Il Parlamento e la fiducia: mica la stessa cosa

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Il Parlamento e la fiducia: mica la stessa cosa

Doveva accadere ed è infine accaduto, che Matteo decidesse di blindare la nuova legge elettorale con la fiducia. Inelegante avere soltanto i voti della corrente di maggioranza.

Ne ha dato annuncio in aula qualche ora fa il Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, che subito dopo ha desiderato essere altrove. Quante grida, quante proteste, quanti improperi dai banchi dell’opposizione!

Addirittura il lancio dei crisantemi da parte dei deputati di Sel a celebrare il funerale della democrazia. «Non si lanciano fiori in aula!», rimprovera il presidente della Camera, Laura Boldrini, di cui tutto possiamo dire fuorché non sia interamente, inscalfibilmente, convintamente compresa nel proprio ruolo.

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Il capogruppo di FI alla Camera, Renato Brunetta, cita il “Discorso del bivacco” post marcia su Roma del Duce: «Non consentiremo che quest’aula sia ridotta a un bivacco di manipoli renziani». E, devo ammetterlo, l’intenzione mi pare meritoria.

Porre la fiducia è pratica non prevista dalla Costituzione. Chissà perché? Forse perché ponendola tutti gli emendamenti decadono e la legge deve essere votata esattamente come è stata presentata? E poi, insomma, si vota in un luogo che si chiama Parlamento, che dunque serve al dibattito, a parlare. A decidere dopo una discussione.

Secondo Matteo invece porre la fiducia è quanto di più democratico si possa immaginare. Testuale: «Non c’è cosa più democratica della fiducia».

Va bene. Ma non chiamiamolo più Parlamento. Perché fa un po’ ridere.

A presto.

Edoardo Varini

(28/04/2015)

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