Di fine luglio al Plaun da Lej Resort


Di fine luglio al Plaun da Lej Resort, Lago di Sils, Alta Engadina, possono capitarti – se trovi la giornata fredda e piovosa al punto giusto – le due seguenti cose: che ti dimentichi di essere in estate e che inizi a parlare con le trote. Che qui sono ovunque. Dal menu, alle pareti, ai tavoli (sia come pietanza sia come decori, in una interessante versione bronzea che definirei a metà tra le accumulazioni di Arman, le silhouette giacomettiane e le giostrine da appendere sulle culle dei piccini), sui depliant, nei retini dei pescatori e, soprattutto, nel lago. «The top fish of St. Moritz» recita la pubblicità, e forse è vero.

Alle trote, e specialmente alle trote svizzere, non importa granché del Made in Italy in affanno (-4,3% in giugno), della paralisi in Senato per le riforme, dei parossistici autoconvincimenti da pensiero positivo («Sulle riforme nessun ostacolo ci fermerà») di un presidente del consiglio alle corde che minaccia elezioni che comporterebbero il commissariamento certo della nazione da parte della Troika, di banche che vorrebbero e tristemente riescono a prestar sempre meno denaro alla piccola e media impresa.


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No, di tutto ciò alle trote non importa nulla. Sì, è vero, ogni tanto viene un amo a pigliarle e addio nuotate per sempre, ma questo capita anche a noi umani. Capita a qualunque essere vivente che presto o tardi venga la morte a portarlo via, e puoi finanche dirti fortunato se lo fa con la rapidità del gesto del pescatore aduso, che è poi una replica in registro minore dello svellere alla petrarchesca Laura l'«aureo crine».

La differenza è che noi viviamo nell'acqua torbida, così torbida che il cibo hai smesso di cercarlo. E ti dicono allora che puoi trovarlo anche al buio se la tua fame è vera e non è vero niente, perché la fame è nera. Si muove meglio lei, se la visuale s'accorcia.

Da queste parti, su questi prati, passeggiava Nietzsche, che qui credeva di avere trovato la terra promessa. «Qui mi trovo nel posto di gran lunga più confortevole della terra e provo un'ininterrotta tranquillità e nessuna pressione», scrisse alla sorella.

È una sensazione che ho provato anch'io. Penso sia anche la sensazione delle trote. Solo che poi m'è toccato ridiscendere il Maloja e quella sensazione non l'ho provata più. Ho cercato di ritrovare con simpatia le colonnine anti-velocità. Ma per abbandonare subito il tentativo. Quelle colonnine sono solo anti-serenità e latrocinio. Presuppongono cittadini molto sciocchi o imbelli o comunque asserviti e da tosare, come pecore.

È in un paese in cui devi decelerare senza ragione ogni quattro chilometri che stiamo cercando di far accelerare l'economia? Le abbiamo nella testa ormai, quelle colonnine. E non sono anti-velocità, sono anti-uomo. Come sempre più è l'Italia. Il che non impedisce ed anzi agevola il proliferar quivi di belati.

A presto.

Edoardo Varini

(24/07/2014)

 

La Concordia torna a galleggiare, l'Europa non ha mai smesso di affondare


La Concordia torna a galleggiare, l'Europa non ha mai smesso di affondare: produzione industriale dell'Eurozona a maggio -1,1%, mai così male da due anni, che pure sono stati anni di vacche magre fameliche, non biblicamente fuoriuscite dal Nilo ma dal Tago, dalla Sava, dal Reno, dalla Loira, dall'Oder, dal Guadalquivir, dalla Senna, dalla Garonna, dall'Ebro, dalla Mosa, dall'Adige, dal Po, insomma da tutti i fiumi che il faraone ha dimenticato di sognare e lo facciamo noi europei per lui, ora, sogni di così facile decifrazione che per riuscirci non abbiamo nemmeno bisogno di Giuseppe.

E poi i nostri analisti economici, plurispecializzati e strapagati, i nostri burocrati, i tecnici attuali, in maggioranza non analizzano sogni ma sognano analisi, previsioni, rimedi, tutto ciò che più aggrada al faraone. Si riempiono la bocca e ci riempiono le orecchie di improbabili promesse e rinviate "riforme strutturali". E siccome appare ormai chiaro a tutti che non potranno essere nazioni con gli incisivi delle vacche magre ai polpacci a fare le riforme, è nata questa idea del farle tutti insieme, «la disciplina a livello comunitario» proposta da Draghi il 7 luglio scorso. Adottiamo congiuntamente un bel taglio del cuneo fiscale per tutti, che porterà a un bel disavanzo da finanziare con aumenti delle imposte sui consumi.


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Questo Mario lo dice a 6 milioni e 20 mila suoi connazionali che di consumi hanno smesso da tempo di averne, e ad altri 10 milioni e 48 mila che ne hanno assai meno di chi li circonda e per questo non li chiamano "poveri" ma solamente "poveri relativi". Il concetto è che se tutto il tuo quartiere mangia, come te, un panino al giorno e si compra, come te, una maglietta e un libro all'anno, tu non sei povero perché hai consumi e li hai pari a quelli medi del tuo ambiente. Sto estremizzando, è vero, ma certo meno di quanto questi nominalismi sociologici ingannino. La soglia di povertà relativa per il 2012 in Italia era calcolata in una disponibilità economica mensile di 594,53 euro. Capite bene come sia il caso di aumentare ulteriormente le imposte indiscriminate sui consumi. Come il rilancio dell'economia europea non possa che radicarsi qui, nel rovistare della spazzatura postmercato. 

C'è chi cerca di spiegare il calo della produzione con il calendario alla mano, conteggiando i ponti delle festività. Ma non vi fate ridere da soli? E dicono tutti: «Sì, è vero che siamo in basso, che è andato tutto storto, epperò questi sono i minimi: ora faremo le riforme e ripartiremo a spron battuto. Faremo soprattutto riforme che miglioreranno la competitività delle imprese. Ma questa competitività, in mancanza di una ripresa della domanda, che altro significa se non un becero abbattimento dei costi di produzione? Dunque dei salari, dunque della libertà, dunque, in definitiva, della vita?

A presto 

Edoardo Varini

(15/07/2014)

 

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