo tipo di ambiente, ha purtroppo alimentato un meccanismo di ricerca di solo rendimento, a volte anche a caro prezzo in termini di rischio.

La Finanza Comportamentale ci può aiutare in questo compito.

Federico Costalonga


L’investimento (quasi) perfetto (1° parte)

Tratto dal libro di prossima uscita “L’investimento finanziario nelle tue mani”

Esiste l’investimento perfetto? Quello che porta costanti guadagni in qualsiasi condizione di mercato?

No, è la risposta corretta.

Si vedrà però che, con le dovute precauzioni, a questo obiettivo è possibile avvicinarsi.

Le premesse giustificatrici della costruzione di un tale portafoglio sono lunghe, tanto lunghe che anche il lettore più curioso, probabilmente, non arriverebbe in fondo alla lettura.

Si cercherà, pertanto, di venire subito al sodo, concentrandosi sull’operatività vera e propria, vedendo solo brevemente  le caratteristiche essenziali che l’asset allocation deve avere  e rinviando la spiegazione delle motivazioni delle modalità operative nel prosieguo degli articoli.

Alcune anticipazioni:

–        Parleremo di investimento e non di speculazione

–        Vi è differenza tra investimento e risparmio

–        L’asset allocation verrà costruita privilegiando le indicazioni fornite dalla finanza comportamentale piuttosto che dalla finanza classica

Per poter essere utilizzabile da chiunque l’asset allocation dev’essere adattabile alle varie esigenze e propensioni al rischio, dev’essere dinamica (cioè facilmente modificabile) per adeguarla alle diverse condizioni dei mercati, dev’essere costruita in modo tale ( o con strumenti tali) da non dare sorprese (a risultati positivi del mercato investito devono corrispondere risultati positivi degli strumenti utilizzati).

Ma entriamo subito nel merito:

nell’ipotesi che esistano due sole asset class, una rischiosa (mercato azionario) e l’altra poco volatile (mercato obbligazionario) dovremo vedere in base a quali criteri selezionare la percentuale di ciascuna di esse da inserire in portafoglio.

Partiamo con il mercato azionario: ci sono elementi che incidono sulla sua evoluzione e se esistono e possibile in qualche modo prevederli?

Alla prima domanda la risposta può essere trovata tramite l’analisi fondamentale: molte sono le notizie che si possono trovare; per limitarci solamente ai dati macro sui mercati azionari possono influire la politica monetaria e quella fiscale, l’inflazione, l’andamento delle valute e delle materie prime, dei tassi d’interesse, ecc.

Guardando ai due grafici sottostanti costruiti per i due maggiori mercati mondiali, quello europeo e quello USA, possiamo notare una stretta relazione tra ciclo economico (rappresentato dal PIL) e mercato azionario (indici STOXX 600 per il mercato europeo e S&P 500 per il mercato USA).


Tali grafici rappresentano le variazioni percentuali annue del PIL e del mercato azionario. Guardando i punti di massimo e minimi relativi è facile notare che, mediamente, la variazione annua del mercato azionario precede di uno o due trimestri  quella dell’economia. Poiché tale relazione si mantiene nel tempo è possibile ipotizzare che l’andamento dei mercati azionari siano influenzati non tanto dall’andamento dell’ economia (che segue quella del mercato azionario) quanto piuttosto dalle previsioni sulle variazioni del PIL. In pratica esiste una stretta relazione tra le previsioni a breve termine sull’andamento del PIL e i mercati azionari.

A questo punto possiamo cercare di rispondere alla seconda questione: è possibile sfruttare in qualche modo questa informazione per prevedere le dinamiche dei mercati azionari?

Come farlo lo vedremo nei prossimi articoli


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