Cogito ergo sum?

di Vittorio E. Malvezzi

Il perché di una domanda e soprattutto come mai nei secoli una certezza si è trasformata in un dubbio.

Oggi zio Google ha risposte per quasi ogni questione, ma a questa riesce solo a dirti chi sia stato il saggio che pensava di trovare la sua identità nel pensare. Io ogni tanto, con cachet in scorta adeguata, ci provo a pensare. E vengo preso da sconforto.

Quanto dico può avere anche un significato politico, ma credimi non è nelle mie intenzioni. Solo talvolta, ma proprio quando non mi sono dedicato abbastanza a sani e pesanti lavori manuali, mi domando che cosa sia meglio. Ti faccio un esempio perché non mi piace stare sulle generali. Vivo in un paesotto di un 1500 persone (insisto a considerarle tali tutte quante e già qui mi sbilancio un cicinin) e non accettando l’idea che possa esserci una categoria di irresponsabili e impuniti, ho abbracciato con entusiasmo l’iniziativa del vecchio leone, acciaccato ma ancora capace di ringhiare e ruggire.

Vado a firmare il referendum del Pannella. Ci vado poco convinto perché penso, recidivo come vedi, a ciò che è successo in passato quando faticosamente qualche referendum è passato. Per evitare che i sudditi si montassero la testa credendo di poter trasformarsi in cittadini, le due Caste che opprimono il paese che non oso più chiamare mio, la Politica e l’Amministrativa, hanno messo su con nonchalance una leggina ad hoc che ha mandato tutto a donne perdute.

Penso però, la mia dannazione, che rinunciare in partenza oltre che autolesionista mi toglierebbe il diritto al mugugno in proposito. Almeno un piccolo sforzo devo farlo per coprirmi le spalle e radermi ogni mattina senza la tentazione di sputare in faccia all’imbecille che mi guarda con aria assonnata.

Così tutto pimpante, con carta d’identità e un’aria di importanza per la missione in corso, mi fiondo sul viottolo che porta da casa mia in Comune.  Allo sportello una giovane mi saluta con un sorriso chiamandomi per nome: inutile io ‘ste robe le noto e apprezzo la differenza rispetto ad andare in Comune a Milano, dove sono nato e ho vissuto qualche decina di anni. Lì sei solo il numero che porti in mano e se lo guardi bene vedi che oltre che essere un numero è anche piccino. Ma rientra nelle cose che mi portano a cogitare.

Ricambio il sorriso anche se mi rendo conto che l’impressione resa non è all’altezza di quello della mia interlocutrice, ma a una certa età si fa quello che si può. E sparo: sono qui per il referendum! Nanca un plissè e con competenza lei mi chiede quale. Scopro così che anche in ‘sto comune non tutto è perfetto. Il segretario comunale latita e non tutti sono firmati, anche se ormai mancano pochi giorni alla scadenza. Quelli che interessavano a me, riguardanti i giudici, ci sono tutti e attacco a firmare.

Alla fine saluto e siccome non so mai stare zitto quando è il momento di farlo, chiedo in quanti abbiano già firmati. Lei sorride ancora e mi fa: 3 (tre). Sapendomi un zabetta mi invita a fare pubblicità all’iniziativa. Tre su 1500 abitanti che io continuavo a considerare tutte delle persone. Esco mettendo a dura prova la cervicale per come scuotevo la testa. E tanto per non farmi gli affari miei, vado a casa a scrivere qualche cartello in corpo 48.  Poi dal farmacista e baretti locali, perché da una raffica di email scopro che qualche amico manco aveva realizzato che ci fosse in corso un referendum.

Farmacista e bar che fa anche da edicola, accettano con entusiasmo di esporre il cartello che non ha nulla di politico, caso mai tradisce l’ingiustizia e la non costituzionalità di una palese disuguaglianza tra esseri umani. Al secondo bar il mondo mi casca addosso. Il giovane barista che non sa dei referendum in corso, ma questo è standard ormai, fatica a leggere i caratteri del foglio UNI A4. Sono solo 3 righe corpo 48 che ritengo a  questo punto dover spiegare.  Se lui mi vende una bibita avariata, io se sopravvivo lo porto in tribunale.  Un giudice no. Non risponde di nulla, per non parlargli di altri dettagli gestionali di carriere. Non mi sembrava il caso. Comunque lui mi blocca subito e farfuglia che le firme in Comune non contano, non è lì che devono essere raccolte.  Cerca faticosamente di ampliare il concetto, tenuto conto dell’espressione e della lentezza con cui procedeva, mi sono scusato e mi sono trascinato via.

È qui che ho cominciato a dubitare che il pensare sia un’identificazione: lui va a votare come me e il suo voto conta come il mio.

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