La stupidità e il tacchino induttivista

“Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 di mattina. Da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò una inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa la vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito fu sgozzato”

Questa celebre metafora fu ideata da Bertrand Arthur William Russel, per confutare l’empirismo tradizionale e la validità dell’inferenza induttiva per enumerazione, sulla quale esso si basava. Come ben sappiamo a volte Russel amava il politicamente incorretto e si spinse fino alla affermazione, a sostegno del suo punto di vista sulla logica, che “il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi”.

Il principio base del non-interventismo nasce dall’interventismo degli stati in guerre internazionali, ma se si accoppia al nazionalismo economico (protezionismo), diventa isolazionismo.

Negli ultimi due anni si è cercato di risolvere problemi scaturiti dalla crisi dei mutui sub-prime e trasferitisi poi sui debiti sovrani, con il sistema dell’inferenza induttiva per enumerazione. Problemi vecchi sono stati “risolti” con strategie vecchie, si è composto un insieme di tentativi basati sul percorso logico induttivo e, dato che alle medesime problematiche, si erano trovate risposte, in passato, più efficaci di altre, si sono applicate le stesse risposte alle problematiche attuali. Il problema? Il contesto è cambiato, per dirla con il nostro tacchino, non siamo più in uno qualsiasi dei giorni dell’anno; siamo alla vigilia di natale.

Ora il problema del nostro tacchino, a questo punto informato del fatto che è la vigilia di natale, e accortosi di quello che succede agli altri tacchini in quel giorno “speciale”, è quello di decidere cosa fare in una situazione nuova e mai induttivisticamente analizzata. Scappare è una possibilità, ammesso che riesca a farlo; rinunciare al suo cibo ogni giorno; sviluppare una convinzione: “e se io fossi un tacchino diverso, se a me non accadesse quello che accade agli altri tacchini, perderei per sempre, fuggendo, la possibilità del mio comodo e regolare pasto giornaliero; senza considerare poi tutti i rischi connessi alla sopravvivenza fuori dal recinto”.

L’eventualità di pensare che il sistema europa e la sua moneta unica non crolli, oltre ad essere auspicabile, è sicuramente anche legittimo. Così come è legittimo il pensare che l’isolazionismo, con tutti i rischi connessi, sia una soluzione migliore di altre. A questo punto, però, il problema degli stati europei, come quello del nostro tacchino, si concentrerebbe sulla doverosa scelta del male minore. Inoltre è sempre difficile abbandonare i proprio privilegi acquisiti, i propri lauti pasti ogni mattina alle 9.

Dal punto di vista logico, appare chiaro che date queste premesse, una conclusione degna di nota fatichi ad arrivare. Qualunque essa fosse ci porterebbe poi a vecchi problemi che saremmo tentati di risolvere sempre con vecchi modelli. Una sorta di loop infinito. L’unica soluzione accettabile sarebbe quella di rivedere e riscrivere completamente l’ambiente e gli attori. Ad esempio, pensare a nuovi modi per rendere il tacchino utile non solo il giorno di Natale, in modo da giustificarne il costo sostenuto per nutrirlo. Riscrivere necessità e priorità. Capire quali strade alternative si possono percorrere con quello che abbiamo a disposizione e quali invece nuove si possono imboccare. Certo per fare tutto ciò abbiamo bisogno di tempo, ma soprattutto di accettare di costruire nuove certezze, abbandonando faticosamente quelle già acquisite.

Dobbiamo accettare di riscrivere le regole dei mercati, quelle dell’economia e dello sviluppo; rivedere alcuni principi, presi a baluardo delle nostre battaglie, appunto, di principio. Dobbiamo abbracciare l’ideologia umana e non tutte le sue sotto-categorie specifiche.

L’ambiente intorno a noi cambia e noi, per sopravvivere dobbiamo cercare di cambiare insieme a lui.  Niente di nuovo. E’ la legge dell’evoluzione. Fino a qualche centinaia di migliaia di anni fa, c’erano la giungla ed i predatori, oggi c’è il sistema mondiale economico, i debiti, e tutto il resto. Solo una precisazione. Evoluzione significa anche imparare dai propri errori e, fino ad ora, sembra che la capacità di fare tesoro di questa massima non sia uno dei nostri punti di forza. Abbiamo creato ciò che ci sta, metaforicamente, distruggendo, cerchiamo d’ora in avanti di creare ciò che potrà, sempre metaforicamente, salvarci.

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