Il Bitcoin: Davide contro Golia o effimero Don Chisciotte?

di Tino Prodi

Il Bitcoin sta tornando a valere 20.000 dollari. Non male per una moneta virtuale, senza banconote, senza una banca centrale che ne garantisca il valore, senza la possibilità di essere utilizzata per far la spesa, emessa da privati che come unica virtù hanno quella di possedere computer potentissimi, con una contabilità (anonima) che tutti controllano ma che nessuno pubblica.

Ogni tanto però, qualcosa si viene a sapere, come ad esempio che ora il totale dei Bitcoin in circolazione vale 360 miliardi di dollari, vale dire quanto la banca americana JP Morgan. E tutto questo perché l’ammontare di Bitcoin che possono essere emessi è limitato, ed è pari a 21 milioni.  Questa è dunque sorta di moneta Playstation, un po’ tulipano (da speculazione), un po’ “Gratta e Vinci”, ma il problema è che per grattare, cioè per poter creare Bitcoin, bisogna possedere una dotazione di computer del valore di ormai qualche milione di euro, per dimostrare di poter risolvere calcoli molto lunghi e complessi e in questo modo essere ammessi a far parte della blockchain, o “catena dei blocchi”, cioè di quella rete di miners (minatori, che cercano Bitcoin) che tiene la contabilità (criptata) di tutte le transazioni in Bitcoin, e che per tutto questo lavoro ricevono ogni tanto in regalo (o meglio, vengono autorizzati ad emettere) un Bitcoin, che vale sì quasi 20.000 dollari, ma che ha richiesto un investimento di milioni.

Quindi, quando entri nella rete, devi impegnarti a starci per molto tempo. Altrimenti puoi farci trading, con prezzi che variano anche del 10% al giorno e sapendo di puntare il tuo denaro su un’attività finanziaria di cui almeno una volta al mese qualcuno parla male (se è per questo ogni tanto qualche tedesco occhiuto parla male delle banche italiane, che pure sono più solide delle loro).

E anche dell’inventore del Bitcoin si sa poco. Si dice infatti che si chiami Satoshi Nakamoto. Si sospetta che sia un irlandese esperto di crittografia, o un ex sviluppatore di giochi finlandese. Si è persino detto che fosse il genio visionario Elon Musk, finché nel 2016 tale Craig Steven Wright ha pubblicamente dichiarato di essere lui Satoshi Nakamoto, ma la sua dichiarazione è stata contestata.

Quel che è certo è che questo Nakamoto è un genio in sistemi crittografici, conosce benissimo le potenzialità di Internet e, soprattutto, sa far di conto, visto che il segreto del valore del Bitcoin è il suo essere limitato in quantità. Il Nakamoto sa anche come battere gli hacker: basta decentrare il più possibile i dati preziosi, proprio ciò a cui serve la blockchain del Bitcoin, il quale, in un certo senso, è la blockchain.

Il problema del Bitcoin è uno solo: diffondersi come moneta accettata per i pagamenti. Nel mondo si contano più di 14 mila attività commerciali, tra negozi, professionisti e attività commerciali che accettano pagamenti in Bitcoin. Voi penserete che siano tante. Invece sono pochissime per una moneta che vale come JP Morgan. Soffre della concorrenza di altre criptovalute: Ethereum (quasi 60 miliardi di dollari di valore totale), XRP (circa 25 miliardi), Tether(19 miliardi) e Litecoin (5 miliardi), per citare le più famose.

Il più famoso gestore di fondi del mondo, quel Ray Dalio che ha fondato Bridgewater, ha dichiarato: «Se il Bitcoin salirà troppo, i governi lo metteranno al bando». Perché? Perché la moneta è potere, e il potere in mano al popolo (ricco) della blockchain non piace.

Ci pensate cosa succederebbe se un giorno nella Ue si utilizzassero più criptovalute che Euro? (quasi impossibile). O che comunque il Bitcoin diventasse la seconda moneta più utilizzata nella Ue (più probabile, anche se pur sempre difficile)?

Succederebbe che la Bce (che ha fiutato il pericolo e sta lavorando sull’Euro digitale) non avrebbe più il controllo della moneta, che nemmeno oggi ha del tutto, a causa dello shadow banking, l’attività bancaria abusiva svolta da fondi di investimento ed aziende non bancarie.

Succederebbe che i banchieri centrali tedeschi, che hanno ancora in mente l’inflazione dei tempi di Weimar, non potrebbero più lanciare strali e dardi sugli aiuti monetari della stessa Bce. Ma anche che le banche private dovrebbero scendere a patti col nemico ed accettare di trattare una moneta creata e gestita da informatici. Follia? No, semplice passaggio di potere.

Scusate, cos’è oggi un bonifico, se non un flusso telematico? E un pagamento ad Amazon? Un altro flusso telematico. Il Bitcoin, e in generale le criptovalute, possono rappresentare il cambio della guardia nel mondo finanziario. Dai banchieri del caveau a quelli della blockchain. Sì, perché la blochchain è anche un caveau di dati.

Dunque non una rivoluzione finanziaria totale, ma certamente nuovi metodi per utilizzare il denaro e una nuova generazione di banchieri della rete. Troppo difficile? Ma scusate, cos’era agli inizi Amazon? Uno che faceva il venditore per corrispondenza dal proprio garage. E Ikea? Uno che vendeva a domicilio mobili, caricandoli sulla sua auto. E Tesla? Uno che aveva un pessimo rapporto coi benzinai.

Ecco perché le banche centrali e i governi temono così tanto le criptovalute, mentre diverse aziende corrono a creare le proprie monete virtuali (vedi Libra, la stablecoin, di Facebook, legata al valore di un paniere di valute). Si dice il prezzo del Bitcoin oscilli troppo. Certamente si muove molto, ma è fatto apposta per oscillare. La crescita è volatilità. Tanto poi, se necessario, si utilizzerebbero (anche) i centesimi di Bitcoin per fare la spesa.

Allora, Davide contro Golia o effimero Don Chisciotte? Non si può ancora saperlo, ma il romanzo è solo agli inizi, dunque chi ci crede può ancora sognare (e i banchieri tremare).

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