Il macellaio cinese, gli operai in crosta di sale

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Il macellaio cinese, gli operai in crosta di sale

Il “macellaio numero uno della Cina” ha 72 anni, si chiama Wan Long, e si è conquistato il titolo macellando 15 milioni di maiali all’anno, che se tutte le loro grida divenissero udibili d’un colpo le sentirebbero dall’altra parte del mondo, per esempio a Wall Street, dove Wan Long, da presidente del colosso della produzione di carni Shuanghui International, ha appena acquisito per 4,7 miliardi (con l’assunzione del debito oltre 7) la virginiana Smithfield Foods.

«Good food is the great connector. It links us to people, unites our communities and keeps families together». «Il buon cibo è il gran connettore. Ci unisce alle persone, unisce le nostre comunità e tiene assieme le famiglie». C’è del vero, ed anche del falso, la verità – ce l’ha insegnato Wittgenstein – altro non è che un semplice, semplicissimo ed elementare stato di cose, lo sappiamo. Come sappiamo che il prezzo d’acquisto è stato quanto mai allettante: un premio del 31% sulle quotazioni.

Quel che non sappiamo è se il merger andrà in porto, se il terribile Committeee on Foreign Investment in the United States avrà qualcosa da ridire – come spesso è accaduto con le fusioni cinesi – oppure no. Ma direi di no, visto che finanche i sindacati hanno capito che senza l’intervento del macellaio cinese non si sarebbe andati da nessuna parte.

Le esportazioni in Cina faranno il botto, più di quello fatto ieri dai future sui lean hogs alla notizia. Gli abitanti del Celeste Impero mangiano centinaia di migliaia di tonnellate di pancetta all’anno, e per gli operai di Smithfield questa è la soluzione: poco altro da aggiungere.

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Un passo avanti, comunque, rispetto alla società cannibale fantasticata nel Diario di un pazzo di Lu Xun, «Mi resi conto che erano una banda, tutti mangiatori di carne umana, e tuttavia non pensavano tutti allo stesso modo. Alcuni pensavano che, poiché era sempre stato così, bisognava mangiarla. Altri pensavano che non si sarebbe dovuto e nondimeno ne avevano voglia. Questi ultimi erano gente impaurita che si potesse scoprire il loro segreto..».

In Italia no, la carne umana non si mangia. Per meglio dire, non la si mangia se non “in crosta”, come i branzini. La si mangia dentro i muri di sale delle aziende. È notizia di oggi: 3.582 fallimenti nel primo trimestre, già quasi raddoppiati ora, a metà del secondo, 6.350. Il peggio è al Nord: si va dal +22,6% del Veneto al +35,3% dell’Emilia Romagna. Per sopravvivere le PMI devono esportare prodotti ad alto valore aggiunto, ma senza investire in ricerca – e se sei in rosso non puoi – come li produci? Le banche finanziano l’impresa sempre meno, per le piccole aziende gli affidamenti si sono ridotti del 30%.

A volte penso che anche le grida di tutti i disoccupati, sottoccupati, cassintegrati, pensionati da fame, imprenditori falliti negli ultimi due anni in Italia se si sentissero tutte d’un botto arriverebbero all’altro capo del mondo. A Wall Street, dove la Cina compra, e a Pechino, dove l’America esporta.

A presto. 

Edoardo Varini

(30/5/2013)

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