Il risparmio privato all'impresa: troppo intuitivo per essere vero?


Il fondo odierno di Marco Onado sul "Sole 24Ore" dovrebbero leggerlo tutti gli italiani, ma proprio tutti: perché dice una cosa che tutti gli italiani devono sapere. Una cosa che si sente ripetere spesso qua e là ma di rado con questa chiarezza, con questa essenzialità, con questa precisione:

«Nel momento in cui è scoppiata la crisi eravamo l'unico Paese europeo che nei decenni precedenti non avesse adottato misure specifiche a favore dell'impiego del risparmio (in particolare pensionistico) in investimenti produttivi».

Ne consegue che: «in Italia, ancora più che in altri Paesi, collegare risparmi e investimenti produttivi è un imperativo inderogabile per assicurare efficienza e produttività alle imprese e salvaguardare il valore della ricchezza finanziaria».


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Stiamo facendo qualcosa in tal senso? Per riuscire a realizzare questa per noi e solo per noi rivoluzionaria cosa che saremmo in grado di fare più e meglio di chiunque altro, essendo la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane la più alta nel Vecchio Continente? Parliamo di 3.838 miliardi di euro. Se aggiungiamo il valore degli immobili arriviamo a 9.164 miliardi. Poi ci sono gli oltre 2 miliardi tra risparmio gestito, assicurazioni e fondi pensione.

Ma per l'impresa è come se queste cifre fossero ridotte a un decimo, i restanti nove vanno in titoli di Stato o all'estero. Se solo aggiungessimo a questo decimo la sua quarta parte avremmo colmato il buco creditizio della crisi. Sto dicendo che se invece del 10% della ricchezza finanziaria privata, all'impresa ne andasse il 12,5%, le aziende avrebbero la liquidità che serve loro per continuare. Non ci sarebbe bisogno delle banche.

A questo scopo stiamo facendo pochissimo: il programma governativo «per la finanza e per la crescita», la legge che consente alle pmi di finanziarsi emettendo minibond, anche se questa comprensibilmente esclude le microimprese, che sono la stragrande maggioranza.

A livello nazionale questo è quasi tutto. È davvero poco. Ci lavori la politica. Perché non esiste tema più importante, più decisivo, più urgente. 

A presto.

Edoardo Varini

(26/03/2015)

 

Otto minuti, lo schianto


Partire di mezza mattina da Barcellona e volare di lì a poco a 11.500 metri, a 900 km orari, con visibilità ottimale. Serenamente. Poi, dopo mezz'ora, perdere quota. Ma non in picchiata, come rapaci di alto volo:  in volo librato, come i gabbiani.

Quasi 10.000 metri di discesa. Negli otto minuti prima dello schianto. Contro il massiccio des Trois-Évêchés, nelle Alpi marittime francesi. Alta Provenza. Dove sgorgano le acque del Verdon. Che tra Castellane e Moustier Sainte Marie frangono la terra orridamente, formando le gole che scoperse, insieme al can can, la Belle Ėpoque.

Quasi 10.000 metri di discesa. In otto minuti. Senza che nessuno dei due piloti lanciasse il «Mayday». Perché?

È successo ieri. Ai 144 passeggeri di un Airbus 320. Non ne è sopravvissuto alcuno. I loro resti ora si confondono a quelli del velivolo, sopra mezzo chilometro di roccia. E sono resti anche di bambini piccolissimi. E di ragazzi.


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I vertici Lufthansa dicono che è stato un incidente e che non vogliono speculazioni. Che il terrorismo non c'entra. Un portavoce della compagnia dice che lunedì quell'aereo era stato fermato per alcune ore per via di un problema al portellone anteriore del carrello.

Ad ogni modo la scatola nera con le conversazioni svoltesi all'interno della cabina di pilotaggio è già stata ritrovata.

Sappiamo anche che ci vorranno giorni per evacuare i corpi dalla zona. E che la zona per i soccorritori è pericolosa e instabile. Sappiamo anche che nel primo pomeriggio, poche ore dopo il disastro, la temperatura è scesa sotto lo zero. Che c'è stata neve. E raffiche di vento.

Non sappiamo niente.

A presto. 

Edoardo Varini

(25/03/2015)

 

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