Gestire il disagio sociale: ecco la vera sfida del nuovo Presidente

L’umore degli elettori demoratici è certamente alto, ma deve fare i conti con una semplice verità: il presidente repubblicano non era la principale causa dei loro problemi. La sperequazione sociale e le diseguaglianze rimangono il sostrato profondo della società dello Zio Sam, e non saranno né il piglio di Kamala né la bonomia del vecchio Joe a spazzarli via.

Come se non bastasse, a sconvolgere ogni singolo aspetto della vita di ciascuno è arrivata la pandemia, ed ha condotto chi era già profondamente indebitato alla disperazione: ad oggi i contagi confermati sono 10 milioni ed i decessi 234.000.

A giugno il 29% delle famiglie con bambini soffriva di “insicurezza alimentare”, cioè non era in grado di soddisfare i bisogni nutrizionali giornalieri e non sapeva come procurarsi il pasto successivo.

E poi c’è l’insicurezza abitativa. Decine di migliaia di persone sono già state sfrattate ed un americano su sei ha affitti arretrati ancora da onorare.

La moratoria senza precedenti dei Centers for Disease Control and Prevention sugli sfratti è già finita: l’amministrazione Trump ha recentemente segnalato ai proprietari che avrebbe consentito loro di contestare l’idoneità degli inquilini.

La città con la più alta percentuale di residenti poveri è Filadelfia, ove il 22% delle famiglie spende più della metà del proprio reddito per le spese abitative, e si tratta di una percentuale ben al di sopra di quella nazionale.

Secondo un rapporto del 2020 dei ricercatori di PolicyLink, le madri nere e i loro figli «hanno maggiori probabilità di essere sfrattati», e i residenti neri in generale hanno «maggiori probabilità di diventare senzatetto».

E allora esiste una domanda pressante e ineludibile per il neopresidente Joe Biden: come affrontare questo momento di radicale disagio e di disperazione di così ampie fasce della popolazione?

Biden ha compattato il Partito democratico in senso moderato, ed ha prodotto un documento di più di cento pagine che rappresenta al momento soltanto un insieme di speranze, di proposte condivise da tutta la sinistra liberale, ove si propone «un nuovo contratto sociale ed economico con il popolo americano, un contratto che investe nelle persone e promuove la prosperità condivisa, non uno che avvantaggia solo le grandi aziende e i pochi più ricchi».

Quel contratto descrive l’alloggio come «un diritto e non un privilegio» e promette «lavori ben retribuiti», erogazioni di denaro contante a città e stati e “riforme fondamentali” per affrontare il “razzismo strutturale e sistemico” e la disuguaglianza di reddito “radicata”.

Non è poca cosa che durante la sua campagna Biden abbia insistito sull’unità con i repubblicani indipendentemente dalla composizione del Congresso, sottolineando le sue intenzioni di lavorare tanto per chi ha votato contro di lui quanto per chi gli ha votato contro.

Senza dubbio, il prossimo anno nessun disegno di legge passerà al Congresso senza il contributo dei repubblicani e solitamente quando si forma una coalizione al centro a farne le spese sono i più bisognosi. In gioco è per prima cosa il salvataggio della riforma sanitaria.

Proprio oggi la Corte Suprema degli Stati Uniti ascolta gli argomenti di un nuovo ricorso repubblicano contro l’Obamacare. L’attesa udienza della Corte, in cui dopo la nomina di Amy Coney Barrett i conservatori hanno la netta maggioranza, giunge in un momento di grande tensione politica, con l’ex presidente Trump che non riconosce la vittoria elettorale di Joe Biden, che probabilmente ha vinto proprio con la difesa dell’Obamacare, che prevede, fra l’altro, la tutela sanitaria di 32 milioni di cittadini in più e l’abolizione della facoltà di negare copertura assicurativa a chi soffre di patologie particolarmente gravi.

 

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