Che abissale, baudelairiana differenza


È in giornate come queste che la voglia di essere a Parigi è irrefrenabile. Un po' per il fascino del primo autunno che colora il cielo di una tinta a mezzo tra il perlaceo e il turchino che non so dire, e un po' perché da qualche parte sotto i grandi boulevard deve esserci la porticina stretta che conduce all'amore incondizionato per la libertà. Ti immagini la Marianne dal berretto frigio che ti sussurra silenziosamente con l'indice sinistro: «È qui», e tu non sei più qui ma tra lo spleen e l'idéal, che è poi il non luogo che chiamiamo altrove.

Che certo non è l'Italia. Non è l'Italia il Paese in cui il ministro delle Finanze può alzarsi e mandare al diavolo l'austerity imposta ai suoi connazionali da un'altra nazione. Le regole di bilancio della UE ingiungono un deficit sotto il 3% del Pil? Vadano al diavolo: sarà così – ma solo se la situazione economica del Paese migliorerà – nel 2017. «Nessun ulteriore sforzo sarà richiesto alla Francia, perché il governo rifiuta l'austerità»: queste sono le parole esatte del ministro delle Finanze francese, Michel Sapin.

La Merkel scompostamente irrompe: «La crisi non è finita. I Paesi devono fare i loro compiti per il loro benessere», ma la sua voce è fioca, come mai prima.

Bastava questo. Bastava un no nato dal ricordo del principio di sovranità nazionale. Bastava rammentarsi di essere cittadini e non sudditi.

Voliamo a Hong Kong, dove hanno la "Rivoluzione degli ombrelli", mentre da noi, a Roma, Torino, Milano, Bologna, degli ombrelli abbiamo solo la Restaurazione. Alla Altan, che l'ombrello ci è già stato ficcato o sta per esserlo dove non vorremmo.

E che viene restaurato, all'ombra dell'obelisco della Fontana dei fiumi, tra i damaschi del caffè Fiorio, sul prato del Meazza, davanti a San Petronio? L'idea della politica come atto di fede, e si ha il coraggio, con questa idea nella testa, di andare a contestare le ideologie. Di dire che quella intorno all'articolo 18 è una discussione ideologica. Certo che lo è! Ma lo è anche perdere tanto tempo intorno a una sciocchezza.


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È dalla legge 92, dal 28 giugno del 2012 che di fatto l'obbligo di reintegro del lavoratore licenziato illegittimamente non esiste più, a meno che questa illegittimità non sia discriminazione, cosa del resto prevista nella legislazione di qualunque paese civile, e che non era oggetto di discussione.

Era in discussione la possibilità di reintegro nel caso di licenziamenti per ragioni disciplinari, ma questa è rimasta. Ma di che cosa abbiamo parlato fin qui?

E lo so che ci saranno i sedicenti beninformati – quelli che pensano sia da elettore consapevole e non da imbecille perdere le mattine a leggere su cinque giornali i commenti alle dichiarazioni di politici cocoriti che se pensano interrompono il filo del discorso – che mi replicheranno: «E no! Perché la legge Fornero prevedeva il reintegro anche per i licenziamenti dalla motivazione economica "manifestamente insussistente"».

Risponderò loro che nell'attuale catastrofica congiuntura italiana la manifesta insussistenza della ragione economica è più indimostrabile della teoria delle stringhe. Di fatto, il reintegro per quella fattispecie, non esisteva già.

Il fiorentin fanciullo dice che se non crediamo nella politica saremo vittima della tecnocrazia e ci comanderà l'Europa. In altre parole: non possiamo che seguirlo. Perché lui si ritiene "la politica". La cosa merita un commento?

A Parigi pensano che per non cadere in balia della Germania sia sufficiente dirle no. E l'hanno fatto. Che abissale, baudelairiana differenza.

A presto. 

Edoardo Varini

(1/10/2014)

 


«Credo non sia fantascienza immaginare», o dei pericoli della gestalt renziana


Ieri per la prima volta Renzi nel Palazzo di vetro dell'Onu. A dire cose tipo: «Credo che non sia fantascienza immaginare che nell'arco dei prossimi cinque anni nella mia terra, nel mio paese, l'aumento dei posti di lavoro verrà soprattutto da settori legati all'innovazione, alla tecnologia e ai cosiddetti "green jobs", i lavori verdi».

Vedi Matteo, sembra tu abbia detto qualcosa, ma non hai detto niente. Ti capita di frequente, in verità. Vorrei provare a dimostratelo, penso sia sufficiente un pizzico di semiotica interpretativa.

Essendo notoriamente lo sviluppo tecnologico un processo a crescita esponenziale e non lineare, esattamente come il processo evoluzionistico, l'unica impossibilità che ci si prospetta è per l'appunto definire l'impossibile.

Avresti potuto indifferentemente dire: «Credo che non sia fantascienza immaginare che nell'arco dei prossimi cinque anni i personaggi dei videogiochi usciranno dallo schermo a stringerci la mano». C'è già un nome, per questo, "videogiochi olografici".

O avresti potuto anche dire: «Credo che non sia fantascienza immaginare che nell'arco dei prossimi cinque anni il PIL cinese sarà più alto di quello degli Stati Uniti». Potrebbe accadere. Perché no?


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O che saremo enormemente più longevi, che sotto i 120 anni si morirà solo negli angoli disgraziati della terra o per incidente. O che tu avrai fatto risorgere questa nostra martoriata nazione a forza di chiacchiere e promesse. Pardon, quello in soli tre anni. 

Dunque, la premessa della tua affermazione, «Credo che non sia fantascienza immaginare» non era corretta ma semplicemente non dimostrabilmente sbagliata.

Andiamo avanti: «...nel mio paese l'aumento dei posti di lavoro verrà soprattutto...». Ma aumento rispetto a che cosa? Rispetto a quale dato? Anche l'occupazione di una quarta persona su mille è un incremento dei posti di lavoro se prima a lavorare erano in tre. Non vuol dire niente, Matteo.

Ripeto, Matteo, tu dici raramente cose giuste o anche semplicemente concrete ma assai frequentemente dici cose non dimostrabilmente sbagliate (ma nemmeno lanciare un pizzico di sale rovesciato dietro la spalla sinistra è dimostrabilmente sbagliato, è solo illogico).

E così governi, a promesse: è in fondo una grossolana applicazione della teoria leopardiana della poetica del vago.

E alcuni, troppi di noi, riconoscono in essa dei significati, come gli antichi scrutando un agglomerato di stelle vi ravvedevano l'Orsa maggiore. Si chiama psicologia della gestalt, che in tedesco significa forma. E ti fa scorgere cose ancora più virtuali di quelle che hai visto indossando i Google Glass. Tipo che tra cinque anni non saremo alla fame.

A presto. 

Edoardo Varini


(24/09/2014)


 

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