Di economia e di morale, in questa radiosa mattina di aprile


«Tutti vogliamo che la Grecia abbia successo. La risposta sta nel governo greco». Ha detto ieri il presidente della Bce Mario Draghi, finalmente riavutosi dallo spavento dei coriandoli. Palle. È il presupposto, è in radice il mio disaccordo inconciliabile con questa affermazione.

«La risposta sta nel governo greco» varrebbe solo se la morale fosse un numero, una formula. E non lo è.

Ma questa volta la prendo da lontano. È domenica, abbiamo tutti qualche minuto in più.

Questo mondo non è poi così grande. E comunque ha ragione James Bond, «Il mondo non basta», «Orbis non sufficit», indipendentemente dalle dimensioni. Indipendentemente dalle inquietanti previsioni circa la prossima insufficienza delle risorse mondiali.

Possiamo scegliere di fare come il gentiluomo londinese descritto da Keynes nell'Economic Consequences of the Peace, che nell'estate del 1914, a pochi giorni dall'entrata in guerra del Regno Unito, sorseggia beatamente il suo tè compiacendosi della possibilità di farsi consegnare qualunque merce, da qualunque angolo del pianeta, sotto casa; oppure possiamo decidere di andarlo a vedere di persona, questo presepio di dolori e speranze in cui qualcosa o qualcuno ci ha detto – a un certo punto di una vita che ci trascende – di andare.

E noi invece qui – tale e tanta è la paura dell'ignoto e la miseria della condizione mortale – non ci siamo venuti per vedere com'è e per darci una mano ma abbiamo fatto qualunque cosa fosse in nostra facoltà pur di nasconderci di avere un solo problema: il morire.

E allora passiamo i giorni a pavoneggiarci, a infuriarci, a recitare inarrestabilmente –  shakespearianamente, per chi ha letto quegli assolutamente inessenziali quattro libri in più – racconti da idiota che non significano nulla.


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Il sentimento di questo sviamento dell'animo lo abbiamo? È sistematico, totalizzante: se ci fermiamo un attimo dovremmo avvertirlo chiaramente, dovremmo averlo.

Fermarsi non necessariamente vuole dire la stasi. Per me fermarsi vuole dire andare in moto, Long way round, vento addosso. O in faccia, se alzi la visiera.

Per altri vorrà dire qualcos'altro. Chessò: la pesca, la corsa, il modellismo... quello. Ma fermarsi per davvero a pensare un secondo a chi siamo è tempo di farlo tutti. Lo dobbiamo in primo luogo a noi stessi, ai nostri figli. E poi al pianeta.

Montalianamente, pur non possedendo la parola «che squadri da ogni lato l'animo nostro informe», pure la parola per comunicarlo, questo animo, ce l'abbiamo. A volte è addirittura una parola inespressa: un sorriso.

Certamente abbiamo abbastanza cervello per capire che non siamo numeri. Solo questo, per Dio! Basterebbe che capissimo solo questo: che non siamo numeri. Siamo qualcosa di terribilmente e meravigliosamente imperfetto. Irriducibile a una qualunque formula.

E allora perché mai ci ostiniamo a far dipendere le nostre vite dalle formule?

Le nostre vite, le nostre aspirazioni, i nostri bisogni, perfino i nostri sogni sono anche e sempre fatti economici. Noi siamo esseri economici. La gestione di risorse, di qualunque risorsa, è economia. Non possiamo ridurre l'economia a una formula. È come negare la nostra natura.

Oggi lo iato è insopportabile. Il potere economico condiziona il potere politico attraverso delle formule. Con una sistematicità, e dunque gravità, senza precedenti. Un esempio, fra i mille. Quello cui si riferiva Draghi, che trovo autenticamente intollerabile.

Il ministro delle finanza di Atene, Yanis Varoufakis, ha detto l'altrieri mattina al direttore dell'Fmi, Christine Lagarde, che la liquidità del suo Paese sta finendo. Sic et simpliciter. Aggiungendo che: «Più lo stallo va avanti, più grande è il pericolo dell'asfissia dell'economia» e che tuttavia non è che per fare favori ai creditori può permettersi di firmare l'inaccettabile, cioè di affamare la sua gente.

Varoufakis ha osato chiedere al Fondo monetario una dilazione del pagamento di circa 800 milioni di euro dovuto a metà maggio. Inaudito! Ma come osa! Ma non sa, il folle, a quale ignominiosa sorte andrebbe per certo incontro la sua nazione? Come l'Afghanistan? Come lo Zimbabwe? Nel cuore dell''Europa? Giammai!

L'idea di fondo è che la serietà e la moralità stiano nel rispetto di imposizioni finanziarie. Non nel rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. E di quell'agglomerato di uomini dalle stesse tradizioni e sentire che siamo soliti chiamare "popolo".

Allora io sui diritti fondamentali dell'uomo vorrei citare l'Articolo 23 della Dichiarazione Universale dei diritti umani proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948:

«Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione».

Lo volete capire, ben pasciuti e protervi governanti della Terra, che il lavoro e la protezione contro la disoccupazione sono diritti inalienabili dell'individuo? Altrimenti, quando parlate di diritti umani, di che cosa parlate?

Sul diritto all'autodeterminazione dei popoli, il più vilipeso dagli arbitrii del capitalismo al potere, vorrei dire soltanto questo: il popolo non è lo Stato. Per questo nessuno stato l'ha mai definito nel proprio ordinamento giuridico. Per pascersi di questo equivoco.

Il popolo siamo noi. Lo Stato quel che ci governa. Ma finché lo vogliamo. Finché ci consente una vita. Ardisco dire: "una vita dignitosa". O questo "dignitosa" è divenuto – durante questa lunga notte della democrazia tradita – un lusso?

Se ci diventa ostile, sia singolarmente sia sotto l'arcimboldesca maschera di sue agglomerazioni extranazionali, se invece di analizzare, riflettere e provvedere si limita solo e soltanto a neanche tanto ben contare, allora diviene lecito dire: «Basta». Tornare ad avvertire, come si avverte correndo l'aria sulla faccia, la dignità di cittadini, di uomini. 

La morale non è aritmetica. È pensiero. Il discrezionale nella sua forma più alta.

Allora – e ve lo chiedo per favore, in questa radiosa mattina di primavera – fermatevi un attimo a riflettere. Cioè, volevo dire, fate qualcosa di piacevole, di rilassante in questo che è per troppa bellezza – su questa desolata, eliotiana terra –  il più crudele dei mesi: l'aprile.

Che ci stanno facendo? E, soprattutto, che ci hanno insegnato a non fare?

Ci hanno occupato la mente di scadenze e numeri. E di infinite preoccupazioni che non dovrebbero nemmeno esistere se lo Stato ogni tanto si ricordasse di chi lo legittima o dovrebbe legittimarlo: il popolo.

L'impedimento alla vita non può essere morale. Mai.

A presto.

Edoardo Varini

(19/04/2015)

 

Quanto meno sia possibile, annunciare

 

Non c'è bisogno di attendere il dibattito a Palazzo Madama sul Def del 23 di aprile per capire che il tesoretto da 1,6 miliardi con cui Matteo tenta postremamente di fare l'incantatore non ci condurrà più in alto e meno infaustamente di quanto fecero le ali incerate al groppone con Dedalo «il sagace fugibondo dal carceroso claustro» – così nell'Hypnerotomachia Poliphili – e con suo figlio giovinetto Icaro.

Scrive Fabrizio Forquet sul "Sole":

«Con dati occupazionali che restano al minimo storico e una produzione industriale che continua a deludere, dovrebbe essere chiaro a tutti che è tempo di serietà e non di distrazioni. Tanto meno di armi di distrazioni di massa per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai nodi veri dell’economia e dell’azione di governo.
È allora opportuno che il governo spari nel dibattito pubblico la questione del “tesoretto”? E c’è davvero un “tesoretto” da spendere nelle pieghe del nostro bilancio pubblico? La risposta è no, no secco, su entrambe le domande.»


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Leggiamo nel Grande libro dei giochi di prestigio: «Il prestigiatore deve annunciare quanto meno sia possibile il giuoco che sta per presentare. In tal modo otterrà di sorprendere invece di essere sorpreso».

E invece tu, quante volte, Matteo, hai detto: «Troveremo le risorse?»

A presto. 

Edoardo Varini

(15/04/2015)


 

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